IL PALATIUM DELL’IMPERATORE FEDERICO II

SOTTO IL VESSILLO DELL’IMPERO
Le vicende politiche della Viterbo duecentesca furono contrassegnate dal violento antagonismo tra la fazione guelfa e quella ghibellina per il controllo della città e delle sue istituzioni municipali. Negli anni ’30 del secolo, si registrò una progressiva affermazione del partito filo imperiale, come dimostra la concessione, a più riprese, della principale magistratura comunale, il podestariato, ai luogotenenti di Federico II.[1] Ad onor del vero, questa scelta di campo fu conseguenza non tanto di una reale adesione ideologica dei viterbesi alle istanze dell’impero, quanto della loro pragmatica scelta di guadagnarsi l’appoggio degli Svevi nell’estenuante guerra contro Roma.
A questa situazione il papato reagì accusando i ghibellini di professare l’eresia catara e nel 1237 Gregorio IX arrivò a scomunicare il “balivo” [2] Aldobrandino di Borgognone e il podestà Giacomo di Ponte, considerati partigiani dell’imperatore. Ciò nonostante, Viterbo tornò a ribellarsi all’autorità papale e nel 1239 nominò alla carica di podestà Rainaldo di Machilona, l’ennesimo ufficiale dell’imperatore.

Proprio in questi frangenti, Federico II aveva soffocato la sollevazione delle città lombarde e, ormai in rotta con Gregorio IX, si apprestava a penetrare i confini dello Stato della Chiesa: nel febbraio del 1240 l’imperatore era a Viterbo, accolto fastosamente dalla popolazione e dai maggiorenti cittadini. Quasi a suggello del suo trionfo, lo Svevo sostò con il suo seguito nel palazzo della famiglia Capocci, da sempre esponente di punta del partito guelfo viterbese.
Stabilito il quartier generale del suo esercito alle porte di Viterbo, Federico si diede dunque a sottomettere l’intero Patrimonio di S. Pietro, fino a Corneto, e il 16 marzo di quello stesso anno adunò un parlamento cittadino nel piano di S. Lucia[3] per pacificare le fazioni in lotta e assicurarsi la fedeltà del Comune; quindi, imposto come nuovo podestà il capitaneus e vicarius Simone da Chieti, l’imperatore lasciò Viterbo per il regno di Napoli. Richiamato al nord da una nuova rivolta dei comuni emiliano-lombardi, nel mese di settembre del 1240, dal campo d’assedio di Faenza, lo Svevo promulgò un diploma con cui confermava di aver posto sotto la propria tutela la città di Viterbo e concedeva alla stessa il diritto di battere moneta dotandosi di una zecca propria.[4] Inoltre, nel documento si affermava l’intenzione di costruire nella città un palazzo imperiale:
“Memori dell’immensa vostra fede all’Impero ed a Noi, ricordando i molti servigi ricevuti, andammo ricercando quali onori e benefici aggiungere per ampliare degnamente lo Stato della Città [di Viterbo] ed il Nostro. Questi ragionamenti ci indussero a deliberare che, ponendo una tale città, a Noi devotissima, a capo della Regione e della Provincia, si ordinasse di innalzare in essa un’aula imperiale quale nostra dimora abituale (habitatio nostra continua).”

ruderi del palazzo lungo Viale Raniero Capocci

Questo privilegio si concretizzò solo due anni più tardi allorché venne iniziata la costruzione di un edificio da riservare a residenza della corte. Così l’evento viene registrato dalle Cronache di frate D’Andrea: “Anno domini 1242 … l’imperatore Federico secondo fe’ fare in Viterbo uno bello et grande palazzo, nel quale fe’ fare una terribile prescione [prigione] della quale li Viterbesi la temivano assai.”
Per realizzare l’ambizioso progetto gli architetti di Federico scelsero una collina alle spalle di S. Giovanni in Zoccoli, estrema propaggine di una contrada chiamata Podio o Poggio,[5] un modesto agglomerato di orti e casupole appartenenti, per lo più, a contadini e allevatori di bestiame.
Poiché i terreni in possesso della corona non risultavano sufficienti alla realizzazione della struttura, a lavori già avviati, si provvide ad espropriare alcuni lotti di privati cittadini; fu così che nel febbraio del 1243 il procuratore imperiale, Maggiore di Giovinazzo, acquistò nei pressi della chiesa di S. Maria del Poggio alcune case e qualche fabbricato in rovina (casalinum) da far demolire per  ricavare, in tal modo, ulteriore spazio edificabile.[6]
Nei piani iniziali il palazzo doveva interessare una superficie molto vasta (secondo alcune stime superiore ai 5.000 m2) che, rapportata all’attuale topografia cittadina, coincideva grossomodo con gli isolati dei monasteri di S. Caterina, di S. Simone e Giuda e, in parte, di S. Rosa.[7]
Verosimilmente, venne previsto l’incorporamento di una parte delle mura di cinta, quelle fatte innalzare dal Comune alla fine del XI secolo a difesa del fianco orientale della città.
La fabbrica subì un brusco arresto durante la sanguinosa insurrezione antimperiale esplosa nell’autunno del 1243[8] e culminata con il fallimentare assedio portato alla città da Federico II, il quale fu costretto ad abbandonare l’impresa per la ferma resistenza dei guelfi viterbesi guidati dal cardinale Raniero Capocci.[9]
Dopo la rivolta del 1243, la fazione guelfa conquistò brevemente il potere; tuttavia, abbandonata dal papa, che si era rifugiato a Lione, e dal Cardinale Capocci, impegnato con la lega Guelfa in Umbria, Viterbo era tornata ghibellina già nell’estate del 1247.
Nonostante queste traversie, i lavori nel palazzo proseguirono e alcuni ambienti furono ultimati e fortificati. Le Cronache cittadine attestano, infatti, che Carlotto, il giovanissimo figlio di Federico II e Isabella d’Inghilterra,[10] nel 1247 soggiornò per breve tempo nell’edificio imperiale[11]:   … e lo figliolo de l’imperatore venne in Viterbo e smontò nel suo palazzo, ove poi fu giurata fedeltà da tutto el populo.
Fu durante la sosta dell’imberbe principe che le truppe al suo seguito e i ghibellini viterbesi, per vendicare la cocente sconfitta subita quattro anni prima,[12] si diedero a devastare la casa dei Capocci in contrada S. Bartolomeo[13].

IL DIROCCAMENTO E L’OBLIO
Grande era l’odio che correva tra la casata degli Svevi e il cardinale Raniero Capocci. Il prelato viterbese fu il principale ispiratore della politica antimperiale della curia pontificia.[14] Quando durante il concilio di Lione del 1245 ebbe sentore che Innocenzo IV stava tentando di trovare un compromesso per giungere alla pace con Federico II, il cardinale Capocci non esitò a far diffondere due libelli, in gran parte redatti da lui stesso, che descrivevano lo Svevo come il precursore dell’Anticristo. Queste le icastiche imputazioni contenute in uno dei due scritti: “[l’imperatore] E’ più cane di Erode che a nulla pensava se non a uccidere Cristo … E’ più crudele di Nerone che uccideva i cristiani che volevano abolire i sacrifici alle sue immagini pagane e più selvaggio di Giuliano l’Apostata .. E’ simile all’angelo caduto e come Lucifero ha tentato di salire al cielo della chiesa e levare il suo trono fino alle stelle per eguagliare e superare l’Altissimo vicario di cristo … Non abbiate pietà per il sacrilego. Gettatelo a terra al cospetto dei re, scacciatelo dal tempio di Dio …  Annientate corpo e anima, seme e discendenza di questo babilonese. Possa la Misericordia dimenticarsi di lui.” (da Iuxta vaticinium Ysaie)
La campagna denigratoria orchestrata dal cardinale creò un’atmosfera così ostile attorno allo Svevo che per il papa fu impossibile accettare qualsiasi forma di aggiustamento con la corona imperale. Di conseguenza, il 17 luglio 1245 i padri conciliari riuniti a Lione non poterono che decretare la scomunica e la deposizione di Federico II con l’accusa di eresia, spergiuro e omicidio.
In questo contesto di feroce contesa politica, fu gioco forza per i cronisti medievali[15] riconoscere in Raniero Capocci l’artefice della distruzione dell’ancora incompiuto palazzo imperiale: “[egli] fe scaricare le case et le torri del palatio de l’Imperatore sopra la chiesa di S.ta Maria del Poio et per cagione che da quel lato era Viterbo senza mura, fe fare il muro castellano per mezzo del dicto palatio disfacto, et medio ne rimase for de la città et metà drento.” La tradizione, poi, collocò l’evento nei primi mesi del 1251, all’indomani della morte di Federico, avvenuta a Castelfiorentino, in Puglia, il 13 dicembre 1250.
In realtà, Raniero Capocci morì a Lione nella primavera del 1250, vale a dire almeno sei mesi prima del suo acerrimo avversario; di conseguenza, la sua azione andrebbe anticipata considerevolmente rispetto alla cronologia suggerita dalla narrazione tradizionale; ma una simile correzione non sarebbe storicamente coerente, in quanto Viterbo tornò sotto la piena egida papale solo alla fine del 1251.
Quindi è ragionevole ritenere che il palazzo imperiale non fu demolito per ordine del cardinale ma che la depredazione dell’edificio e dei suoi materiali venne perpetrata dai viterbesi a partire dal 1252. Dopo il declino degli Svevi, la sopravvivenza di quel fabbricato incompleto non rispondeva più ad alcuna necessità e la cittadinanza, che stava cercando di ripristinare la pacificazione sociale, preferì cancellare quella testimonianza di lotte fratricide e dilanianti partigianerie. Senza contare, più prosaicamente, che quella montagna di pietre e legname abbandonati rappresentò un’invitante fonte di approvvigionamento per i numerosi cantieri sparsi in una città in piena espansione.
Non a caso, nello Statuto del 1251, alla rubrica 97 della sezione terza, si dichiarava che i terreni e i casilini acquistati da Federico II passavano di proprietà del Comune:
… possessionem et tenutam omnium rerum et casalino rum, que domine imperatoris Frederici empta fuerent, et detinere facere pro Comuni ad utilitatem Comunis.
Fu così che nel 1254 il Capitano del Popolo prese formalmente possesso di tutta la tenutam palatii imperatoris.
Poco dopo, il lembo settentrionale di quel terreno fu reclamato dal vescovo Scambio[16], ma papa Alessandro IV nel 1256 lo concesse alle Clarisse di S. Maria che la utilizzarono per ampliare il loro convento, in seguito intitolato a S. Rosa.  I diritti del Comune sul resto dell’area vennero in seguito riconosciuti ufficialmente dal papa che, tuttavia, nel 1261 pretese che uno dei tanti casilini incustoditi venisse assegnato ad un suo servitore.
La fine del Duecento segnò per Viterbo l’inizio di una profonda contrazione demografica e i propositi per un ampliamento della forma urbis finirono con l’essere accantonati[17].  L’area dell’ex palazzo imperiale rimase pertanto ignorata e in gran parte inedificata. Nel 1300 il vescovo Pietro Capocci concesse un porzione della superficie ad una comunità di monaci armeni che vi costruirono il monastero dei SS. Simone e Giuda. Alla fin della seconda metà del XIV secolo, il Tesoriere pontificio Angelo Tavernini ordinò il restauro delle mura urbiche, lasciando fuori dal circuito cittadino una parte delle fondamenta della costruzione.
Oltre un secolo più tardi, nel 1516, l’ultimo spazio ancora disponibile fu destinato alla realizzazione di un altro monastero, quello di S. Caterina delle suore domenicane[18].
Si completava così la rimozione di ogni memoria dell’antica residenza di Federico II. Anche i pochi ruderi rimasti al di là delle mura finirono con l’essere interrati e dimenticati per molti secoli; fu necessario attendere il 1887 allorché, durante gli sbancamenti per l’allargamento della strada suburbana, tornarono ad affiorare le antiche rovine che ancora oggi si vedono su viale Raniero Capocci.

UN PROGETTO IRREALIZZATO
Come si è detto, il palazzo fu portato a compimento solo in minima parte rispetto ai disegni originari, tanto che le maestranze non ebbero neppure il tempo necessario per demolire tutti gli edifici espropriati dall’erario imperiale. All’indomani della caduta degli Svevi il complesso era forse costituito dal solo dongione, da alcuni insediamenti minori per i servizi e da una cortina muraria che sfruttava alcuni tratti dell’antica cinta cittadina. Probabilmente venne completata gran parte dell’actractum, ossia il terrazzo in calce e pietre che serviva da basamento per le costruzioni, del quale rimase memoria, nei secoli successivi, in quello spiazzo sterrato che i viterbesi continuarono a chiamare “platea dell’imperatore”.[19]
Ma quale aspetto avrebbe avuto il palazzo di Viterbo se Federico II fosse riuscito ad ultimare il suo straordinario progetto?
Malgrado i resti giunti fino ai nostri giorni siano troppo pochi e modesti, si può presumere che i magistri murarii imperiali volessero ispirarsi ai modelli architettonici già adottati per le altre fortezze sveve sparse in Italia, con una impostazione quindi rigorosamente geometrica. Per meglio conformarsi alla topografia del poggio, forse fu previsto un impianto rettangolare o trapezoidale, con i quattro corpi di fabbrica, regolari e massicci, affacciati sul consueto cortile centrale.
La circostanza che in tutte le fonti l’edificio venga indicato come palatium lascerebbe supporre una sua funzione prettamente residenziale; lo Statutum de reparatione castrorum, fatto redigere da Federico II nel 1231 per organizzare l’attività edilizia del regno, prevedeva una netta distinzione tra rocche e castra, con compiti squisitamente militari, e palazzi o domus solaciurum costruiti per esigenze di rappresentanza e di confort abitativo.
In realtà, le dimensioni e la struttura del palazzo viterbese corrispondevano a quelle di un vero e proprio castello con funzioni di difesa e controllo del territorio.[20] E’ quindi possibile che il progetto delineasse una sorta di cittadella fortificata, con tanto di barbacani, fossati protettivi e alte mura percorse da cammini di ronda; considerata l’ampiezza del perimetro, le torri previste dovevano essere quattro agli angoli e altrettante poste sulla mezzeria dei lati, forse un richiamo al simbolismo dell’otto, il numero dell’esoterismo cristiano ed islamico che tanto condizionò l’edilizia federiciana. Compatte e tanto alte da sovrastare la città e dominarne i confini, le torri erano a pianta circolare, come lascerebbero intuire i pochi avanzi murari sopravvissuti.
Continuando a lavorare d’immaginazione, ipotizziamo che all’interno gli spazi vennero predisposti per accogliere le camerate della guarnigione, le stalle, l’armeria, i magazzini e la “terribil prigione” vagheggiata dalla Cronache; mentre un segmento minore, forse quello meglio esposto e protetto dal mastio, fu concepito per le stanze dell’imperatore e del suo corteggio, la sala delle udienze e la foresteria per gli ospiti.

SULLE ORME DI BARBAROSSA
Il palazzo di Federico II ha una collocazione evidentemente periferica rispetto al centro politico ed economico della città e, soprattutto, rispetto al castello di S. Lorenzo, vero caposaldo delle famiglie ghibelline viterbesi. La decisione di costruire in quella zona isolata fu dettata sia dall’esigenza strategica di presidiare la strada diretta a Roma, sia dalla necessità pratica di disporre di un’ampia superficie edificabile, difficilmente individuabile attorno al colle del Duomo e nei suoi immediati sobborghi dove ormai il processo di urbanizzazione si era consolidato.
Non di meno, questa scelta potrebbe essere stata condizionata anche dalla volontà di utilizzare degli immobili di proprietà del demanio imperiale presenti già da tempo nella contrada di Poggio. E’ noto, infatti, che intorno alla metà del XII secolo l’erudito Gottifredo da Viterbo[21], con il concorso del fratello Guarniero e del nipote Ramberto, fece erigere in città un elegante palazzetto del quale fece omaggio a Federico Barbarossa. Da un diploma stilato a Donauworth[22] nel 1169 apprendiamo che l’imperatore germanico aveva ritornato in dono a Gottifredo l’edificio pur riservandosi il diritto di soggiornarvi o di farvi sostare liberamente i propri ospiti.
Malgrado non esistano documenti che dimostrino dove sorgesse quest’antica struttura,[23] è possibile ricavare in proposito un flebile indizio da una copia del diploma di Donauworth redatta nella prima metà del Duecento e conservata nell’Archivio Comunale di Viterbo. Nell’elenco dei testimoni che sottoscrivono quest’atto compaiono i nomi di due francescani, Soldanerius e Tadeus, che sappiamo essere i fondatori di un ospizio sorto nei pressi della chiesa di S. Giovanni in Zoccoli; la presenza dei due frati si può spiegare ammettendo che il loro piccolo nosocomio fosse prossimo, se non addirittura contiguo, al palatium di Barbarossa, la cui collocazione dovrebbe, quindi, essere ravvisata nel circuito della contrada di Poggio.
Negli anni seguenti è presumibile che il palazzo venne gradualmente abbandonato o, comunque, trascurato dai possessori. Poi, quando nel 1242 Federico II pretese di far valere i propri diritti feudali su quell’edificio, gli eredi di Gottifredo riesumarono il vecchio diploma di Donauworth, del quale stilarono la copia sopra accennata[24], e avanzarono la richiesta di un indennizzo; nel documento originale, infatti, il Barbarossa prometteva di risarcire – in loco e tempore opportuni – le spese occorse per la costruzione del palazzo, ma probabilmente, considerate le cattive condizioni in cui versavano le casse germaniche, il debito non era stato mai completamente saldato.[25]
Evidentemente, i funzionari imperiali riuscirono ad accomodarsi in qualche maniera con i discendenti di Gottifredo: l’avito palazzetto viterbese fu acquisito e, partendo da esso, venne elaborato il grandioso progetto per la nuova fortezza.

L’ipotesi di un palazzo di Federico II sorto su un nucleo edilizio appartenuto al nonno Barbarossa (o quanto meno in sua disponibilità) è poco più di un’intrigante supposizione, una combinazione di intuizioni e frammentarie indagini documentali. Eppure questa ricostruzione risponderebbe appieno alla consuetudine sveva di riutilizzare e fortificare strutture preesistenti. Iniziative pressoché analoghe a quella pensata per Viterbo sono ben documentate per altre residenze imperiali. Ad esempio, a Parma nel 1238 Federico II ordinò l’ampliamento e la fortificazione di un più antico palazzo adibito ad aula imperiale dal proprio avo. Ancora più sbalorditive le similitudini con le vicende edilizie del Castello di Prato realizzato nel 1248 dall’architetto federiciano Riccardo da Lentini sulle fondamenta di un fortilizio costruito dalla nobile famiglia degli Alberti e dalla stessa donata al Barbarossa.[26]

articolo curato da Sermarcus Demontfort

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[1] Il primo podestà di Viterbo appartenente all’enturage militare dell’imperatore fu Rainaldo di Acquaviva (1232), seguito da Guglielmo di Foliano (1235).

[2] Il balivo comunale era un magistrato eletto dalle corporazioni cittadine quale contrappeso politico del podestà. Negli Statuti si legge che il balivo costituiva l’ultimo grado di appello rispetto alle sentenze emesse dagli organi esecutivi o dai tribunali. Alle iniziali funzioni giudiziarie il balivo aggiunse, nel tempo, anche la supervisione diretta di parecchi atti demandati al podestà, in particolare in campo militare e fiscale; in alcuni documenti lo troviamo appartenere ex officio al Consiglio Generale e a quello Speciale. In alcuni periodi, al magistrato venne affidata l’amministrazione dei denari necessari alla paga della milizia comunale.

[3] Chiesina scomparsa posta sull’attuale via della Palazzina. Il “piano” doveva corrispondere all’odierno Piazzale Gramsci.

[4] Con un altro diploma di poco successivo, sempre da Faenza, Federico II riconosceva a Viterbo il diritto di tenere un gran mercato di quindici giorni a partire dal 2 settembre, festa di S. Michele Arcangelo.

[5] Secondo alcuni studiosi l’area veniva chiamata Poggio del Tignoso. In realtà, come dimostrano alcuni documenti degli archivi comunali, il Poggio del Tignoso si trovava ai piedi della collina di S. Francesco, pressappoco nell’area dell’attuale Cunicchio. In un rogito del 1482 si indica chiaramente una casa situata in contrata Cuniculi, sive Podii Tineosi.

[6] In uno degli atti di acquisto è detto che Ratabina, cittadino viterbese, vende le sue case “comprese fra le mura del palazzo che ivi fa erigere l’imperatore” (infra muro palatii, quod ibi fit praedicti domini nostri imperatoris). Ciò conferma che al momento della vendita i lavori di edificazione del palazzo erano già iniziati.

[7] Il monastero di S. Rosa (sotto l’originario titolo di S. Maria delle Damianite di S. Chiara) fu istituito il 14 dicembre 1235. Tuttavia il primitivo nucleo era di dimensioni assai ridotte rispetto l’odierno complesso.

[8] Malgrado i privilegi e i riconoscimenti ottenuti da Federico II, i viterbesi non sopportarono a lungo l’ingerenza degli ufficiali imperiali imposti come podestà. Nell’autunno del 1243 l’insofferenza fu abilmente tradotta in sommossa dai guelfi di Raniero Gatti che, uniti alle truppe del cardinale Capocci, aggredirono la guarnigione imperiale costringendola ad arroccarsi nel castello di San Lorenzo assieme agli esponenti del partito ghibellino. In soccorso dei soldati ostaggi nella roccaforte accorse lo stesso Federico che, tuttavia, non riuscì ad espugnare la città e fu costretto alla resa.

[9] Raynerius de Viterbio nacque tra il 1180 e il 1190 e fu monaco cistercense dell’abbazia romana delle Tre Fontane; dopo la nomina a notaio pontificio, nel 1216 fu elevato al titolo di cardinale di S. Maria in Cosmedin. Durante il papato di Innocenzo III ebbe incarichi diplomatici in Francia, Spagna e Linguadoca. Fu quindi Rettore del ducato di Spoleto e delle contee di Nocera, Assisi e Gubbio. Nel 1234 fu nominato difensore del Patrimonio di S. Pietro. Nel pieno dello scontro tra papato e Federico II,  fu uno dei più stretti collaboratori di Gregorio IX e di Innocenzo IV.  Nel 1244 fu nominato luogotenente plenipotenziario del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, del ducato di Spoleto e della Marca d’Ancona, e legato in Toscana. Nel 1250, dopo aver lungamente combattuto in Italia centrale per sedare i sussulti ghibellini, il cardinale si trasferì a Lione, sede della curia papale, dove morì.

[10] Si trattava di Enrico Carlo Ottone, nato nel 1238 (all’epoca dei fatti, quindi, aveva solo 9 anni!!). Venne nominato dal padre re di Gerusalemme, ma morì a soli quindici anni, forse ucciso da uno dei fratelli. Altri storici (ad esempio, Gregorovius e Pinzi) ritengono, invece, che il figliolo citato nelle cronache fosse Federico D’Antiochia.

[11] Alcuni storici hanno messo in dubbio che il palazzo imperiale fosse mai stato iniziato. La presenza di Carlotto e del suo corteggio conferma, invece,  che una parte della costruzione doveva essere addirittura agibile. Inoltre lo Statuto del 1251, alla rubrica 127 della sezione terza, chiarisce che l’edificio “era stato iniziato” (ubi fuit inceptum palatium imperatoris); analoga testimonianza è contenuta in una lettera di papa Alessandro IV nella quale è detto “… palatium quod federicus … inceperat”.

[12] In particolare, la rappresaglia voleva punire il cardinale Capocci per aver sobillato l’aggressione portata dai guelfi viterbesi agli imperiali che stavano lasciando la città dopo la rottura dell’assedio.

[13] Le cronache sembrano alludere a Carlotto quale diretto propugnatore del saccheggio. Così D’Andrea: [il figlio dell’imperatore]  fe’ scaricare le case del cardinale Raniere adpresso ad sancto Bartholomeo; Iuzzo è ancora più esplicito: “… E ciò fu fatto da Viterbesi per comandamento di Carlo …”.

La contrada di S. Bartolomeo prendeva il nome dall’omonima chiesa, oggi detta delle Duchesse. Del palazzo, in seguito ricostruito dal cardinale Raniero, oggi rimangono poche vestigia lungo via S. Pietro, all’incrocio con via della Molinella.

[14] Almeno inizialmente, il cardinale Raniero Capocci non prese posizione nello scontro tra papato e impero, anzi nel 1234, quale legato pontificio, accettò l’alleanza militare con Federico II per far fronte comune al senato romano che aveva dato ad occupare territori del Patrimonio di S. Pietro. Tuttavia, già nel 1239 lo ritroviamo tra coloro che sostennero strenuamente la decisione di Gregorio IX di scomunicare l’imperatore. La polemica politica contro lo Svevo si trasformò in violenta ostilità dopo che, nell’agosto del 1241, la flotta imperiale aggredì il convoglio di cardinali e chierici diretti via mare a Roma per partecipare ad un concilio ecumenico; alcuni prelati morirono e altri furono fatti prigionieri; tra questi anche frate Tommaso, il cappellano di Raniero Capocci, e molti abati cistercensi, ordine monastico al quale apparteneva anche il cardinale viterbese.

[15] Esistono tre versioni delle Cronache della Città di Viterbo (Niccolò della Tuccia, frate Francesco D’Andrea e Giovanni di Iuzzo). Sebbene redatte nel XV secolo, ogni versione afferma di attingere a più antichi resoconti scritti nel Duecento, “su carta pecorina”, da tale Lancillotto.

[16] Si ritiene che il vescovo volesse donare quello spazio a prete Pietro Capotosto per istituirvi un monastero in memoria della giovinetta Rosa, morta in fama di santità. Le clarisse del convento di S. Maria cercarono in ogni modo di impedire quella fondazione e ricorsero all’intercessione del papa. Nel 1258 Alessandro IV decise di traslare il corpo della santa dal cimitero di S. Maria in Poggio alla chiesa di S. Maria, la quale dal XIV secolo iniziò ad essere chiamata “chiesa di S. Rosa”.

[17] Il principale propugnatore dell’allargamento verso levante della città fu il Capitano del Popolo Raniero Gatti; per sua volontà, infatti, furono costruite la torre di S. Biele (1270) e quella del Citerno (1273), avamposti di una cortina muraria da innalzare a protezione di ipotetici nuovi rioni. La prima delle due torri è ancor oggi visibile ad est di Porta Romana, l’altra sorgeva nei pressi dell’attuale incrocio tra via S. Maria in Gradi e via S. Maria della Grotticella.

[18] Nel 1870 il monastero fu adibito a biblioteca, nel 1912  a palestra e quindi a edificio scolastico. Oggi ospita il Liceo Scientifico.

[19] Nel 1469 si scriveva “fundum turris quod reperitur eundo versus S. Iohannem et plateam imperatoris” e ancora nel 1500 “illam partem platee Palatii imperatoris”.

[20] Anche la domus imperiale di Lagopesole, in Basilicata, pur essendo stata costruita per il soggiorno dell’imperatore, era un autentico castello fortificato.

[21] Gottifredo da Viterbo nacque all’inizio del XII secolo e, dopo gli studi all’università di Bamberga, fu cappellano e notaio presso la corte imperiale in Germania. Fu anche un dotto letterato e la sua opera più famosa è il Pantheon, una sorta di cronaca universale. Morì nella sua città natale intorno al 1198.

[22] Cittadina della Germania meridionale. Nel diploma viene indicata col nome di “Werde in terra Swevorum”.

[23] Alcuni autori, come il Manselli, dubitano persino che il palazzo sia stato mai costruito.

[24] La copia venne redatta nella casa di Martinus Rimbrecti e alla presenza di un testimone di nome Donadeus Iohannis Rimbrecti. Si trattava, con ogni probabilità, dei discendenti di Ramberto/Reimbertus, il nipote di Gottifredo.

[25] Secondo alcuni studiosi, il diploma del 1169 potrebbe essere stato predisposto dallo stesso Gottifredo per poter garantire alla propria famiglia un qualche diritto sul palazzo nel caso in cui l’imperatore non avesse rifuso i costi sopportati per la costruzione.

[26] Gli storici pratesi (Agnello e Giani) hanno chiarito che Barbarossa non risiedette mai nel castello, tuttavia l’imperatore vi insediò un proprio nunzio.