L’ERESIA CATARA NELLA VITERBO MEDIEVALE

LA FEDE DEI CATARI
Il Catarismo fu un movimento religioso che iniziò a propagarsi in Europa Occidentale a partire dal XII secolo e che sopravvisse fino al primo quarto del XIV secolo. Il termine «cataro», dal greco katharoi ossia puro, venne coniato dalla pubblicistica cattolica; tra loro, gli aderenti alla nuova fede, si chiamavano semplicemente boni homines o boni christiani. Nonostante il frazionamento in diverse correnti dottrinali, i catari si riconoscevano unitariamente nella teologia dualistica secondo cui l’universo è il campo di confronto tra il «Dio del Bene» ed il «Dio del Male»: il primo creatore del mondo spirituale, il secondo dominatore della materia. Ne conseguiva che anche gli esseri umani sono doppi, creature materiali ed impure nelle quali è intrappolata l’anima che ha infuso loro il Dio buono. Poiché le due matrici sono inconciliabili, il fedele esemplare è colui che cerca il vero bene avvicinandosi alla spiritualità attraverso la liberazione da ogni esigenza materiale; da qui un rigido ascetismo sia sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l’assunzione di cibo d’origine animale. In realtà, il rigoroso regime di astinenza richiesto dalla dottrina catara era esercitato solo da una ristretta cerchia di fedeli, chiamati perfecti; costoro erano la guida e l’esempio morale delle comunità composte da semplici credentes, i quali, dal loro canto, sebbene chiamati ad una vita austera, potevano procreare, fare affari e possedere beni personali.

Cerimonia del Consolamentum (Biblioteca Nazionale di Francia – XIII secolo)

Aspirazione ultima dei catari era la liberazione definitiva dell’anima dal corpo dopo la morte; ma perché ciò potesse accadere era necessario raggiungere, in vita, uno stato di illuminazione e purificazione che affrancasse lo Spirito Santo dalla dimensione corporea dell’uomo. Questa catarsi avveniva attraverso un complesso rito chiamato consolamentum, la cui efficacia veniva irrimediabilmente annullata qualora il consolato fosse nuovamente incorso nel peccato. Proprio per questa peculiarità, la consacrazione veniva impartita immediatamente solo ai Perfetti, mentre gli altri fedeli, per non rischiare di esporsi a trasgressioni invalidanti, ricevevano il «consolamento» in punto di morte. I catari riconoscevano nell’Antico Testamento l’emanazione del Dio Malo, mentre era opera del Dio buono il Nuovo Testamento. Gesù era considerato un angelo, puro spirito sceso sulla terra per liberare le anime prigioniere della materia; il suo corpo era mera apparenza, così come lo erano la nascita e la passione; assunti consequenziali furono la negazione della transustanziazione, l’avversione per la croce come simbolo della redenzione ed il rifiuto della figura della Madonna madre di Dio. Dopo la crocifissione, Gesù sarebbe ritornato in cielo lasciando gli apostoli custodi della sua ecclesia spirituale; ma il Dio del male la sostituì con la Chiesa di Roma, materiale ed immonda, della quale i catari disconoscevano ogni sacramento. Senza voler essere troppo categorici nel fissare i cardini di questa religione, pare pressoché assodato che il dualismo cosmico dei catari sia stato influenzato dal pensiero neomanicheo dei bogomili, una setta sviluppatasi in Bulgaria e in area balcanica la cui dottrina, all’inizio del XII secolo, entrò in contatto con l’Occidente europeo trovando terreno fertile nel crescente malessere religioso di quanti auspicavano il ritorno ad una Chiesa evangelica ed esigevano una maggiore partecipazione del mondo laico alla vita spirituale. La prima testimonianza certa di un culto i cui rituali richiamano il catarismo risale al 1144, anno in cui Evervino di Steinfeld scriveva a S. Bernando di Chiaravalle a proposito di certi eretici che a Colonia praticavano una “vita santa e durissima nel digiuno e nell’astinenza”. In breve tempo, i catari si diffusero nelle Fiandre, nella Champagne, in Inghilterra, in Catalogna, in Francia meridionale e in Lombardia. La Chiesa cattolica ebbe un iniziale atteggiamento di perplessità ed inerzia rispetto a quest’eresia, quasi a sottovalutarne la pericolosità e la complessità. La cancelleria pontificia reagì con ritardo e disordine, dapprima intraprendendo la strada della persuasione e del dibattito dottrinale, ed in un secondo momento rassegnandosi all’uso della forza da parte del braccio secolare. Nel concilio Lateranense del 1179 papa Alessandro III decretò la scomunicata di quegli eretici “che alcuni chiamano catari, altri patarini e altri ancora pubbliciani … e di tutti coloro che aderiranno ai loro principi e li difenderanno”. L’appello del pontefice venne accolto tiepidamente e i catari continuarono a prosperare, in particolare nell’Italia comunale e nella Linguadoca, terra quest’ultima dove potevano contare sull’appoggio dei conti di Tolosa.

Vangelo cataro (Biblioteca municipale di Lione)

Alla sostanziale inoperosità dei poteri laici, nel 1184 papa Lucio III replicò con la bolla Ad Abolendam, che conferì ai vescovi l’incarico di ricercare e processare gli eretici per processarli, attribuzione che di fatto gettava le basi per il tribunale dell’Inquisizione, istituzione ecclesiastica che venne poi perfezionata dai successivi pontefici. Più tardi, papa Innocenzo III si dedicò con fervore alla repressione dei catari della Linguadoca; contro di essi e contro i feudatari che li sostenevano, nel 1209 bandì una crociata alla quale accorse un numeroso esercito di nobili e cavalieri francesi. La sanguinosa guerra che ne scaturì terminò solo nel 1229 dopo che a scendere in campo fu lo stesso re di Francia, Luigi VIII. Dopo decenni di persecuzione e di pratiche inquisitoriali, l’atto finale della lotta agli eretici fu la presa del castello di Montségur, ultimo caposaldo della resistenza catara francese (1244).

I CATARI A VITERBO
In Italia il catarismo venne introdotto nella seconda metà del XII secolo, probabilmente, da predicatori erranti provenienti dall’Europa orientale. I principali centri d’irraggiamento furono la Lombardia e Firenze; nel 1250 l’inquisitore Raniero Sacconi censì 4.000 perfetti distribuiti su sei circoscrizioni ecclesiali: Concorezzo (Monza), Desenzano (Lago di Garda), Bagnolo S. Viro (Mantova), Vicenza, Firenze e Spoleto. Le prime notizie circa la presenza di catari a Viterbo risalgono alla fine del XII secolo, quando in città era attivo il perfecto Pietro Lombardo, personaggio carismatico e grande oratore. Le autorità locali si mostrarono piuttosto tolleranti con i seguaci della nuova dottrina, il cui sforzo tangibile e pratico di testimoniare il messaggio evangelico incontrò il favore della popolazione. Nel 1198 il doctor manicheorum Pietro Lombardo si trasferì ad Orvieto, che già da alcuni decenni era terra di proselitismo cataro, lasciando a Viterbo una vivace cellula di convertiti. Fu così che nel marzo del 1199 papa Innocenzo III inviò al popolo di Viterbo la decretale Vergentis in senium con la quale intimava l’espulsione dei catari e disponeva l’estromissione da ogni diritto, pubblico e privato, di quanti offrivano loro protezione e sostegno. Il diktat papale non dovette conseguire grandi risultati, pochi mesi più tardi, infatti, Viterbo aprì le porte a diversi catari orvietani scampati alla violenta epurazione condotta nella cittadina umbra dagli ufficiali pontifici. In particolare, alcuni di questi fuggitivi trovarono riparo presso Guido e Nicolò, signori del castello di Rispampani, la cui famiglia era saldamente inserita nell’aristocrazia viterbese.

Il 30 marzo 1200 Innocenzo III si doleva con le autorità per il formicolare in città di molti eretici e minacciò di sopprime la sede episcopale: alioquin contra ipsos durius procedetur, eos etiam privando pontificali dignitate. Nel corso del medesimo anno il papa sostenne il Comune romano contro Viterbo nella guerra per il controllo del castello di Vitorchiano; scelta di campo che acutizzò l’inimicizia dei viterbesi ed accelerò il loro avvicinamento al movimento cataro. Al termine del conflitto, delle pesantissime condizioni di pace imposte da Roma si ritenne in qualche modo responsabile Innocenzo III, sicché fu inevitabile che in città s’andasse organizzando una fazione dall’impronta antipapale che, negli anni successivi, riuscì ad impadronirsi del governo comunale. Con decretale del giugno 1205 il pontefice si scagliò con violenza inaudita contro i viterbesi per aver affidato la magistratura consolare agli eretici (patarenorum in consules eligere) e l’ufficio di camerario a Giovanni Tignoso, definito perditionis filium ed heresiarcha. L’epistola esordiva con quest’anatema: “quando non pur gli uomini, ma gli elementi stessi si collegassero insieme per distruggervi, non guardando a sesso e ad età, il castigo non sarebbe ancor quanto vi meritate”. Quindi, dopo averli marchiati come peccatori peggiori di ebrei e pagani (in peccatis quindem excellitis universos, facti perfidiores judaeis et crudeliores paganis), Innocenzo III ingiungeva agli abitanti della città di cacciare gli eretici senza che questi potessero in alcun modo avvalersi di tutela legale; veniva, infatti, fermamente vietato ad avvocati e notai di patrocinare “eretici, credenti, simpatizzanti e difensori” o dare loro consiglio e mettere a disposizione scritti o atti pubblici.  A luglio il papa intimò al vescovo Raniero di far ritorno in città, dalla quale si era temporaneamente allontanato, affinché sotto la minaccia della scomunica imponesse l’espulsione degli eretici e di quanti fossero sospettati di essere loro complici; ritenendo che Raniero fosse troppo debole, gli venne affiancato il vescovo di Orvieto, Matteo, il quale si era dimostrato assai attivo nel reprimere l’eresia nella sua città. A dar forza ai due prelati veniva decretato che, in caso di mancato rispetto dell’ingiunzione pontificia, tutte le città e i castelli vicini avrebbero dovuto dichiarare vivam guerram a Viterbo. Evidentemente le minacce papali non produssero gli effetti auspicati; infatti, con una lettera del 6 febbraio 1206, il papa si lamentava con Raniero e con il clero viterbese per non avere fatto eseguire alle autorità comunali la restituzione dei beni sottratti dagli eretici ad un certo Giovanni Boni.

NEMICI RELIGIOSI O POLITICI?
La fede catara, per i suoi aspetti ideologici e sociali, rappresentò per i viterbesi un importante elemento identitario in un frangente in cui le libertà comunali rischiavano di essere fortemente compromesse dalla politica egemonica del Chiesa romana. Tuttavia, la maggioranza di coloro che si avvicinarono all’apostolato cataro non era eretica nel senso autentico del termine, ma era per lo più composta da simpatizzanti che trovavano conforto in una dottrina che esaltava la rinuncia come valore e postulava un clero spoglio di beni materiali. Non solo, in molti casi, i predicatori catari non erano neppure avvertiti come eretici ma solo come uomini santi che testimoniavano Cristo in un modo diverso da quello codificato dalla gerarchia ecclesiastica.

Innocenzo II indice la crociata contro gli Albigesi (Grandes Chroniques de France del Mahiet XIV sec.)

La stessa legislazione antiereticale emanata da Innocenzo III aveva chiaramente una dimensione più politica che dottrinale. Con la decretale Vergentis in senium l’eresia non era più un peccato individuale ma un reato di lesa maestà, un crimine pubblico che ledeva l’ordine e l’unità della società cristiana. Si creavano in questo modo i presupposti giuridici affinché si potesse perseguire come eretico chiunque non fosse ritenuto in armonia con il magistero della Chiesa e non necessariamente per polemiche riguardanti la religione. Eretici erano, dunque, anche quei governi comunali e quei signorotti del Patrimonio che, resistendo all’opera di restaurazione avviata dal papato, rappresentavano un pericolo per il bene collettivo. Alla fine di maggio dell’anno 1207 Innocenzo III venne a Viterbo per condurre personalmente la lotta all’eresia e costringere i maggiorenti cittadini a riconoscere la sua autorità. Con questa curiosa annotazione i cronisti quattrocenteschi ricordano le censure mosse dal pontefice contro i viterbesi durante un’assemblea convocata nella cattedrale: “O cittadini di Viterbo, io non venni mai più da voi, e vi do per consiglio che non vi fidiate di chierica rasa [sacerdoti catari?], come avete fatto di me. E volle che molti notari ne fossero rogati. Di Viterbesi chi ne piglio suspetto e chi non se ne curò.”[1]    Il 26 giugno, ancora a Viterbo, Innocenzo emanò le costituzioni “Ad eliminandam omnino de patrimonio beati Petri haereticorum spurcitia” con cui ordinava la consegna al braccio secolare degli eretici presenti in città, nonché la demolizione delle loro abitazioni; inoltre, stabiliva che il patrimonio dei colpevoli venisse confiscato e che il prezzo ricavato dalla vendita si dividesse in tre parti, una destinata a chi aveva favorito la cattura, una al clero che aveva comminato la punizione e una alla costruzione delle mura cittadine. Anche chi si era macchiato di aver protetto gli eretici veniva espropriato della quarta parte dei propri averi e, se recidivo, doveva essere esiliato. Ogni anno l’intera cittadinanza avrebbe dovuto giurare fedeltà alle prescrizioni papali, con la pena di pesantissime multe ed il bando per chi tradisse l’impegno. Il 12 agosto il Papa diresse una lettera al Comune, con la quale autorizzava i consoli a reclamare, da chiunque le tenesse in deposito, la consegna delle cose mobili appartenute agli eretici e a punire gli incettatori. Le prescrizioni antiereticali contenute nel decreto “Ad eliminandam haereticorum spurcitia” vennero integralmente riprese il 23 settembre nel Parlamento che il papa convocò a Viterbo, rendendole esecutive in tutto il Patrimonio.   Nonostante quest’energica azione repressiva, i predicatori catari continuarono a muoversi nella Tuscia, dapprima in semi clandestinità, quindi sempre più manifestamente.

Nel 1220, appena quattro anni dopo la morte di Innocenzo, una lettera del vescovo viterbese Raniero denuncia il proselitismo operato dall’eretico Roberto nelle chiese di Corneto e riporta così uno dei suoi presunti sermoni:      “Magister Robbertus predica che nessun battezzato, per quanto abbia commesso peccati mortali, sarà dannato; che il sole e la luna sono corpi animati e che l’anima è fuoco; afferma anche che non commette peccato chi presta ad usura, ma quello che prende un prestito. Traviando le parole con cui l’Apostolo Paolo racconta il suo rapimento in estasi fino al terzo cielo [il Paradiso], il Magister Robbertus afferma che esistono tre “cieli” [piaceri sessuali], quello coniugale, quello represso e quello virginale. Il primo è quando il marito e la moglie giacciono nel letto e accade che la moglie fa un prontissimo bumbum a fianco del marito in modo tale che non venga sentito da altri; il secondo è quando una vedova, per contenere la lussuria che l’assale durante il congiungimento, fa entrare il pissarium nel grembo fino a che tocchi il busbinellum; il terzo cielo è quando una giovane, che ha fatto voto di castità, presa da un impeto d’eccitazione, si impossessa di una cosa qualunque e sfregandosi spegne quell’illecito ardore”. L’eretico, dunque, veniva descritto non soltanto come un antagonista della Chiesa sul piano religioso, ma anche come un pericoloso sovvertitore sociale e morale.    In una coeva lettera, il vescovo ordinò al clero cornetano di imporre alla popolazione di abbandonare gli eretici Grappaldo e Bernardo, pena la scomunica, e di tornare a pagare le decime alla Chiesa.     Le raccomandazioni di Raniero furono, evidentemente, inutili e, qualche anno dopo, scriveva ad Onorio III che i chierici viterbesi si dimostravano inadeguati a controbattere, nei dibattiti pubblici, le tesi degli eretici. La disparità era tale che, uno di questi, tale Lugdoniste, veniva comunemente chiamato Leonistas per essersi rivolto contro i preti con l’impeto di un leone ruggente (adversus ecclasiarum prelato rugiunt ut leones).   Nel frattempo, si riaccese la conflittualità tra Viterbo e Roma col pretesto del controllo di Centocelle. Quello che era chiaramente uno scontro economico-politico venne ammantato di tinte religiose dal senatore romano Giovanni che, anche per assicurarsi l’appoggio del papato, dichiarò una sorta di crociata contro i viterbesi accusandoli di essere catari e patarini (Viterbienses cathari sunt et patareni et taliter et taliter nos offenderunt).

LE SCOMUNICHE PAPALI
La guerra con Roma si trascinò per anni nella sostanziale neutralità del papato. Di conseguenza, in città si consolidò presto una fazione filoimperiale, tanto che già nel 1226 alcuni ambasciatori del Comune erano stati inviati presso Federico II per invocarne la protezione; alcuni anni dopo, durante il rinfocolare delle ostilità, l’imperatore inviò truppe in soccorso della città e due dei suoi ufficiali furono nominati podestà.[2] Anche grazie all’intermediazione di papa Gregorio IX, nel 1235 venne raggiunta una tregua con i romani; liberatisi da quel conflitto logorante, i viterbesi adottarono una politica sfrontatamente ostile al papato e si diedero ad invadere il territorio di Montefiascone, in quei tempi dominio della Camera Apostolica. Che quest’atteggiamento fosse conseguenza della penetrazione nelle magistrature cittadine di seguaci del catarismo è questione dibattuta; di certo l’idea di questa connivenza venne fortemente alimentata dalla propaganda papale e fu la sua principale arma per incalzare gli avversari e guadagnare alla propria causa il consenso di una parte della cittadinanza, soprattutto dei ceti emergenti e delle fasce popolari. Il 2 agosto del 1235 Gregorio IX scriveva al priore del convento di S. Maria in Gradi invitandolo ad indagare sulle sette dilaganti nelle diocesi di Viterbo, Orte, Bagnoregio, Castro, Sovana, Amelia e Narni.[3] Si tratta di uno dei primissimi atti che documentano l’affidamento del officium inquisitionis ai frati dell’Ordine di S. Domenico in Italia; era successivo di soli tre anni alla bolla Illae humani generis con cui lo stesso Gregorio IX aveva riconosciuto per la prima volta competenze inquisitoriali ai domenicani tedeschi. Molti importanti inquisitori vissero e si formarono nel convento viterbese, come magistro Guglielmo di Vado Trossano, chiamato il “martello dei patarini”, e frate Benvenuto, magnus sophista e fervente predicatore. L’8 agosto del 1235, dalla sua residenza perugina, il pontefice redarguì il podestà, il consiglio e il popolo viterbese che, infettati dal veleno dell’eresia, avevano stretto alleanze (collegationes et confederationes) a danno della Chiesa.

Cacciata dei Catari da Carcassonne (Bottega di Maestro di Boucicaut – Grandes Chroniques de France)

Appena cinque giorni più tardi, rivolgendosi, invece, ai vescovi del Patrimonio li incitava a perseguire gli eretici che pericolosamente brulicavano nella regione e che a Viterbo avevano insediato un loro capo spirituale, tale Giovanni Beneventi, che tutti chiamavano «papa».[4] In particolare, ingiunse al vescovo viterbese di ammonire i frati dell’ordine di S. Giovanni affinché non dessero sepoltura ai sospetti d’eresia; era, infatti, giunta notizia che nel cimitero dell’ospedale gerosolomitano di S. Giovanni e Vittore[5] erano state accolte le spoglie di Ildibrandino di Cittadino, de heresi publice infamatum, che era stato camerario del Comune nel 1220 e console viterbese nel 1230. Sul finire del 1235 Gregorio IX venne a Viterbo con la ferma decisione di reprimere i fermenti ghibellini sotto l’accusa d’eresia. Per prima cosa ripubblicò il decreto già emanato nel 1233 con il quale scomunicava tutto l’universo eretico, che comprendeva Catari, Patarini, Poveri di Lione, Passagini, Giosefini, Arnaldisti e Speronisti: “I condannati dalla Chiesa siano affidati al giudizio secolare e debitamente puniti … se chierici prima siano spogliati dei loro ordini. Chi si rifiuti di tornare a vera penitenza, sia precipitato in un perpetuo carcere. Chi accoglie, difende e sostiene gli eretici sia scomunicato anch’egli; gli scomunicati che non cesseranno di professare le loro pretensiose credenze siano esclusi dagli uffici pubblici e dai consigli e, inoltre, perdano il diritto di eleggere gli altri, di testimoniare e di ereditare …            Chi sia soltanto sospettato d’eresia e non chiarisca la propria innocenza con sufficiente discolpa sia colpito dalla spada dell’anatema e fintanto che non abbia interamente espiato sia da tutti evitato; trascorso un anno senza che si sia adeguatamente discolpato sarà scomunicato …   I chierici, gli Ospedalieri, i Templari e qualsiasi altro religioso non devono somministrare a questi appestati i sacramenti né da loro ricevere elemosine e oblazioni, pena la perdita del loro officio; stessa condanna per chi osasse dare sepoltura ecclesiastica agli scomunicati …   E’ vietato ai laici di prendere parte a dispute sulla fede cattolica, sia pubbliche che private, altrimenti siano annodati col laccio della scomunica; stesso accada a coloro che mancheranno di denunciare al proprio confessore il sospetto di possibili eresie, la notizia di occulti conciliaboli e i comportamenti di quanti si discostino dai costumi comuni ai fedeli …”[6]

Gregorio IX passò dalle minacce all’azione ordinando che le case e le torri delle famiglie macchiate d’eresia fossero abbattute; in particolare le cronache ricordano che la vigilia di natale del 1235 fu scaricata la torre di tale Altobrandino, personaggio identificabile col già citato Ildibrandino di Cittadino o con Ildibrandino Burgundione, principale promotore della ribellione antipapale di due anni più tardi. Contestualmente, Gregorio volle propiziarsi la popolazione decretando la ricostruzione, a spese dell’erario pontificio, del tratto di mura che i romani avevano fatto distruggere anni prima quale pegno della tregua concessa. Inoltre, promosse lo sviluppo in città dei nuovi ordini mendicanti, che, oltre ad essere solerti strumenti dell’inquisizione, costituivano la più efficace risposta alla capacità persuasiva, sia in campo dottrinale che esistenziale, dei catari; i domenicani agiranno soprattutto mediante la predicazione, mentre i minori attraverso l’esempio della personalità di Francesco d’Assisi. Dopo che il papa lasciò Viterbo, nel 1237 la città ricadde in mano ai ghibellini, incoraggiati dai successi che Federico II stava raccogliendo contro i comuni guelfi del nord Italia. Immediato Gregorio IX scomunicò il podestà, il balivo e gli altri ufficiali municipali, quindi scagliò l’interdetto sull’intera comunità.

ERETICI E GHIBELLINI
Scomunicato nel marzo del 1239 per essersi impadronito di alcuni territori rivendicati dalla Chiesa, all’inizio dell’anno successivo Federico II rivolse il suo esercito contro il papa. Nel febbraio del 1240 varcò i confini del Patrimonio ed entrò a Viterbo nel tripudio della fazione ghibellina; rinunciato al proposito di affrontare il papa arroccato a Roma, l’imperatore si diresse nel meridione lasciando in città, come suo vicario, il conte Simone da Chieti. Appena tre anni più tardi i guelfi viterbesi, sobillati dal cardinale Capocci, organizzarono una rivolta che si risolse nel mese di novembre con la fuga delle truppe imperiali. Nella primavera del 1247 si giunse ad una ricomposizione dei viterbesi con l’imperatore e di nuovo la compagine ghibellina ebbe in mano la città. Nel mese di dicembre il podestà Manetto Bovoli decretò l’esilio della famiglia di Rosa, una giovanissima penitente attorno alla quale si era andata raccogliendo una piccola comunità di seguaci. Il popolo non tardò ad attribuire quella decisione agli eretici che si erano insinuati tra le fila degli amministratori del Comune; costoro avrebbero, infatti, temuto la concorrenza di quella giovinetta che, pur praticando l’ascesi e la privazione, si muoveva nell’ambito della piena ortodossia cattolica. Verosimilmente, con quel bando si volevano sottrarre Rosa e il suo apostolato dalla speculazione della fazione guelfa, i cui animi erano stati di certo rinfocolati dall’insurrezione popolare che ad ottobre aveva rimosso i ghibellini dal governo di Firenze.

All’indomani della morte di Federico II (dicembre 1250) la città cercò una riconciliazione col papato: il nuovo Statuo del 1251, sebbene redatto da mano ghibellina, fu intitolato ad Innocenzo IV e comprese clausole che consentivano il rientro dei fuoriusciti guelfi. Dal canto suo, il papa nell’aprile del 1252 riabilitò Viterbo dalla scomunica ricevuta anni prima per l’adesione allo Svevo. Inoltre, il 6 maggio dell’anno successivo prosciolse dalla condanna per eresia tutti i capi ghibellini, tra i quali spiccavano alcuni esponenti degli Alessandri, dei Salamari, dei Nucci, dei Tignosi e dei Sinibaldi, oltre a numerosi altri notabili cittadini come Biagio Di Vico, Andrea Veraldi (della famiglia Gatti) e il giudice Iacopo Bartolomei. Ciò nonostante, il clima tra le fazioni rimase assai teso. Nel 1254 venne diffusa la voce che il sotto priore di S. Maria in Gradi aveva qualificato i viterbesi come eretici presso il papa; ne seguirono clamorosi tumulti e minacciose azioni contro il convento domenicano, tanto che Innocenzo IV fu costretto a scrivere una bolla alle autorità cittadine con la quale smentiva ogni addebito rivolto ai frati e biasimava le violenze perpetuate dalla popolazione.[7] L’accusa di eresia aveva ormai smarrito ogni contenuto religioso e dottrinale, trasformandosi definitivamente in uno strumento di potere e di repressione in mano a quelle consorterie che, per difendere o consolidare i propri interessi, si facevano guelfe all’occorrenza. L’INQUISIZIONE FRANCESCANA Con la bolla ad extirpanda, nel 1252 Innocenzo IV aveva sottratto dal controllo laico ogni iniziativa in campo inquisitoriale, trovando non poche resistenze nei Comuni che volevano, invece, mantenere una loro autonomia nella lotta all’eresia. Fu così che due anni più tardi, il papa estese il negotium inquisitionis, fino ad allora limitato a vescovi e domenicani, anche ai frati dell’ordine francescano. Venne loro attribuita la giurisdizione sulle regioni dell’Italia centrale e i loro tribunali furono particolarmente attivi nel Patrimonio di S. Pietro.

Temporaneamente votati alla causa papale, nel 1260 i viterbesi confiscarono all’eretico Capello il feudo di Chia ed il vicino castello di Colle Casale; l’aggressione venne eseguita su mandato dell’inquisizione francescana e per conto di Alessandro IV che voleva colpire un alleato di Castellano degli Andalò, Senatore di Roma e antagonista politico del papato. Le ambizioni egemoniche sulla penisola di Carlo d’Angiò, alleato del papa in chiave anti Sveva, mobilitarono gli animi dei ghibellini italiani. Temendo sovvertimenti nel governo di Viterbo, nell’estate del 1265 il Rettore del Patrimonio ordinò ai priori dei conventi di S. Maria in Gradi e di S. Francesco di avviare processi contro gli eretici che eccitavano la popolazione. Ma all’avvio delle inquisizioni si scatenò una violenta ribellione che si concluse con moltissimi feriti e due morti, tra i quali Alessandro degli Alessandri, vir strenuus et ecclesiae Romanae fidelis. Clemente IV riuscì a ricucire i rapporti con i viterbesi ed ottenne che gli inquisitori continuassero nella loro opera. Con le confische ordinate da Bartolomeo di Amelia dei frati minori, inquisitor heretice pravitatis in Viterbio et Romana provincia, nel gennaio del 1266 venne eretta la torre della Pila. Allo stesso inquisitore si dovette la condanna e l’esproprio dei beni appartenuti a Maccabeo di Riccardo e ai fratelli Meliorato e Riccario della famiglia Petroboni.

San Domenico e gli Albigesi di Pedro Berruguete (XVI sec. – Museo del Prato Madrid)

Tra il 1268 e il 1269, ancora fra Bartolomeo e il suo correligionario fra Benvenuto furono i protagonisti di una massiccia campagna antiereticale nella vicina Orvieto; dai verbali degli interrogatori emerge che alcuni anni prima Josep, Gualdino, Rosso ed Oddone, tutti catari originari di Viterbo, erano stati ospitati ed avevano predicato nella cittadina umbra. Questa frenetica attività degli inquisitori francescani non derivava tanto da una reale ripresa della fede catara, quanto dalla preoccupazione per la discesa in Italia di Corradino di Svevia e dal conseguente risveglio delle speranze ghibelline; aspettative che, tuttavia, s’infransero, all’indomani della disastrosa sconfitta del rampollo tedesco a Tagliacozzo (23 agosto 1268). Il Duecento si chiude con un ultimo clamoroso processo per eresia che vide coinvolti oltre 500 cittadini. Da anni Viterbo era in rotta con gli Orsini per il controllo dei castelli della Tuscia e nel febbraio 1286 il Comune incaricò il francescano Angelo da Rieti, inquisitore provinciale, di avviare una trattativa per ricomporre le parti. La mediazione del frate permise il raggiungimento di un accordo che, tuttavia, prevedeva gravissimi oneri per i viterbesi; la ratifica del documento da parte consiglio cittadino fu possibile solo perché Angelo da Rieti minacciò di processare come eretici quanti non avessero votato a favore. Verosimilmente, nei giorni successivi alcuni cittadini si organizzarono per impugnare la validità del trattato estorto con l’intimidazione; fu allora che frate Angelo mise in pratica quanto annunciato e avviò gli interrogatori per incriminare i contestatori. Al termine dell’istruttoria, non potendo dimostrare un allontanamento dall’ortodossia degli accusati, decise comunque di iscrivere i loro nomi nei registri dell’inquisizione, in modo tale che su di essi e sui loro discendenti si mantenesse il sospetto d’eresia. Su ricorso del podestà viterbese Perolino di Turrelonga, nel 1304 papa Benedetto XI ordinò la revisione del processo intentato da Angelo da Rieti e, acclarato l’abuso di potere perpetuato dal francescano, gli oltre cinquecento coscritti in libris inquisitionum vennero riabilitati.

 

articolo curato da Sermarcus Demontfort

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Bibliografia:

G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chies

C. Pinzi, Storia di Viterbo

M. Papacchini, Raniero vescovo di Viterbo (1199-1222) e la sua corrispondenza, in Biblioteca e Società

T. Di Carpegna Falconieri, Testimonianze di eterodossia nel Patrimonio di San Pietro in Tuscia durante il secolo XII

M. D’Alatri, Un mastodontico processo per eresia a Viterbo nello scorcio del duecento

L. Fumi, Codice diplomatico della città d’Orvieto

G. Zanella, L’eresia catara fra XIIL e XIV secolo: in margine al disagio di una storiografia

G. Zanella, Educazione e cultura degli eretici (secc.XII-XIV)

J.C.M. Vigueur, Religione e politica nella propaganda pontificia (Italia comunale, prima metà del XIII secolo)

L. Paolini, Gli Ordini mendicanti e l’Inquisizione

M. Benedetti, Frati Minori e Inquisizione. Alcuni casi nell’Italia medievale

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[1] P. Egidi, Le croniche di Viterbo, p. 40. Erroneamente le cronache indicano l’anno 1206.

[2] Si trattava di Rainaldo di Acquaviva e di Guglielmo de Foliano, podestà, rispettivamente, nel 1232 e nel 1235. N. Kamp, Istituzioni Comunali, pp. 77-78.

[3] F. Cristofori, Le Tombe dei papi, p. 78.

[4] P. Balan, Storia di Gregorio IX e dei suoi tempi, II, p. 435.

[5] Precettoria giovannita attualmente ubicata in località Commenda, sulla strada prov.le Verentana.

[6] T. Ripoll, in Bullariuin Praed. I, p. 147, data la bolla al 7 marzo 1236.

[7] Bolla del 1 marzo 1254.