I NAIBI DELLE CRONACHE VITERBESI
L’uso delle carte da gioco in Occidente è documentato a partire dalla metà del XIV secolo, in particolare in Francia e in Spagna; la prima probabile menzione è quella contenuta negli statuti dell’abbazia di Saint-Victor a Marsiglia dell’anno 1337, dove è fatta proibizione di giocare ad taxillos (dadi), ad eyssychum (scacchi) e ad paginas (carte).
In Italia le carte compaiono qualche decennio più tardi, comunemente indicate col nome di «naibi».[1] La prima fugace citazione risale ad un documento dei priori di Firenze del 23 marzo 1377 con il quale viene interdetto il ludus qui vocatur naibbe; analogo provvedimento venne adottato qualche mese più tardi dalle autorità senesi: ludens ad naibos puniatur sicut luderet ad zardum.
La più interessante attestazione sui naibi ricorre però nella Cronaca della città di Viterbo, in ciascuna delle tre stesure esistenti.
Nella celebre versione di Niccolò Della Tuccia è scritto che nell’anno 1379 “Fu recato in Viterbo il gioco delle carte da un saracino chiamato Hayl”.
Con riferimento alla stessa data, Giovanni di Iuzzo scrive, invece, “Fu recato in Viterbo il gioco delle carte che in saracino parlare si chiama Nayl”; pressoché identico il passaggio della cronaca di frate Francesco D’Andrea, probabilmente la prima ad essere redatta: “Fu recato in Viterbo il gioco delle carte che in saracino parlare si chiama Nayb”.[2]

Il testo riportato da Niccolò Della Tuccia lascia intendere che «Hayl» sia un nome proprio di persona; addirittura c’è chi vi ha voluto leggere l’alterazione della parola Hayk, ovvero «armeno». In realtà, la differenza riscontrabile rispetto alle altre due versioni va ascritta ad un possibile errore di trascrizione rispetto alla comune fonte dalla quale i diversi cronisti avevano attinto. Sappiamo, infatti, che le notizie relative al XIV secolo erano state copiate da resoconti più antichi ed, in particolare, da quelli scritti da “uno valente homo chiamato maestro Gerolimo medico e de uno altro cittadino di Viterbo chiamato Cola de Covelluzzo spetiale”.[3]
Nel XVIII secolo, Feliciano Bussi svelò che la notizia sulle carte era stata acquisita proprio dal manoscritto di Cola di Covelluzzo, del quale indicò persino la pagina e il verso del foglio:
E pure chi il crederebbe? in quest’anno di tanta tribolazione s’introdusse in Viterbo il gioco delle carte, o vogliam dire le carte da giocare, di cui per l’addietro non ven’era stata in questa Città neppur minima notizia, dicendo il Covelluzzo alla pag. 28, tergo: «Anno 1379. Fu recato in Viterbo el gioco delle carti, che venne de Seracinia, e chiamasi tra loro Naib.» [4]
DALLA TERRA DEI SARACINI
La testimonianza contenuta nelle Cronache è oggetto di particolare attenzione tra gli studiosi, soprattutto tra quelli che tengono per una origine araba delle carte.
Tuttavia, è piuttosto insidioso azzardare l’identificazione della Seracinia con una specifica regione, storica o geografica, del variegato mondo islamico; infatti, nell’Occidente medievale la parola saracino/saraceno veniva usata per indicare tutti gli arabi nomadi e, per estensione, tutti i popoli di religione mussulmana, senza alcun significato etnico o politico.[5]
Né questa ricerca può trovare soccorso dal confronto con le altre fonti dell’epoca. Le primissime testimonianze dei «naibi», documentate in Provenza e Catalogna,[6] lascerebbero supporre una loro importazione secondo una direttrice sud-nord, cioè dall’Africa settentrionale e dalla Spagna islamizzata verso l’Europa mediterranea;[7] tuttavia, è anche vero che non può essere esclusa a priori una diffusione del gioco che segua la direttrice est-ovest, ossia quella dei traffici commerciali o dei movimenti crociati tra le città del Medioriente (Egitto, Palestina e Turchia) e i porti franco-spagnoli.
Una matrice islamica delle prime carte da gioco apparse in Occidente, consente di proporre un’agevole spiegazione della parola «naibi» (come pure le varianti nhayb o nhaibbe). Nella lingua araba, infatti, il termine NA’IB, significa «governatore» o «rappresentante del Re». Al museo Topkapi di Istanbul è conservato il celebre mazzo arabo detto Mulûk wa-Nuwwâb (XIII secolo), tra le cui carte ve n’è una che reca la didascalia Na’ib, ossia «secondo vice-re». Alcuni ricercatori, pur di supportare scientificamente l’aspetto divinatorio e mantico delle carte, preferiscono associare la parola «naibi» ad altri due termini arabi: NABBA’A (informare) e NABA’UN (notizia).

UN’ORIGINE MOLTO LONTANA
Se il popolo arabo può ragionevolmente essere ritenuto il vettore in Europa del gioco delle carte, non può tuttavia esserne considerato l’inventore. Gli esperti più autorevoli concordano sull’ipotesi che i paesi islamici adottarono il gioco dall’Estremo Oriente.
In Cina sin dal X secolo a.c. è documentato l’uso di carte divinatorie chiamate I Chin; dal V-VI secolo in India esisteva il Chaturange, un gioco con le carte considerato il precursore degli scacchi.
Altre teorie, invece, vedono un collegamento tra i naibi occidentali e la propagazione in Europa degli ebrei. In questo senso, le carte altro non sarebbero che l’antico calendario dei faraoni utilizzato dal popolo ebraico durante la lunga cattività in Egitto. Nei secoli successivi le nozioni assimilate sarebbero state codificate e tradotte nel linguaggio criptato delle carte, la cui propagazione accompagnò la diaspora del popolo di Mosè.
Si pensa, anche, che i naibi costituissero uno strumento di diffusione e conservazione del pensiero mistico-magico ebraico. In essi sarebbe custodita la sintesi della scienza e la chiave di lettura della Kabalah, cioè di quella dottrina esoterica attraverso la quale gli uomini eletti possono scoprire le vie segrete e i mezzi per restaurare l’armonia del creato e realizzare il regno di Dio. Così come la Kabalah, le carte sono un codice, un linguaggio con diversi livelli di lettura. Anche in questo caso gli ebrei non sarebbero stati gli inventori del sistema ma l’avrebbero importato dall’Oriente, accomodandolo alle esigenze dell’ermetismo kabalistico. In ebraico sono presenti parole foneticamente simili a naibi: NAHBI che significa profezia od anche profeta (ispirato da Dio) e NAIBIS che sta per «chiaroveggenza», entrambe derivate dall’accadico NABU (annuncio).
In ultimo, deve ricordarsi l’improbabile, ma affascinante, teoria sviluppata nel XVIII secolo da Court de Gebelin. Questo letterato francese sosteneva che il moderno mazzo dei Tarocchi discendesse da arcaiche carte attraverso le quali i sacerdoti egizi avevano codificato tutte le conoscenze scientifiche, le dottrine filosofiche e religiose del popolo del Nilo. Ad introdurne l’uso in Occidente sarebbero stati i Gitani, secondo una fantasiosa ricostruzione considerati discendenti degli stessi egizi. Anche in questo caso si rileva l’esistenza di tre accezioni dell’antico egiziano che richiamano i naibi e riconducono ad un significato esoterico: NB (signore), NHB (decidere) e NHBT (messaggio divino).
ANTENATI DEI TAROCCHI
Purtroppo dei primi naibi giunti in Europa non si è conservato alcun esemplare; tuttavia è opinione consolidata che essi non dovessero differenziarsi troppo da alcune carte dei Tarocchi del XV-XVI secolo. Le 78 carte che costituiscono il mazzo dei tarocchi si distinguono in due gruppi: i 22 «trionfi» (anche detti arcani maggiori, briscole o attutti) e le 56 carte «dei semi», a loro volta distribuite in quattro serie (Denari, Coppe, Spade e Bastoni) i cui valori vanno da 1 (asso) a 10, terminando con quattro figure che ritraggono un fante, un cavaliere, una regina ed il re. I trionfi sono comunemente considerati una creazione italiana del ‘400, mentre le carte dei semi sono reputate un retaggio dei «naibi»; questa distinta origine sarebbe confermata da un inventario dei beni dei duchi di Orléans del 1408 nel quale si citano «carte saracene» (i naibi appunto) e «carte della Lombardia» (forse i trionfi).

Va tuttavia precisato che, con ogni probabilità, le quattro figure di corte presenti nelle «carte dei semi» sono anch’esse una tarda aggiunta europea, in quanto i naibi d’importazione araba non potevano raffigurare l’uomo per il divieto imposto dalla religione islamica.
Quanto all’utilizzo dei “naibi” nel Medioevo, le fonti sembrano intendere essenzialmente ad un impiego come mero gioco, spesso d’azzardo. Già nel 1377 il monaco tedesco Johannes parlava esplicitamente di ludus cartharum.
Le carte, nondimeno, furono adoperate anche come strumento pedagogico o didascalico, come testimonia una cronaca fiorentina del 1393 in cui si raccomandava di evitare il gioco d’azzardo e di adottare, invece, i giuochi dei bambini, tra i quali comparivano i «naibi». Anche nella fantastica storia di Gargantua si celebrano le carte come sistema di apprendimento dell’aritmetica.
AL SEGUITO DEI MERCENARI
Sebbene le Cronache non ne facciano alcuna menzione, si può immaginare che il gioco delle carte giunse a Viterbo al seguito delle compagnie di ventura che nella seconda metà del ‘300 ebbero a scorrazzare a più riprese attraverso la Tuscia o lungo i suoi confini.[8]
In particolare, nell’inverno del 1378, l’antipapa Clemente VII inviò in aiuto di Francesco Di Vico una banda di 227 Brettoni;[9] dal loro acquartieramento presso Viterbo si diedero a guastare per diversi mesi molte città e castelli schierati con il legittimo pontefice Urbano VI. Quest’ultimo, per reprimere le orde brettoni, ingaggiò la potente Compagnia di S. Giorgio costituita da Alberico da Barbiano e forte di 800 lance. L’armata del Barbiano scese dalla Lombardia fino alle porte di Roma e il 29 aprile 1379 sbaragliò i Brettoni a Marino. Dopo la vittoria sui mercenari francesi, la Compagnia di S. Giorgio fu dirottata contro il Prefetto Di Vico; le soldataglie rimasero per circa due mesi di stanza nelle campagne attorno a Viterbo:
A dì .XXIII de giugno [1379] venne el campo de papa Urbano ad Viterbo contra el Prefecto, che si teniva con papa Chimento, et misero campo in tre lochi et ferno el guasto et stettero .LVII dì.[10]
Quest’ipotesi appare ancor più plausibile se si considera la sequenza geografica dei documenti che attestano per primi la presenza dei «naibi» nella penisola (Firenze, Siena e Viterbo) e la si confronta con la rotta nord-sud (Lombardia, Toscana e Umbria,) lungo la quale si spostavano le compagnie mercenarie chiamate nel Patrimonio di S. Pietro da papi e antipapi.
VIZIO DIABOLICO
In breve i «naibi» vennero associati agli altri giochi aleatori, sicché gran parte delle testimonianze sopravvissute nei secoli riguardano proprio provvedimenti di divieto.
A Viterbo già lo Statuto duecentesco stabiliva una pena pecuniaria per coloro che nelle taverne giocavano ad aleas, ad taxillos o ad aliquem alium ludum; inoltre, proibiva di mettere a gioco beni personali come vestiti, calzature, lenzuola e altre suppellettili della casa.
Più tardi, le autorità cittadine cercarono di controllare in qualche modo il gioco d’azzardo destinando a questa pratica luoghi appositamente autorizzati; nel 1403 si dava licenza ad una taverna affinché vi si praticassero schacos et tabulas e l’anno successivo si appaltava una vera e propria baratteria.
Riguardo alla pericolosità sociale e morale del gioco d’azzardo, la condanna della Chiesa fu da subito assai perentoria. I più accaniti oppositori furono i frati mendicanti, ed in particolare S. Bernardino da Siena, le cui prediche intransigenti non trascuravano mai di elencare carte e dadi tra i guasti più nocivi e degradanti della società.
Nel 1423 a Bologna, dopo aver accusato le donne per il lusso dei loro abiti e delle loro acconciature, il santo francescano incitò la folla a bruciare aleae, taxilli e triumphales carticellae. Due anni più tardi, così si esprimeva nella sua città natale: “Breviari del diavolo so’ le carte e naibi. E li ricciuoli de la donna sono e naibi piccoli. El prete è chi giuoca. Tu sai ch’e breviari so’ miniati; così sono naibi. Le lettere so’ maze, cose da pazi; coppe, cose da ubriachi e tavernieri; denari, cosa da avari; spade, cosa da quistione, briga e uccisioni. Le lettere miniate sono: re, re de’ ribaldi; reina, reina delle ribalde; sopra sodomitto; sotto è lussuria”[11]
Bernardino venne a Viterbo nella quaresima del 1426 e le cronache dell’epoca ricordano come anche in questa città i suoi enfatici sermoni si abbatterono contro le vanità femminili, le superstizioni d’ogni genere, l’usura ed il gioco; le sue parole furono così trascinanti che i viterbesi arsero in un grande rogo tutti i simboli di quei vizi demoniaci:
Venne a predicare in Viterbo un frate minore di S. Francesco, chiamato fra Bernardino da Siena, e avendo gran seguito del popolo fece abbrugiare tutti i tavolieri da giocare, libri d’incanti, carte, brevi, pianelle di donne sfoggiate […] e tutte queste cose furno brugiate in un castello di legno, fatto di novo a S. Pietro della Rocca, e dalli fanciulli di Viterbo fe’ guastar le banche dove si teneva le baratterie, e fe’ scarcare la casa [il postribolo], che stava a canto la casa del Comune.[12]
Nel 1455 i Priori del Comune misero espressamente al bando il ludum taxillorum aut chartarhum; tale divieto venne poi confermato dal governatore pontificio l’anno seguente.[13]
Ciò nonostante, il gioco d’azzardo continuava ad essere abitualmente praticato dai viterbesi; sicché nel marzo del 1469, comparendo al Consiglio Generale del Comune per proporre alcuni interventi a vantaggio della pubblica moralità, un minorita del convento di S. Maria del Paradiso, certo frate Francesco, invocò la proibizione di ogni qualunque sorta di gioco illecito nonché la vendita di dadi e carte.[14]
Le esortazioni del frate vennero evidentemente recepite nel nuovo Statuto del 1469; alla rubrica 53 del libro III vi si introdussero, infatti, pesantissime sanzioni per i giocatori, per gli osti che permettevano le bische, per coloro che prestavano i denari nel gioco e per chi forniva dadi e carte; pene assai maggiorate se la violazione avveniva nei giorni delle feste religiose:
Et quod in festo nativitatis Domini, eius vigilia ac die sequenti proxime post festum nemo ad dictos ludos ludat, ad penam decem librarum paparinorum pro quolibet contra faciente, aliqua consuetudine non obstante, teneatur.
Ma neppure queste severe prescrizioni sortirono effetto. Già l’8 agosto dello stesso anno, il governatore pontificio fu costretto a decretare l’illeceità di alcuno gioco di dadi vetito, nè ancora di carte cioè al gioco de la condannata,[15] a la terza et la quarta et altri giuochi vetiti, pena cinque ducati d’oro, dei quali un terzo a beneficio dei delatori.[16] E nel 1495 il governatore ribadì ancora il bando dei giochi a zara, zozo, cricche, ronfo, terza et quarta, bassetta et qualunque altro jocho proibito, tanto de dadi quanto de carte.[17] (Riforme, XXV, foglio 209).

LE FABBRICA DELLE CARTE
A poco meno di cinque secoli dalla comparsa dei «naibi» a Viterbo, la città tornò a legare il proprio nome al gioco delle carte. Intorno alla metà dell’800, infatti, Scipione Moscatelli, ricco imprenditore e ingegnoso fabbricante, impiantò nella dismessa chiesa di S. Maria delle Fortezze un opificio per la realizzazione di quelle che verranno chiamate Carte Viterbesi. Grazie alla loro ottima manifattura, questi mazzi da gioco conosceranno un discreto successo e un’ampia diffusione in tutte le regioni della penisola.
La fabbrica dava lavoro a parecchi operai specializzati: stampatori, cilindratori, pittori, tagliatori, stenditori e lisciatori. Un ruolo delicato era riservato alle bambine che dovevano incollare le carte e levigarle con blocchetti di marmo; ragazze più grandi, invece, si occupavano della rifinitura a mano con i diversi colori.
Sul finire del XIX secolo l’attività di produzione era così florida che il reddito dell’impresa oscillava tra le quindici e le ventimila lire l’anno.
Alla morte di Scipione, la privativa venne concessa per alcuni anni ad un’impresa di Bari, quindi nel 1914 il figlio Nicola vendette lo stabilimento e il nome ai tipografi Enrico e Giulio Agnesotti per 11.000 lire. Questi continuarono la fabbricazione delle carte viterbesi fino al 1953 trasferendo gli impianti, prima, in via Matteotti, e più tardi, in piazza Mario Fani.[18]
articolo curato da Sermarcus Demontfort
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[1] Il Trattato del governo della famiglia di Pippozzo del Sandro, datato 1299, viene spesso citato come prima fonte in cui compare un riferimento alle carte da gioco; in realtà, esistono forti perplessità sull’autenticità del documento, di cui esiste solo una copia trascritta nel XVII secolo da Francesco Redi.
[2] P. Egidi, Le croniche di Viterbo, p. 18. Frate Francesco inizia a narrare la storia della città attraverso testimonianze dirette a partire dal 1394.
[3] Della Tuccia menziona come fonte solo Cola di Covelluzzo. I. Ciampi, Cronache e Statuti della Città di Viterbo, p. 44.
[4] F. Bussi, Istoria della Città di Viterbo, p. 213.
[5] Il termine saraceno ha un’origine piuttosto incerta; forse derivava dall’aramaico sarqin, cioè «abitanti del deserto»; oppure dall’arabo sharqiyyùn, vale a dire «orientali»; o ancora era il nome di una tribù araba che abitava le coste meridionali del Sinai
[6] Nel 1370 un riferimento al gioco delle carte è contenuto nel Diccionari de rims di Joanne March e nel Llibre de dones di Francesco Eiximenis, entrambe catalani.
[7] Oggi come nel Medioevo, naipes è il termine con cui si indica il gioco delle carte in Spagna. Verosimilmente, deriva dalle contaminazioni semantiche intervenute durante la lunga dominazione mussulmana della penisola iberica.
[8] A. Carosi, Le carte da gioco in Viterbo e Ronciglione.
[9] C. Pinzi, Storia della città di Viterbo, III, p. 405.
[10] P. Egidi, Le croniche di Viterbo, p. 107. G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, Libro IV, p. 435, n. 38.
[11] T. Depaulis, Breviari del Diavolo so’ le carte e naibi.
[12] I. Ciampi, Cronache e Statuti della Città di Viterbo, p. 52.
[13] U. Congedo, Vita e costumi a Viterbo nel XV secolo, p. 18.
[14] F. Bussi, Istoria della Città di Viterbo, p. 271.
[15] Il gioco viene citato da Pietro Aretino, in Le Carte Parlanti (1534), come gioco “da senno”, cioè ragionato e non di mero azzardo.
[16] U. Congedo, Vita e costumi a Viterbo nel XV secolo, è. 19.
[17] Riforme, XXV, foglio 209.
[18] A. Carosi, Scipione Moscatelli fabbricante di carte da gioco e di fiammiferi, in Biblioteca e Società.