PENITENTI E CONFRATERNITE DISCIPLINATE A VITERBO

 

IL MOVIMENTO DEI FLAGELLANTI
Dalla seconda metà del XIII secolo, le pratiche penitenziali, sino a quel momento vissute come esperienza individuale, assumono la connotazione di una liturgia pubblica e di massa.
Sono anni questi di profonde insicurezze sociali ed esistenziali causate dalle lacerazioni politiche in seno alla Cristianità e dalle suggestioni escatologiche degli annunci di derivazione gioachimita. Le continue guerre tra fazioni che, nel nome del papato o dell’impero, insanguinano le città e precarizzano la vita delle comunità, sono interpretate come castigo divino per i peccati commessi dall’umanità. La pratica dell’autoflagellazione, nell’ambito di pubbliche processioni, divenne, allora, lo strumento privilegiato per la redenzione e la purificazione collettiva. In queste manifestazioni trovò massima espressione la nuova sensibilità religiosa popolare che pretendeva una concreta partecipazione alla Passione di Cristo in tutti i suoi aspetti più reali; religiosità sviluppatasi nel solco delle predicazioni francescane che avevano trasformato l’iconografia di Cristo crocifisso da trionfante «Signore della Morte» ad agonizzante «Agnello di Dio».

Corteo di flagellanti – Chiesa di S. Bevignate (Perugia)

L’inizio del fenomeno è storicamente riconducibile al maggio del 1260, quando a Perugia centinaia cittadini, sotto la guida dell’eremita Raniero Fasani, si riversarono nelle vie invocando la pace tra consorterie rivali e recitando inni religiosi (laudi); molti di essi si battevano, fino a grondare sangue, con fasci di ramoscelli o con strisce di cuoio culminanti con nodi o altri inserti, arnesi comunemente chiamati «disciplina». Questi riti catartici durarono per giorni interi con il placet delle autorità pubbliche e, dopo un periodo di sopore, nell’autunno dello stesso anno ripresero vigore, probabilmente come reazione alla vittoria di Manfredi a Monteaperti contro i comuni guelfi (settembre 1260), evento che lasciava presagire un oscuro periodo di rivalse e ritorsioni.
Stavolta, però, i penitenti si spinsero oltre i confini della città e iniziarono a peregrinare nei centri vicini (Assisi, Foligno e Spoleto) raccogliendo nuovi e numerosi seguaci; presto alcuni gruppi continuarono verso Roma, mentre altri, seguendo la direttrice opposta, raggiunsero la Toscana, l’Emilia, il Piemonte e la Liguria. La maggior parte delle città acconsentì il passaggio di quest’orda di dolenti, mentre altre, in particolare quelle rette dal partito ghibellino, vi si opposero con la forza. Questa è la descrizione del moto nella provincia emiliana secondo la Cronaca di fra’ Salimbene da Parma: […] tutti gli uomini, piccoli e grandi, nobili, cavalieri e popolani, dopo essersi denudati e aver formato delle processioni, si battevano per le vie della città preceduti dai vescovi e dai religiosi. E si ristabiliva la pace; gli uomini restituivano il maltolto e si confessavano dei loro peccati, al punto che i sacerdoti trovavano a stento un po’ di tempo per mangiare. […] camminavano gli uomini nella salvezza. Componevano lodi divine in onore di Dio e della beata Vergine, lodi che cantavano mentre camminavano battendosi.

Nonostante l’estrema vicinanza dai centri d’irradiazione del movimento, Viterbo non registra alcun episodio legato alla presenza delle compagnie flagellanti, che pure dovettero attraversare, o quanto meno lambire, la Tuscia nel loro vagare fuori dalle terre umbre. Probabilmente, le autorità viterbesi fecero di tutto perché la contrada rimanesse indenne da quegli avvenimenti, smorzando sul nascere ogni possibile tentativo di adesione o emulazione; si voleva, infatti, evitare che quelle folle, spesso contestatrici della mondanità ecclesiastica, potessero rappresentare una preoccupazione per la Curia pontificia che, proprio in quegli anni, aveva iniziato a soggiornare per lunghi e fruttuosi periodi nella cittadina.

LE CONFRATERNITE DELLA DISCIPLINA
Se la Chiesa fino a quel momento si era mostrata tollerante e neutrale nei confronti dei flagellanti, ben presto iniziò a paventare che l’esaltazione dell’effetto salvifico delle penitenze di massa potesse minare l’autorità del clero e caricarsi di contenuti sovversivi e persino ereticali. Fu così che nel gennaio del 1261 papa Alessandro IV bandì le processioni e le celebrazioni di pubblica flagellazione; la diffidenza della gerarchia ed il naturale affievolirsi dell’iniziale entusiasmo popolare condussero alla cessazione del movimento itinerante già nell’inverno del 1261.
Tuttavia, la «battitura» continuò a sopravvivere come pratica privata nell’ambito di sodalizi laici, i quali vennero presto ridotti nell’alveo del controllo ecclesiastico mediante la loro stabilizzazione nel sistema confraternale. I membri di queste associazioni iniziarono ad essere generalmente indicati come «disciplinati» dal nome del loro emblematico strumento di fustigazione.

Localizzazione degli ospedali disciplinati istituiti a Viterbo nel XIV secolo (foto Sorrini anno 1935)

La prima confraternita della Disciplina di cui si ha memoria è la societas devotorum di Bologna, nata nel marzo del 1262, il cui statuto venne riconosciuto dal vescovo cittadino nel 1286; a Perugia i reduci delle grandi processioni si raccolsero quasi immediatamente in un oratorio presso Porta Sole, ma le prime confraternite verranno formalmente istituite solo nel primo ventennio del ‘300. E’ proprio in questo scorcio di secolo che si registra una vivacissima serie di fondazioni che riguardò l’intera penisola: da Genova a Catania, passando per Pisa, Mestre, Asolo, Orvieto, Terni, Todi, Assisi e Teramo.

Anche a Viterbo, nell’anno 1315, si costituì una confraternita disciplinata che assunse il titolo di Fraternitade dela Disciplina e del’Aricomandati di Ieshu Christo crocifixo; assolutamente incerta è la sua discendenza da più antiche e spontanee esperienze penitenziali e associative.
Era strutturata in diverse compagnie, definite «cappelle» e «luoghi» a seconda che i confratelli si riunissero, rispettivamente, presso le chiese o gli oratori degli ospedali; a capo dell’intero sodalizio vi era un «generale», il quale veniva coadiuvato da quattro visitatori e da un camerlengo. Non è possibile stabilire quale fosse, in origine, il numero delle cappelle che formavano la fratellanza; sicuramente la più importante era quella con sede nella chiesa episcopale di S. Lorenzo, vi erano, inoltre, quelle di S. Sisto, di S. Maria Nuova, di S. Maria in Gradi e di S. Francesco, che officiavano presso le omonime chiese viterbesi.
Il primo ospedale disciplinato fu quello di S. Apollonia, che si occupava dei confratelli infermi o bisognosi di assistenza. La prima citazione risale al 1337 a proposito di un lascito in suo favore di tre libre paparinorum; sorgeva, assieme all’annesso oratorio, dove oggi si trova il primo edificio ad angolo tra via Matteotti e piazza del Teatro, noto fino agli inizi del ‘900 come Palazzo Fretz.

Nel 1345 lo statuto della confraternita venne approvato da Aliotto di Narni, vicario generale del vescovo viterbese Bernardo de Lacu, e autenticato dal notaio Iohannes filius quondam Gerii de Florentia; i suoi trentotto capitoli regolamentavano in dettaglio ogni aspetto della vita confraternale e dell’organizzazione interna. Per quanto atteneva le pratiche religiose, era rigorosamente normata la partecipazione alle liturgie e la cadenza delle confessioni; si prevedeva un frequente ricorso alla battitura nel chiuso degli oratori, obbligatoria ogni venerdì, mentre la flagellazione pubblica era riservata a solo due processioni annuali: quella del Giorno delle Ceneri e quella del Venerdì Santo.
La confraternita doveva avere un rapporto particolarmente privilegiato con i minoriti, come dimostra un documento del 1345 in cui governatore generale di totius societatis discipline et discipinatorum de viterbio è un frater de ordine beati francisci.

I PENITENTI DI FRA’ VENTURINO E LA COMPAGNIA DEI BIANCHI
Il trasferimento della residenza pontificia ad Avignone (1309-1377) segnò la definitiva trasformazione della curia in un istituto centralizzato e burocratico, fatalmente esposto agli abusi e alla corruzione. Contro quella decadenza si levarono le lamentele di quanti propugnavano l’avvento di una Chiesa autenticamente evangelica e, per la prima volta, si mise in discussione la funzione carismatica del papato, ponendo l’accento sulla frattura che si era incolmabilmente generata tra gerarchia e Christianitas.
La delusione provocata da un ordinamento ecclesiastico incapace di restaurare i propri valori, portò al proliferare incontrollato di un profetismo di tipo apocalittico e all’improvvisa ripresa dei pellegrinaggi penitenziali.

Compagnia dei Bianchi a Lucca (Manoscritto Sermonti)

Nel 1335 il domenicano Venturino da Bergamo si pose a capo di migliaia di uomini che, partiti dalla Lombardia, raggiunsero Roma con l’intento di predicare la pacificazione universale e la penitenza generale. Nella loro discesa dalla Toscana i seguaci del frate, nel mese di marzo, si fermarono anche Viterbo; stando alla testimonianza di Giovanni Villani, indossavano una tunica bianca con un mantello celeste sul quale era rappresentata una colomba con l’ulivo nel becco, da cui l’appellativo di Militi de la Colomba; sul capo avevano un cappello bianco con il monogramma di Gesù ed in mano recavano una sorta di rosario, i cui grani erano chiamati li paternostri.
Le loro esaltate processioni risvegliarono lo spirito penitenziale dei viterbesi, così che molti di essi presero la «disciplina» e si unirono alle schiere in movimento.
Così un anonimo cronista romano descrisse l’arrivo di quei penitenti:
Erano Bergamaschi, Bresciani, Comani, Milanesi, Mantovani […] Veone in Fiorenza. Fiorentini graziosamente recipiero cotale iente. Furono divisi per le case caritativamente e dato a loro da magnare, buono lietto, lavati piedi, fatta moita caritate […] Viengo a Vitervo. Da Vitervo in Roma. Ora la fama de frate Venturino de Bergamo forte ventava a Roma. Dicevase ca voleva aconvertire Romani.

Tuttavia, i disordini causati da quella torma di pellegrini causarono l’ostilità dei romani e fra Venturino fu costretto ad abbandonare la città dopo solo dodici giorni di predicazione.

L’anno 1348, quello della Peste Nera, e quelli immediatamente successivi videro il riproporsi dei moti flagellanti in tutta Europa; la loro connotazione contestatrice spinse papa Clemente VI ad emanare la bolla Inter sollecitudines con cui si dichiaravano illegittime queste manifestazioni, nelle quali, “sotto il pretesto di praticare la devozione e la penitenza, ma invero sotto l’ispirazione del Maligno, autore di tutti i mali, … un gran numero di uomini semplici si sono lasciati ingannare e trascinare a vilipendere il potere della Chiesa e della disciplina ecclesiastica, abbandonandosi a degli atti del tutto estranei alla vita normale, ai costumi e all’osservanza dei fedeli”.
Nonostante i divieti, una nuova ondata di pellegrinaggi penitenziali, dagli spiccati propositi pacificatori, prese piede nel 1399 in Italia settentrionale. Per mesi una grande folla di fedeli vestiti di bianco, da cui il nome di Compagnia dei Bianchi, organizzò digiuni, processioni e flagellazioni spostandosi di città in città ed esortando la popolazione alla penitenza per liberare il mondo dalle epidemie e dalle guerre.  I primi focolai di questi fenomeni si registrarono a Chieri, in provincia di Torino, e a Genova, dove i penitenti vennero guidati dal vescovo cittadino; più tardi, una nuova corrente si propagò dalla Lombardia in Veneto e in Toscana, quindi a settembre migliaia di persone si raccolsero ad Orvieto e da qui mossero verso Viterbo per dirigersi a Roma. Il cronista Niccolò Della Tuccia in proposito ricordava: Vennero in Roma certi tramontani vestiti di pannilini bianchi, per la qual venuta la cristianità fe’ movimento. Vennero con gran divozione e facevano far pace a tutti li discordanti. Il loro passaggio per Vetralla risvegliò persino la coscienza degli sgherri del Prefetto Di Vico che, dopo nove anni di prigionia, liberarono un tale Marco, cittadino viterbese.

Ben presto iniziarono a circolare varie leggende sull’origine del moto, tutte ispirate ad uno stesso modello narrativo che contemplava un’apparizione divina ad un contadino di un paese straniero (Francia, Irlanda, ecc. …). Il viterbese Giovanni di Iuzzo riprese questa favola e così annotò nei suoi scritti: [il movimento dei Bianchi] nacque da uno Filippo di Scozia lavoratore che, stando con li bovi, li apparve Iesù Cristo vestito di bianco e in modo da pellegrino, e adomandò del pane. Lui disse di non averlo. Onde li disse: Va alla tua roba chè ce n’è. Disse lui: Poco è ch’io mangiai e non ce n’è. Lui poi ci andò e trovò tre pani. Quello li disse: Va, gittali a quella fontana sotto quella cerqua. Filippo disse: Non ci fu mai fonte. E poi ci andò e trovocci una donna vestita di bianco di circa cinquant’anni. Disseli non fare e notificolli ch’era la Nostra Donna e quello era suo Figliolo corrucciato per disfare il mondo. Ed era gittato uno di quelli pani. Onde disse: La terza parte delle persone deve morire. E così li comandò andasse per il mondo predicando con orazioni e digiuni, e ciascuno di vestisse di bianco.
Papa Bonifacio IX dapprima accolse benignamente l’arrivo dei Bianchi a Roma, poi, temendo le posizioni anticlericali di alcuni suoi affiliati, preferì prendere le distanze fino a ripudiarli: nel volgere dell’anno il movimento si dissolse con la stessa rapidità con cui è nato.

L’OPERA DEI DISCIPLINATI VITERBESI
Nel frattempo la confraternita viterbese dei Disciplinati aveva continuato ad accogliere nuove adesioni di fedeli, attingendo, indistintamente tra borghesi, aristocratici e artigiani; anche le donazioni e i lasciti divennero sempre più consistenti, così che da un inventario del 1378 risulta un patrimonio composto da diciotto case, quindici vigne, due orti, quarantadue campi e dieci prati.

Chiesa di S. Egidio (nei pressi sorgeva l’Ospizio della Carità)

Si aggiunse una nuova compagnia, chiamata della Trinità, e due nuovi ospedali, quello della Carità in contrada S. Egidio e quello detto domini Guercii. Di quest’ultimo, citato per la prima volta nel 1345, se ne perse memoria nel giro di un ventennio; sorgeva presso la chiesa di S. Matteo in Sonza e traeva il nome da Pietro Gatti, soprannominato «messer Guercio», la cui casa turrita si ergeva poco distante e che forse era il donatario dell’edificio.
L’ospedale della Carità era detto anche di S. Elena per la presenza di una cappella dedicata alla venerabile madre dell’imperatore Costantino. Era sull’odierno Corso Italia, a poca distanza dalla chiesa di S. Egidio, in corrispondenza del palazzo che ospitò il Banco di S. Spirito nella seconda metà del ‘900 (già Casa Pascucci-Bruscagli). La sua fondazione risale agli ultimi anni del XIII ad opera dei francescani, i quali nel 1303 lo affidarono, sine lectis et masseritiis, all’amministrazione di due coniugi «tedeschi», Stefano e Riccardina. Intorno al 1345, forse a seguito della morte dei due spedalieri, la struttura passò ad una compagnia di Disciplinati che la mantenne sino al XVI secolo.

Ospizi disciplinati localizzati sulla mappa Mortier (fine XVI secolo)

Il nuovo statuto del 1355 ratifica il consolidamento dell’autorità vescovile sulla vita confraternale. Si prevedono, inoltre, severe sanzioni per chi infrange il riserbo sull’adesione al sodalizio e per chi bestemmia o pratica il gioco d’azzardo; è introdotto anche il divieto per i consoci di partecipare ai riti penitenziali fuori dalla cappella di appartenenza, segno di un crescente allentamento dei vincoli tra singole compagnie.
Nel corso del XV secolo per la Confraternita iniziò un periodo di progressivo declino. Di certo si era consumato lo slancio mistico delle origini; la flagellazione, sempre meno praticata, era vissuta più come esercizio ascetico che come simbiotica rievocazione della Passione ed anche lo zelo religioso si era molto rilassato, tanto che nello statuto del 1482 venne stabilita una multa di dieci soldi per i confratelli con non prendevano parte alle funzioni.
Nell’estate del 1467, le manifestazioni devozionali che seguirono la fine della peste, per la miracolosa intercessione della Madonna della Quercia, segnarono un isolato risveglio del fervore disciplinato, come dimostrano i molti penitenti che, stando alle Cronache, accorsero ignudi e frustandosi da tutta la provincia. Nella grande processione di ringraziamento del 30 settembre, le compagnie dei disciplinati, assieme ai sacerdoti del capitolo, seguivano il vescovo di Viterbo alla testa del corteo; se ciò, da un lato, rimarca il prestigio acquisito dalla confraternita, dall’altro, dimostra la sua completa istituzionalizzazione e la sostanziale mancanza di spontaneismo.

S. Maria Maddalena nella piana di Faul

Nel XVI secolo le ebbrezze penitenziali si spensero definitivamente e la confraternita rivolse le sue energie, prevalentemente, ad attività caritative e assistenziali, così perdendo la propria specificità e rendendosi pressoché indistinta dalle altre associazioni laiche cittadine. Tutto questo causò una forte contrazione del numero dei proseliti; nel 1509 risulta che le compagnie si erano ridotte a tre, quella originaria di S. Francesco e le nuove di S. Maria Maddalena e di S. Giovanni in Valle, entrambe insediate nelle due omonime chiesette della piana di Faul.
In quello stesso anno, per seicento scudi, l’ospedale disciplinato di S. Apollonia venne venduto al cardinale Fazio Santoro per l’ampliamento del suo adiacente palazzo.
Nel 1512 compare una societas disciplinata incepta in honorem Virginis vocate della Rosa che officiò brevemente nella chiesa di S. Maria delle Rose, in contrada Cunicchio
Nel 1514 l’ospedale della Carità fu unito a quello di S. Sisto e nel 1538 cessò definitivamente di esistere in quanto il suo patrimonio venne assorbito dal nosocomio comunale di S. Spirito in Faul.

Nella seconda metà del secolo, le due compagnie superstiti, quella di S. Giovanni e quella di S. Maria Maddalena si unirono all’Arciconfraternita romana del Gonfalone, un sodalizio nato anch’esso dall’esperienza disciplinata ma che, dopo la riforma tridentina, aveva abbandonato le iniziali finalità penitenziali e devozionali per diventare il punto di riferimento delle opere di carità dell’Urbe, con particolare riguardo all’attività di redenzione degli schiavi.
La fusione fu particolarmente proficua per la fratellanza di S. Giovanni in Valle che, persa ogni residua impronta disciplinata, vide crescere di un buon numero i propri aderenti; per consentire che le liturgie si svolgessero in un più ampio e consono ambiente, nella metà del ‘600 fu decreta l’erezione di una nuova chiesa, quella chiamata S. Giovanni Battista del Gonfalone, sull’odierna via La Fontaine.

L’altra compagnia, quella di S. Maria Maddalena, costruì anch’essa una nuova chiesa, S. Maria dell’Ellera sulla strada per La Quercia; vi rimase dal 1592 al 1640, anno in cui dovette abbandonarla perché trasformata dal vescovo in parrocchia. Come nuova sede gli venne concessa la chiesa di S. Silvestro (detta del Gesù).
I confratelli di S. Maria Maddalena salvaguardarono e rinnovarono la tradizione disciplinata continuando a riunirsi e a praticare gli esercizi penitenziali fino alla fine dell’800. Un documento del Comune di Viterbo constata che nel 1856 la confraternita ancora svolgeva funzioni sociali, in particolare si occupava di “convincere a penitenza i traviati”.
Il sodalizio vivacchio fino all’inizio del secolo successivo dopo che, nel 1892, ogni suo bene era stato trasferito alla congregazione della Carità, ente costituito dallo Stato per procedere all’incameramento dei patrimoni delle Opere pie.

articolo curato da Sermarcus Demontfort

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Riferimenti bibliografici:

P. Egidi, La Fraternita dei Disciplinati di Viterbo
C. Pinzi, Ospizi Medievali e l’Ospedal-grande di Viterbo
G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa
P.L. Meloni, Confraternite Disciplinate
I. Magli, Gli uomini della penitenza