Nel corso dei secoli Viterbo ha dato i natali a parecchi pittori dotati di buona personalità, anche se la loro arte, ad onor del vero, non ha conosciuto mai un carattere d’originalità, essendosi formata sotto l’influsso di scuole più celebri, come quella toscana, umbra e, più tardi, romana. Tra questi insigni artisti, quello che ebbe maggiore rinomanza internazionale fu Matteo Giovanetti, nato sul finire del ‘200 e morto intorno al 1369 dopo una lunga e brillante carriera al servizio della corte pontificia.
La sua formazione artistica va senz’altro ricercata nei grandi cantieri umbri, dove ebbe a svilupparsi una corrente pittorica che, alla padronanza tecnica e alla cura per i valori cromatici, seppe unire uno spiccato senso per le osservazioni naturalistiche e un’attenzione del tutto nuova per l’indagine fisionomica. Principale esponente di questa scuola fu il senese Simone Martini, che Giovannetti conobbe ad Orvieto e ad Assisi intorno agli anni Venti e Trenta del secolo XIV. Altro incontro decisivo fu quello con Pietro Lorenzetti, del quale poté studiare gli straordinari affreschi realizzati nella chiesa inferiore della basilica assisiate di S. Francesco. Fu, quindi, allievo dell’altro dei Lorenzetti, Ambrogio, conosciuto sempre in Umbria (Assisi e Gubbio) e, probabilmente, seguito a Siena. La loro collaborazione fu così stretta che, secondo alcuni critici, si può riconoscere il segno del pittore viterbese in alcuni dettagli del celebre affresco del Buongoverno nel Palazzo Pubblico di Siena. Certo è che dall’insegnamento di Ambrogio discese l’interesse di Matteo per gli approfondimenti prospettici e la rappresentazione tangibile dello spazio, elementi che saranno rielaborati alcuni anni più tardi negli affreschi avignonesi.
La frequentazione di Siena, o quanto meno dei suoi più illustri pittori, offrirebbe una possibile spiegazione all’incerta, quanto intrigante, ipotesi che propone di identificare Matteo Giovannetti con Matteo di Giovanni, vale a dire il “maestro senese” impegnato a Maiorca (tra il 1325 e il 1331) nella realizzazione delle vetrate del Convento di S. Domingo e della cappella della Trinitat de Seo. Quest’importante e precoce committenza fuori dai confini italiani poteva essere stata favorita da Simone Martini, il quale per alcuni anni (1317-1320) era stato al servizio della corte napoletana di Roberto d’Angiò; molto stretti erano, infatti, i legami politici e familiari tra gli angioini ed i sovrani delle Baleari. Non può negarsi, tuttavia, la fragilità di questa teoria basata, essenzialmente, sulla similitudine dei due nomi. Una così prematura presenza a Maiorca, infatti, non si concilierebbe con il pressoché contemporaneo apprendistato umbro di Matteo, il quale, peraltro, non sarà mai ricordato come disegnatore di vetrate.
Al di là di questa controversa parentesi spagnola, Giovannetti dimostra ben presto di essere in grado ritagliarsi un ruolo di punta nel panorama artistico italiano; acquisisce una sua propria ed originale cifra stilistica caratterizzata da un linguaggio verista e dalla forte predilezione per un segno gotico vivace e deciso. L’allievo dei Lorenzetti si è trasformato in un pittore completo e stimato, la cui reputazione è tale che, intorno al 1340, viene chiamato ad Avignone per contribuire all’abbellimento del Palazzo nel quale da anni risiede la corte pontificia. Qui ritrova il primo maestro, Simone Martini, che però morirà appena quattro anni più tardi.


In quello straordinario e continuo cantiere che doveva essere il palazzo papale avignonese, Matteo riuscì ad ottenere ricche committenze per la decorazione delle stanze più importanti. Per affrontare un lavoro così complesso ed impegnativo raccolse intorno a sé una nutrita équipe di artisti francesi ed italiani, tra i quali Rico d’Arezzo e un certo Pietro da Viterbo. I documenti dimostrano che operò come un vero e proprio direttore dei lavori a cui spettava la fase di progettazione e il coordinamento dei vari collaboratori. Nel 1346 un atto lo cita come Magister Matheus Johanneti de Viterbio pictor e un altro ancora come pictor pape.
Alla mano di Giovannetti si devono alcune pitture nelle stanze della torre della “Garde-Robe” e gli affreschi della sala del Concistoro e del salone della Grande Udienza; sono suoi anche gli affreschi della cappella di S. Michele e quelli del “Grand Tinel” (la cui superficie è stata stimata in trecento metri quadrati). Nei secoli successivi la quasi totalità di queste opere andrà irrimediabilmente perduta e gli unici testimoni integri della maestria di Matteo rimarranno i cicli pittorici della cappella di S. Giovanni e quelli della cappella di S. Marziale o del Tinelli magni (1344-1345). In quest’ultima, per illustrare la storia del patrono di Limonges (città natale di Clemente VI), l’artista viterbese fece ricorso ad una serie di scene caratterizzate da intense rappresentazioni di vita quotidiana e popolate di personaggi dai ritratti straordinariamente incisivi. Nessun documento supporta l’attribuzione della cappella di S. Giovanni a Matteo, tuttavia la cura della fisionomica e la fluidità delle linee ne rivela la paternità.
Nel 1346 Giovannetti lavorò a Villeneuve-lès-Avignon, a pochi kilometri da Avignone, presso la residenza cardinalizia di Napoleone Orsini e nel palazzetto di Clemente VI. Durante il soggiorno avignonese, dipinse anche per altri committenti; tra il il 1349 e il 1352 eseguì le pitture per il reliquiario di St. Robert dell’abbazia di La Chaise-Dieu, in Alvernia; quindici anni più tardi disegnò i 56 drappi con la vita di S. Benedetto per il collegio benedettino di Montpellier; alcuni studiosi, inoltre, gli attribuiscono la cappella Cardini di St. Didier e gli affreschi della sepoltura del cardinale Dieux.

Sempre del periodo avignonese è il sontuoso trittico (detto Correr-Fodor-Cernazai) rappresentante la Madonna col Bambino tra i i Ss. Ermagora e Fortunato, i cui vari elementi sono oggi conservati in diversi musei e collezioni private. Ancora al Giovannetti è stato attribuito un dipinto che rappresenta la donazione dei “santi volti” di Cristo e Maria fatta da Clemente VI al futuro re di Francia Giovanni il Buono. Il quadro rimase esposto nella sagrestia della Sainte-Chapelle di Parigi fino agli anni della Rivoluzione (oggi ne rimane una copia seicentesca).
Nel 1365 fu ordinato a Matteo di affrescare gli ambienti del palazzotto chiamato “Rome”, fatto costruire dal nuovo papa, Urbano V. Questi, due anni più tardi, decise di ritornare in Italia mettendo fine alla cattività del papato in terra di Provenza; si porterà appresso una nutrita schiera di dignitari, porporati ed artisti. Tra questi ultimi vi era anche Giovanetti, che, seguendo le orme del papa, il 3 giugno sbarcò a Corneto e 6 giorni dopo rimise piede a Viterbo dopo circa 25 anni di assenza. Ma la sosta durò l’arco della sola estate; infatti, a metà ottobre, Urbano e la sua curia ripresero la via per Roma. La presenza di Matteo in Vaticano è documentata dal 18 ottobre 1367 al gennaio 1369; qui collaborò con grandi artisti del calibro del Grottino, di Giovanni da Milano e di Agnolo Gaddi. L’ultima notizia di Matteo è del giugno 1369, quando dalla Rocca di Montefiascone il papa firma una lettera con cui gli riconosce alcuni benefici vacanti. Morì probabilmente a Roma tra il 1369 e il 1370, anno in cui i documenti della corte papale, ritornata ad Avignone, non lo citano più.
Ma quale fu il rapporto tra Matteo e la sua città natale? Che egli sia nato e cresciuto a Viterbo è indiscutibilmente confermato da un paio di documenti dove è indicato come “Matteo da Viterbo”. Probabilmente anche i primi rudimenti della pittura furono appresi in questa città, forse in un laboratorio di qualche mastro locale o, più probabilmente, in un collegio ecclesiastico dove erano esercitate le arti figurative.
Matteo, infatti, fu precocemente avviato alla carriera ecclesiastica, tanto che poco più che ventenne già aveva il titolo di priore. In un atto del 1318 lo troviamo preposto alla chiesa di S. Martino (in via Saffi e demolita nel XVI secolo) ed in seguito a quella, assai più redditizia, di S. Luca (in via Matteotti, anch’essa scomparsa). Di quest’ultima prioria è dato sapere da un documento del 1322 redatto dalla curia papale ad Avignone essendo pontefice Giovanni XXII.

Alcuni anni più tardi, nel 1328, l’antipapa Nicolò V, insediatosi a Viterbo nel convento di S. Francesco, confermò a Matteo i benefici della prioria di S. Luca, dei cui redditi poteva fruire anche mediante “procuratore”. Quest’ultimo inciso lascia pensare che Matteo non dimorasse abitualmente a Viterbo e che, al di là degli incarichi ecclesiastici ricevuti, la sua arte lo avesse indotto a lasciare presto la città per aderire “al banchetto dell’arte cui parteciparono i pittori senesi” in terra umbra. Il 30 novembre 1336 in una missiva di papa benedetto XII lo ritroviamo priore di S. Martino. Durante la sua permanenza ad Avignone lasciò i suoi incarichi ecclesiastici a Viterbo, tanto che nel periodo 1358-1369 lo troviamo indicato in alcuni atti come arciprete del Capitolo della Cattedrale di Vercelli.
Cosa rimane della pittura di Giovannetti a Viterbo? Molto poco, e la paternità di questo poco è spesso messa in discussione dai critici d’arte. Nella chiesa di S. Maria Nuova esiste un affresco deteriorato che, per alcuni studiosi, rivela un Giovannetti ancora acerbo, mentre per altri potrebbe essere l’opera di un suo anonimo allievo. Si tratta di una Crocifissione tra Maria e i Ss. Giovanni Battista, Maria Maddalena, Giovanni l’Evangelista e Giacomo Maggiore; nell’intradosso dell’arco compaiono i consueti medaglioni dei santi e del Cristo Benedicente mentre sugli sguinci laterali sono S. Cristoforo e S. Giacomo.

Anche nella chiesa di S. Francesco, sopravvissuto ai disastri della guerra, è conservato un frammento pittorico sul lato sinistro dell’abside che raffigura il Battista con un cartiglio in mano, non dissimile da quello di S. Maria Nuova. Forse si può arrivare a pensare ai resti di decorazioni commissionate a Matteo dall’antipapa Niccolò V durante il suo soggiorno nel convento francescano (tra l’agosto e il dicembre del 1328). D’altronde è innegabile la somiglianza tra il barbuto S. Giovanni viterbese e i severi profeti del Giudizio Universale ritratti nella sala delle Udienze ad Avignone. Il critico Federico Zeri annovera tra le opere del Giovannetti anche la Madonna con Bambino e Angeli affrescata nel portico di S. Andrea a Pianoscarano. Di certa attribuzione è, invece, la Crocifissione tra Maria e i Santi su tavola, custodita presso la collezione privata della ex Cassa di Risparmio di Viterbo e che i critici ascrivono al periodo della maturità artistica di Matteo Giovannetti.


A fianco dei grandi pittori toscani del Trecento, il viterbese Matteo Giovannetti rimane una delle più importanti figure artistiche del suo tempo, capace di fornire indicazioni nuove e fondamentali per la moderna pittura europea.
I suoi paesaggi, la forte inclinazione ritrattistica e gli esperimenti prospettici furono d’estrema importanza per quegli artisti francesi e spagnoli che andavano ricercando una rappresentazione realistica della natura (ad esempio, Jaume Fererr Bassa negli affreschi del monastero di Pedralbes a Barcellona). La sua fama era così diffusa nell’area mediterranea che, ancora nel 1406, il re d’Aragona Martino chiedeva ad un vescovo di Lerida una copia dei dipinti di Giovannetti affinché i pittori di corte ne potessero trarre ispirazione per il suo palazzo in Spagna.
articolo curato da Sermarcus Demontfort
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Bibliografia:
E. Castelnuovo, Un pittore italiano alla corte di Avignone: Matteo Giovannetti e la pittura in Provenza nel secolo XV.
F. Bazzocchi, Las vidrieras goticas mediterraneas.