OFFREDDUCCIO DI VALCENA CAPOSTIPITE DEI TIGNOSI

Nell’Italia centrale dell’undicesimo secolo si assiste al progressivo dissolversi dell’antico sistema curtense e all’intensificarsi di fenomeni di concentrazione umana: vecchie e decadute civitates si schiudono a nuova vita mentre altre sorgono ex novo dalla fusione di un preesistente nucleo fortificato con i borghi nati ai margini delle sue  mura. Sulla sfondo di questa generale trasformazione, anche Viterbo conosce un consistente aumento della popolazione e vive una repentina urbanizzazione del suo castello. Una crescita così pronunciata e quasi travolgente, senza dubbio, non è resa possibile dal solo aumento naturale degli abitanti del Castrum Viterbii ma, agli inizi soprattutto, è strettamente legata all’immigrazione di gente nova proveniente dalla campagna. Si tratta di signorotti del contado attratti dalla prospettiva di inserirsi negli affari della nascente comunità, di faccendieri e possidenti fondiari in cerca di fortuna e di mercanti ambulanti che preferiscono passare i rigidi inverni al riparo in città, dov’è più sicuro raccogliere e conservare le merci e dov’è possibile mescolarsi a qualche conveniente commercio. Così cresciuta, Viterbo ha bisogno di essere approvvigionata di generi di prima necessità e, sempre più di frequente, i contadini dei dintorni vi si recano per vendere le loro derrate nel mercato che ogni settimana si tiene fuori del castello di S. Lorenzo. Non appena la produzione supera il puro fabbisogno locale, il mercatum si trasforma in luogo di scambio con gli altri centri vicini e sempre più venditori accorrono d’ogni parte per rifornire la città di mercanzie e materie prime da lavorare. L’area di attrazione urbana, tanto più estesa quanto il centro è attivo, tende dunque a raggiungere villaggi sempre più lontani; così agricoltori ed artigiani delle aziende rurali si trasferiscono con le loro famiglie nelle contrade della città e trovano di che vivere come fabbri, carpentieri, muratori, guidatori di bestiame, commessi e operai avventizi.

E’ nell’ambito di questo processo migratorio di inizio Millennio che si colloca la comparsa di Offredduccio, il capostipite dei Tignosi, una delle famiglie più importanti del Medioevo cittadino. Offredduccio era originario di Valcena, un piccolo villaggio fortificato a nord-ovest di Viterbo, sorto a circa 9 kilometri più a sud dell’importante rocca di Monte Aliano. Mentre di quest’ultima costruzione sono ancor oggi visibili i cui possenti ruderi nei pressi della strada Trinità (il diverticolo che collega la provinciale Martana con la Tuscanese), di Valcena non resta più alcuna significativa testimonianza architettonica. Valcena e il suo castello sono nominati sin dal 1048 e altre citazioni si hanno in atti del ‘200, spesso in relazione ad una via valcenensis, forse identificabile con l’attuale strada Dogana. Nei secoli successivi, l’abitato venne progressivamente abbandonato e, probabilmente, il castro fu demolito; tuttavia, nei tempi a venire la memoria di quei luoghi continuerà a sopravvivere nella toponomastica dell’agro viterbese. Ad esempio, nel suo Veterum Etruscorum Monumenta del 1738, Feliciano Bussi testimonia ritrovamenti archeologici in loco qui dicitur Belceno. Nel Catasto Piano Gregoriano (1819), più precisamente nella mappa 190 «Cipolara», si trova ancora Belcena come nome di un’area rurale nei pressi della confluenza tra il fosso Guazzo ed il fosso del Perone. Nelle carte topografiche della prima metà del ‘900, nella stessa zona è riportata l’indicazione «Grotte di Bolceno». Quanto al nostro Offredduccio, il suo nome compare per la prima volta in una cartula del 1118 dov’è indicato assieme alla moglie Nera, alla cognata Kiera, vedova di Sifredo di Giordano (proprietario di beni nel Castello di Bagnaia), e alla nipote Ropa, futura sposa di Guitto dei conti di Fara. Il documento ci propone, quindi, un Offredduccio de Valcena che, come evidenziano le relazioni parentali, si è ormai inserito saldamente nell’élite cittadina. Manca, invece, qualsiasi notizia relativa alla sua originaria condizione sociale, anteriore cioè al periodo d’immigrazione a Viterbo.

Si è tentati ad escludere una sua qualche appartenenza all’aristocrazia rurale o al ceto dei possessores in quanto non esistono testimonianze di sue proprietà fondiarie o immobiliari nei pressi di Valcena o, comunque, nel contado. Si può allora immaginare che Offredduccio appartenesse al ceto vassallatico di più basso rango, quello dei milites, ossia quegli uomini d’arme deputati al controllo di poderi e rocche in nome di un signorotto laico o ecclesiastico. In un secondo momento, poi, intuite le potenzialità della nascente città, Offredduccio decise di mettere a miglior frutto le sue doti soldatesche trasferendosi a Viterbo. Rimanendo ancora nel campo delle supposizioni, si può allora ipotizzare che Offredduccio abbia fatto il proprio ingresso nel ceto delle clientele armate e che, passo dopo passo, abbia conquistato uno spazio nella gerarchia cittadina, ancora non cristallizzata in una nobiltà giuridicamente chiusa, magari attraverso un vago accostamento al movimento comunale. Ma la vera occasione per riuscire nell’arrampicata sociale si presenta poco più tardi grazie al matrimonio con Nera. Il padre della giovane è Landolfo, un facoltoso aristocratico che, privo di discendenza maschile, vuole assicurare alla figliola un marito dotato di una solida posizione e capace di preservare l’importante patrimonio accumulato. E così, in un sol colpo, il forestiero di Valcena entrò a far parte di uno dei più influenti gruppi familiari della città e s’impadronì della consistente dote della moglie, per lo più costituita da casamenti e terreni, in particolare, concentrati nel periferico castello di Sonza (l’odierno area della basilica di S. Francesco). Morto Offredduccio, i suoi diretti  discendenti proseguirono e consolidarono l’opera dell’avo e, grazie alle molteplici relazioni intrecciate, raggiunsero uno straordinario prestigio economico e politico. Principale protagonista di questo prodigioso potenziamento, nonché eponimo della schiatta, fu il nipote di Offredduccio: Tignoso di Landolfo, vissuto tra la fine del XII secolo e la metà del successivo. Per quanto curioso, l’appellativo Tiniosus è tutt’altro che raro nelle fonti medievali. A Viterbo, già alla fine dell’anno Mille, si ha notizia di un Pincu Tingusu e di Giovanni dei Gualfredi detto Tingusu (forse un lontano parente di Offredduccio); nel secolo successivo, invece, sono nominati Iohannes de Tinioso, Tinioso Dalvisca, Tignoso di Rollandino e Tignoso da Vitorchiano. Ma il nome ricorre spesso anche nel resto dell’Italia centrale: a Roma, dove nel 1058 il trasteverino Giovanni Tinioso è investito della carica di Prefetto; nella Sabina (Farfa) e in Umbria, nelle Marche, in Romagna e in Toscana, in particolare a Pisa, dove i “del Tignoso” daranno origine ad una dinastia di banchieri, e in Val d’Orcia, dove Tignosi sono i conti di Tintinnano. Persino in Francia si registra la presenza di parecchie persone chiamate «Tigneaux».

In alcuni casi, Tignoso è niente più che un soprannome attribuito per evocare l’indole ostinata di un personaggio (rognoso, cocciuto). Altre volte, invece, il termine è usato direttamente come nome proprio e, persa ogni connotazione negativa, sta a significare persona irriducibile, «superba». Indubbiamente nel caso di Tignoso di Landolfo mai nome fu più profetico. Nella sua vita, infatti, non mancò di distinguersi per tenacia e caparbietà; tutte doti che furono decisive per imporsi come attore della vita politica cittadina, ma anche per assicurare alla sua progenie un saldo inserimento nel sistema feudale del contado a danno della vecchia ed indebolita nobiltà rurale. Su questo secondo fronte, emulo del nonno, Tignoso scelse la via maestra del matrimonio: ed in effetti, lo troviamo sposato alla nobile Maria, nipote di Rainone signore del castello di Soriano, attraverso la quale entrò in possesso di ricche proprietà fondiarie. Ma non è tutto: Tignoso era uomo d’armi, membro della milizia cittadina, e quale compenso per i suoi servizi, nel 1228, ottenne in concessione dal Comune di Viterbo il castello di Alteto, una fortezza a sud di Vetralla. E’ solo l’inizio dell’espansione feudale dei Tignosi che raggiungerà il suo apice nella seconda metà del XIII secolo con il dominio anche dei castelli di Cocumella e Celleno.

A Viterbo, Tignoso e i suoi più stretti parenti possiedono terreni, mulini, fabbricati e palazzetti; in particolare sul colle della Cattedrale hanno occupato un intero caseggiato fortificato (oggi identificabile con l’isolato dell’Ospedale Vecchio e del Palazzo Farnese), che i documenti descrivono dotato di torri e di biffe per il lancio di proiettili: una sorta di trasposizione urbana del cassero rurale. Portatori di una tradizione militare antica ed espressione di un’oligarchia fondata sul possesso fondiario ed immobiliare, i Tignosi dominarono la scena politico-istituzionale viterbese duecentesca. I sommovimenti antimagnatizi ed il successivo instaurarsi delle effimere signorie trecentesche segnarono un progressivo declino della famiglia. Secondo alcuni storici i successori di Offredduccio e di suo nipote Tignoso si sarebbero estinti nel XV secolo a vantaggio di un ramo secondario: i Tignosini.

Costoro si distingueranno per violenza e risolutezza nelle liti tra fazioni quattrocentesche e saranno anche detti «Maganzesi». In questa particolare denominazione i cronisti e gli studiosi del passato hanno voluto riconoscere l’indizio di un’origine tedesca del ceppo familiare primitivo. In realtà il soprannome maganzesi o maguntini (citato per la prima volta solo nel 1429) fu coniato dai nemici dei Tignosini come sinonimo di «rinnegati», secondo l’accezione che il termine assunse nel corso del Medioevo. Nell’epopea della Chansons de geste, infatti, Gano di Magonza era il paladino franco che ordì con i Mori l’aggressione della retroguardia di Carlo Magno nelle gole di Roncisvalle. Nei poemi cavallereschi italiani (Il Furioso, L’Innamorato, Astolfeida, ecc. …) Gano e i membri della sua discendenza furono definitivamente rappresentati come proverbiale immagine dei traditori. Tutt’altro che stranieri, i Tignosi devono la loro storia all’audacia e all’ambizione di quell’Offredduccio che, emigrato dalla sua Valcena, decise di legare il proprio destino a quello di una Viterbo in pieno sviluppo.

articolo curato da Sermarcus Demontfort

illustrazioni di Marco Serafinelli

n.d.a.: Le notizie su Offredduccio da Valcena e il suo collegamento coi Tignosi sono state oggetto degli studi svolti negli anni ’60 dall’accademico tedesco Norbert Kamp, l’autore di Die Mainzer in Viterbo. Studi ispirati ad una rigorosa e sistematica attività di ricerca dai quali non si può prescindere per un approccio alla storia di Viterbo depurata da sovrapposizioni leggendarie o, peggio ancora, da fantasie letterarie sedimentate e dure da sradicare.