Nella sua pubblicazione “Le epigrafi medievali di Viterbo” del 1986, l’autorevolissimo studioso viterbese Attilio Carosi ammoniva i propri concittadini (in particolar modo gli amministratori pubblici) affinché si adoperassero per la conservazione dell’ingente patrimonio epigrafico sparso per la città, esposto com’era ai vandali ed agli effetti devastanti dell’inquinamento atmosferico. Per preservare le iscrizioni dal deterioramento, l’autore auspicava che almeno le più importanti venissero asportate e cambiate con delle copie entro il “prossimo 2000”. A distanza di quasi trent’anni da quelle parole qualche intervento conservativo, ad onor del vero, è stato portato a termine, basti pensare al recente e ben riuscito restauro delle epigrafi di Porta Sonsa e dell’Ospedale dei Pellegrini. In altri casi, invece, ben poco è stato fatto e alcune delle pietre che fregiano le vie della città continuano a consumarsi per l’azione del tempo e dell’uomo, spesso sotto gli occhi indifferenti dei passanti.
Tra le epigrafi riportate nell’accurata ricognizione di Carosi, quella che più ha subito gli effetti della trascuratezza civica è senz’altro l’incisione che ricorda la fondazione dell’Ospedale degli Armeni in piazza Vittoria Colonna. In questo recondito slargo alle spalle della chiesa di S. Giovanni in Zoccoli sorgono gli ampi ambienti dell’ex convento dei Ss. Simone e Giuda, in parte abbandonati e in parte utilizzati dalla ASL.
Sull’anonima parete che delimita il lato nord della piazzetta si apre una porta architravata orribilmente occlusa da una inferriata arrugginita e da una fitta rete metallica. Sopra il portale è una pronunciata cornice invasa dalle erbacce e da cavi della luce; sotto la cornice sono due architravi con iscrizioni in latino.

Sulla prima è detto: «DOMUS SANTORUM SIMONIS ET IUDE M.D.I.»
Sulla seconda iscrizione, gravemente sfaldata, sono le parole:
«+ HOSPITII LOCUS EST HIC [ORD]INIS ARMENIORUM … II SANCT … PIORUM
SYMONIS ET IUDE DOMINI … LUCE SECUNDA … I QUO M… PECCAMINE MUNDA
HIC CAPTAT VENIAM … ST HEC MENIA DONO … COBI S… COLONO
FRATRE GULIELMO [millenis]S FACTA TRECENTIS [dece]NIS [glorio]SI CHRISTI ANNIS ORIENTIS».
Le numerose lacune rendono difficile la traduzione, è comunque possibile intuire che si tratta della celebrazione dell’ospizio di Ss. Simone e Giuda, istituzione caritatevole fondata da una comunità di monaci armeni, guidata da un certo priore Guglielmo, nell’anno 1310. Questa datazione trova una significativa conferma in un documento dell’archivio cittadino nel quale si ricorda che l’area nel quale edificare il monastero e l’annesso ospedale era stata assegnata al priore Guglielmo dal vescovo viterbese Pietro, il quale morì nei primi mesi del 1312.
Ma le iscrizioni che rendono assolutamente unico questo portale sono quelle incise sugli stipiti, entrambe in lingua armena.
Sul lato sinistro, l’incisione è stata così tradotta:
«Io Toros [Theodoro], peccatore, in espiazione dei miei peccati costruii questa porta l’anno 1356»
Sul lato destro, invece, sono riportate, su sette linee, le trentasei lettere dell’alfabeto armeno precedute dal simbolo SIS †.
Ma cosa ci facevano nel XIV secolo dei monaci armeni nella città di Viterbo? Proviamo a spiegarcelo partendo un po’ da lontano.
Citata nell’Antico Testamento con il nome di Regno di Urartu (Ararat), l’Armenia è una regione subcaucasica dai confini fisici indeterminati, attualmente divisa tra Turchia, Iran e Repubblica Armena (già provincia dell’ex Unione Sovietica). l’Armenia fu il primo regno che adottò ufficialmente il Cristianesimo come religione di Stato nel 303 ad opera del sovrano arsacide Tiridate III. La tradizione fa risalire il primo annuncio del Vangelo agli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo; storicamente la nascita della chiesa armena è invece legata all’opera missionaria di San Gregorio l’Illuminatore (III sec.), che fu consacrato primo «katholikòs» (patriarca) del paese. Nei secc. IV e V la chiesa cristiana seppe resistere ai tentativi di ripresa del paganesimo e nel 405 il monaco Mesrop Machotots ideò i segni delle trentasei lettere dell’alfabeto armeno (come quelli scolpiti sullo stipite della porta dell’ospedale viterbese!); nei monasteri armeni iniziò allora un’alacre attività di traduzioni di testi sacri, sino a quel momento scritti solo in greco o siriaco, che permise di tramandare nei secoli molte opere andate perdute in lingua originale, come il Chronicon di Eusebio di Cesarea. Nel corso del V secolo la chiesa armena si separò da quella cattolica romana per non aver aderito alle decisioni del concilio di Calcedonia sulla duplice natura, umana e divina, di Cristo. In realtà, la divisione, più formale che sostanziale, sottintendeva ad una frattura di natura politica tra il regno armeno e l’impero bizantino.
Intorno al 640 iniziò la dominazione degli arabi, che tentarono inutilmente di islamizzare la regione. Acquistata una certa autonomia con la dinastia dei Bagratidi (IX-XI secolo), nel 1045 l’Armenia fu annessa all’impero bizantino e nel 1064 venne travolta dall’invasione dei turchi Selgiuchidi. Per sfuggire alle devastazioni della guerra, molti armeni abbandonarono la loro terra nel Caucaso e trovarono accoglienza nella penisola anatolica dove fondarono dei principati vassalli dell’impero bizantino. Gran parte di questi stati venne cancellata dall’orda crociata del 1096, fatta eccezione del principato armeno di Cilicia (odierna Turchia meridionale), che anzi seppe stringere una proficua alleanza con gli occidentali, sia in chiave antislamica e che antibizantina. Con l’aiuto crociato, il principe Toros allargò i confini della Cilicia armena a danno di Bisanzio e il suo successore, Leone II, ottenne dall’imperatore tedesco Enrico VI il titolo di re: era nato il Regno della Nuova Armenia (o Piccola Armenia).
Anche l’antica Chiesa armena aveva seguito le peregrinazioni del suo popolo e il «katholikòs» spostò più volte la propria sede attraverso l’Anatolia, fino a giungere, nel 1292, a Sis (è il nome scolpito nell’epigrafe di Ss. Simone e Giuda!), l’attuale città di Kozan in Turchia.
Nel frattempo l’influsso del movimento crociato aveva facilitato un progressivo riavvicinamento tra gli armeni e la Chiesa cattolica romana. Nel 1145 si ha notizia di una deputazione del clero armeno giunta a Viterbo per omaggiare papa Eugenio III, all’epoca ospite della cittadina. Si vuole che in quell’occasione il pontefice officiasse personalmente la messa nella cattedrale di S. Lorenzo e che, all’atto del sacrificio eucaristico, uno dei vescovi armeni cadesse a terra rapito dall’estasi in un gaudioso librarsi di colombe. L’episodio prodigioso, narrato da Ottone di Frisinga, sintetizza in modo enfatico e simbolico l’affermazione del primato petrino sulla lontana Chiesa orientale. Il processo di riconciliazione venne accelerato dall’azione dei missionari francescani e domenicani giunti in Medioriente sulla scia dei crociati; nel 1307 si svolse a Sis un sinodo «unionista» per riformare la liturgia della Chiesa armena e uniformarla a quella romana.
Tra la fine del XIII secolo e l’inizio del successivo, a causa dall’incalzare della minaccia mussulmana, diverse famiglie armene fuggirono in Occidente, soprattutto in Italia; qui l’emigrazione si concentrò nell’area padana (Padova, Parma, Ferrara e Bologna), lungo la costa adriatica (Rimini e Ancona), nel centro (Roma, Firenze, Siena, Perugia e Orvieto) e nelle città marinare di Genova, Pisa, Napoli e, soprattutto, Venezia, che già nel 1235 aveva concesso alla comunità armena una casa (Hay Dun) nel rione S. Zulian.

Anche alcuni gruppi di monaci armeni, incoraggiati dai migliorati rapporti con la Chiesa cattolica, trovarono accoglienza in Italia. Secondo alcuni studi, tra il 1240 e il 1350, erano almeno 22 le città italiane che avevano una chiesa o un monastero armeno, accanto alla quale, spesso, furono realizzati un centro di traduzione e copiatura di manoscritti e uno «ospizio», ossia una struttura dedicata all’accoglienza dei conterranei che si trovavano in viaggio o in stato di necessità. La più celebre delle colonie monastiche in Italia è quella di Genova, dove nel 1307 i transfughi del convento del Kara Dag (Montagna Nera), nella penisola anatolica, fondarono la chiesa di S. Bartolomeo degli Armeni. Nello stesso anno, a Milano, altri monaci si erano insediati nella chiesa di San Giovanni Battista a Porta Orientale, che da loro ebbe poi la dedicazione ai santi Cosma e Damiano. A Perugia, già nel 1273, gli armeni avevano edificato la chiesa di S. Matteo con l’attiguo monastero e uno scriptorium. A Roma, invece, la chiesa di Santa Maria Egiziaca era divenuta la residenza di una florida comunità di religiosi armeni sin dalla prima metà del ‘200.
Molte volte negli atti e nei documenti dell’epoca si fa riferimento a questi monaci ricorrendo al termine «basiliani»; è così, ad esempio, nella bolla del 1307 con cui papa Clemente V concedeva l’indulgenza a coloro che sostentavano gli esuli armeni riparati a Genova. In realtà, in Occidente con questo appellativo si indicavano impropriamente tutti i religiosi orientali, senza distinzione di paese e lingua, ritenendo che facessero comunque capo ad un’unica grande congregazione soggetta alla regola dettata nel IV secolo da san Basilio Magno. Questo convincimento era assolutamente infondato, anche perché i monaci dell’area greco-bizantina si riconoscevano solo come membri di un determinato monastero senza aderire a famiglie o organizzazioni cenobitiche più ampie.
E’ dunque nell’ambito di questo processo migratorio che deve essere inquadrato l’arrivo a Viterbo della sparuta compagnia di monaci che istituì il convento e l’ospedale dei Ss. Simone e Giuda.
Verosimilmente, nella città doveva esistere anche una piccola comunità di armeni, probabilmente dedita al commercio e all’artigianato, e il «peccatore» Toros nominato nell’epigrafe ne doveva far parte; forse si trattava di un ricco mercante che, giunto in tarda età, volle riscattare la propria esistenza elargendo una grossa donazione per la costruzione del nuovo portale dell’ospizio amministrato dai monaci suoi correligionari.
Tuttavia, la presenza armena in città non ebbe a radicarsi, forse perché richiamata altrove da più vantaggiose prospettive di lavoro e d’integrazione.
Da una bolla di papa Eugenio IV si ha notizia che i monaci armeni lasciarono il convento viterbese intorno al 1434: probabilmente si estinsero per consunzione oppure i pochi superstiti furono aggregati ad altri cenobi. Alla comunità, evidentemente, era venuta a mancare la linfa di nuove vocazioni a causa degli sconvolgimenti politico religiosi che avevano investito la Cilicia. Nel 1375, infatti, il Regno della Nuova Armenia ed il catholicosato di Sis erano caduti in mano mussulmana; nel frattempo, tra la popolazione armena stava crescendo la polemica contro l’intesa con la Chiesa di Roma e nel volgere di poco tempo i movimenti antiunionisti, alimentati dai patriarchi di Etchmiadizin e di Costantinopoli, ebbero il sopravvento.
Nel 1444 il convento dei Ss. Simone e Giuda, ormai deserto, fu concesso da papa Eugenio IV ai Gesuati di fra’ Battista Vanne da Fermo. Nel 1478 vi subentrarono un gruppo di Terziarie Francescane che, una decina di anni più tardi, furono sostituite dalle suore Clarisse; queste vi rimasero, salvo alcuni intervalli, fino al 1909 quando furono trasferite nel monastero di S. Maria delle Grazie a Vitorchiano. Lungo questi secoli gli edifici conventuali subirono stravolgimenti e ampliamenti, tanto che finirono con l’inglobare l’intero isolato fino a raggiungere le mura del monastero di S. Rosa. Nel 1876 la chiesetta del convento fu demolita per consentire l’apertura di piazza Vittoria Colonna e nel 1915 il resto del complesso venne aggregato all’Ospedale Grande degli Infermi per ospitare i reparti di lunga degenza: fu allora che per i viterbesi quel recondito edificio divenne «l’ospizio dei vecchi di San Simone».
articolo curato da Sermarcus Demontfort