LE CRONACHE DI VITERBO
Di un’antica bastia romana, posta a guardia dell’irrequieto castello di Viterbo, racconta l’annalista duecentesco Lanzillotto, i cui scritti non sono giunti a noi in modo diretto ma attraverso le rielaborazioni dei cronisti del XV secolo. A causa di rimaneggiamenti volontari o per erronee trascrizioni, purtroppo le memorie di Lanzillotto vennero registrate con vistose differenze tra le varie edizioni delle cronache quattrocentesche viterbesi; tutte, però, concordavano sul fatto che la bastia sorgesse in prossimità della chiesa di S. Sisto.[1]
Nella versione di Niccolò Della Tuccia l’erezione del fortino romano è fatta risalire al tempo di Marco Furio Camillo (IV sec. a.C.):
“… cominciando Roma a sottomettere le terre intorno, dopo soggiogati i Latini e le città de’ Veii e Fallari, quella di Marco Furio Camillo, cercorno di acquistare detto castello [Viterbo] facendoli gran guerra. E non potendo averlo per forza né a patti, gli fecero una bastia in quel luogo dove oggi sta la chiesa di S. Sisto e fornitala di loro genti longo tempo combatterono. Così stette fin che dopo molte mutazioni venne il tempo della natività di Cristo Gesù. … Anno domini [1084] per il che gli Aretini nemici de’ Romani si ridussero a detto castello [di Viterbo] tagliandovi due borghi … In questi borghi fecero molte torri perché erano fuori della fortezza del castello [di Viterbo] per poterle difendere da loro nemici.
Una simile datazione è a dir poco inverosimile se si considera che, quando nel 310 a.C. i romani invasero il territorio al di là dei monti Cimini, l’embrione della futura Viterbo era un modesto oppidum etrusco, forse un avamposto militare o un luogo di culto fortificato; di certo, non si trattava di un insediamento così pericoloso o difficile da espugnare da rendere necessaria la creazione di una guarnigione permanente.
L’anacronismo del racconto di Della Tuccia venne colto dallo stesso Ignazio Ciampi, il curatore dell’edizione ottocentesca delle sue Cronache, il quale affermò che: «L’erezione di questa bastia deve riferirsi a tempi assai posteriori. La tradizione confondea i Romani antichi coi moderni».[2]
Nella cronaca scritta da frate Francesco D’Andrea, non dissimile da quella di Giovanni di Juzzo, la costruzione del fortilizio viene, invece, collocata nella seconda metà dell’anno Mille:
“Essendo Roma grande e magna, cercarono li Romani sottomettere dicto castello [il castello de Hercule/Viterbo] e non possendolo havere, li ferno una bastia in quello loco, ove oggi sta la chiesa di Sancto Sixto.”
Si aggiunge, inoltre, che la fortezza venne distrutta, di lì a qualche decennio, dagli aretini come rappresaglia contro i romani che avevano saccheggiato la loro città con l’aiuto di Enrico III:
“… vi durò la dicta bastia in sino ad uno tempo che Arezzo fu scarcato da Romani col braccio dello imperadore Arrigo terzo nell’anno Domini 1084; per la qualcosa gli Arezini, che facevano continuamente guerra a Roma, si ridussero al castello de Ercule et per forza pigliarono la bastia dei Romani ”
Anche stavolta la collocazione temporale degli eventi narrati lascia spazio a qualche perplessità.
In primo luogo, le prime frizioni tra Roma e Viterbo si registrano solo a partire dalla metà del XII secolo, in piena età comunale. Quindi, appare poco probabile che oltre un secolo prima le armate capitoline si preoccupassero di erigere un avamposto nel cuore della Tuscia; peraltro, in un frangente in cui, per effetto dei mutati equilibri tra papato e impero, il quadro politico-sociale romano stava subendo un radicale rivolgimento con l’avvento di una nuova aristocrazia.
Anche l’informazione del sacco di Arezzo non ha riscontri documentali. Nel 1084 reggeva le sorti dell’impero Enrico IV e non Enrico III, come erroneamente trascritto dal cronista viterbese; le truppe imperiali in quell’anno non aggredirono Arezzo, ma il castrum di Pionta, sede extra moenia del suo episcopio. A quell’impresa furono assolutamente estranei i romani; mentre, verosimilmente, vi parteciparono gli stessi aretini che volevano emanciparsi dal giogo del loro vescovo-conte.[3] Non si vede, dunque, per quale motivo l’esercito aretino avrebbe dovuto vendicare l’assedio portato da Enrico IV a Pionta scendendo fino a Viterbo per distruggere una roccaforte romana![4]
LA VEGETIA DI ORIOLI
Nelle sue ricerche sulle antichità di Viterbo, lo studioso ottocentesco Francesco Orioli affrontò in diverse occasioni la questione della fantomatica bastia romana. Nella raccolta del 1849 Viterbo e il suo territorio, attribuì la realizzazione della fortezza ai romani nell’ambito di un loro precoce processo di espansione all’inizio dell’XI;[5] quindi, in una successiva pubblicazione, il Florilegio del 1855, ritenne più coerente immaginare che l’artefice di quell’opera fosse stato un distaccamento di truppe imperiali lasciate nella Tuscia da Enrico IV «mentr’ei ritornava a passare il verno in Germania».[6]
Per arricchire la storia della bastia di qualche fondamento documentale che andasse oltre le poche e contraddittorie notizie delle cronache viterbesi, l’Orioli ricorse a due brani tratti da altrettante opere letterarie redatte in ambiente fiorentino intorno alla metà del ‘300.
La prima, le Istorie fiorentine di Giovanni Villani, riporta che:
“La città di Viterbo fu fatta per li romani anticamente; e fu chiamata Vegenzia e li cittadini vegetani. E li romani vi mandavano gl’infermi per cagione de’ bagni ch’escono del bulicame e però fu chiamata Vita erbo, cioè vita agl’infermi, ovvero città di vita”.
La seconda, il Dittamondo di Fazio degli Uberti, poco si discosta dall’altra:
“Seguita or che di Viterbo dica, che nel principio Veghenzia fu detta e fu in fin ch’ a Roma fu nemica. Ma, vinta, poi a li Roman diletta tanto per le buone acque e dolce sito, che ’n Vita Erbo lo nome tragetta. Io nol credea, perch’io l’avessi udito, senza provar, che ’l Bulicame fosse acceso d’un bollor tanto infinito. Ma gittato un monton dentro, si cosse in men che l’uomo andasse un quarto miglio, ch’altro non ne vedea che propio l’osse.”
Nel XVIII secolo Luciano Bussi[7] aveva creduto che la Vegenzia/Veghenzia citata fosse l’etrusca Vetulonia, ossia uno dei leggendari castelli da cui nacque Viterbo e che il fantasioso Annio aveva anche chiamato Vejuzza: «Pars quarta Sypalis a magna fonte usque ad Vetuletum dictum etiam Veiuzzam».[8]
L’Orioli riconobbe le lacune di quest’ipotesi, ma anziché derubricare gli scritti toscani a mera fantasia, li sfruttò per dimostrare la storicità della fortificazione romana. Secondo la sua ricostruzione, infatti, Vegetia non era il primitivo nome di Viterbo o dell’immaginaria Vetulonia bensì della bastia eretta nei pressi di S. Sisto. Venne così chiamata in quanto costruita sui resti del fondo appartenuto in epoca imperiale al console Mummio Nigro Valerio Vegeto (II sec. d.C.) dal quale, forse, derivò anche un vicus ad Vegetium. Nonostante il precoce diroccamento per mano degli aretini, l’eco del nome sopravvisse e, con qualche storpiatura, arrivò fino ai cronisti fiorentini, i quali, equivocando, credettero si trattasse dell’originaria denominazione di Viterbo.
Uno straordinario volo pindarico quello dell’Orioli, fatto di esasperate analisi etimologiche e complesse sovrainterpretazioni, tanto da fargli affermare che la il castello di Vegetia era conosciuto anche come «città Vehentana». Questo luogo fu menzionato da Ciprian Manente nella Historia d’Orvieto (XVI secolo) a proposito della fuga di papa Gregorio V attraverso le campagne romane;[9] in realtà, moderni studi identificano questo sito altomedievale con l’insediamento di Belmonte, presso Castelnuovo di Porto, a nord di Roma.
Quanto alla supposta derivazione di Vegetia dal console Valerio, della famiglia dei Vegeti, è bene ricordare che questi possedeva un acquedotto che transitava nei pressi dell’attuale porta Romana fino ad arrivare fino alla sua villa nei pressi del Bagnaccio; tuttavia, non esistono elementi per poter affermare che avesse anche proprietà terriere attorno a Viterbo. Al contrario, le iscrizioni marmoree che documentano l’esistenza dell’acquedotto, che pure riportano puntualmente il nome di tutti i fondi attraversati, non accennano mai ad un vico, casale o corte il cui nome riecheggi quello del console.[10]
Pur riconoscendo la straordinaria erudizione e l’originale metodologia d’indagine di Orioli, si deve ammettere che un approccio alle fonti più critico e oggettivo non consente di condividerne le ardite conclusioni riguardo la bastia e la sua denominazione.
UNA FORTEZZA, ANZI “LE FORTEZZE”.
Pressoché in modo unanime, tutti coloro che vogliono conferire concretezza alle cronache di Lanzillotto portano a sostegno della loro posizione l’esistenza del toponimo «le fortezze» con cui veniva e, ancora oggi, viene indicata la zona attorno a Porta Romana; la denominazione deriverebbe, infatti, dalla bastia i cui ruderi, dopo la distruzione, sarebbero comunque rimasti visibili per alcuni secoli.[11]
Tuttavia, a ben vedere il termine «le fortezze» appare nei documenti solo a partire dal XVI secolo, in particolare associato al titolo della chiesa di S. Maria dei frati Minimi che venne fatta erigere proprio in quegli anni: cappella sub vocabulo Beate Marie de Forteza extra et prope Viterbium iuxta stratam Romanam et muros civitatis.[12]
Non mancano atti precedenti che riportano confini e proprietà localizzabili proprio in quest’area, eppure non vi è mai alcun riferimento al toponimo o a qualsiasi altro elemento che rinvii alla memoria dell’antico manufatto romano. Come si giustifica, allora, l’improvvisa comparsa di questo nome? L’unica spiegazione plausibile è quella di accettare che «le fortezze» non hanno alcun nesso con la bastia delle cronache viterbesi. Più probabilmente, il vocabolo derivava dai barbacani e dagli antimurali costruiti nel corso del ‘400 e resi, agli occhi dei viterbesi, ancor più maestosi e invalicabili dal dislivello artificiale prodotto dalla continua estrazione di pietrame dalle antistanti cave.
UN’INVENZIONE DEI CRONISTI VITERBESI?
Prendendo a prestito le argomentazioni e le parole dello storico locale Cesare Pinzi si dovrebbe concludere che le vicende della bastia romana sono “insulsaggini tutte, che al pari delle gesta d’Ercole tra noi, saranno corse sulle bocche dei nostri e saranno state raccolte dal nostro primo cronista Lanzillotto, per ricolmare il vuoto di epoche storiche confuse, ignorate e troppo lontane da lui”.[13]
Malgrado un primo giudizio così perentorio, lo stesso Pinzi non resistette alla necessità positivista di fornire comunque una matrice storica alle parole di Lanzillotto. Si arrischiò, quindi, ad immaginare che una qualche forma di incastellamento poteva forse esistere presso il vico Quinzano, vale a dire quell’insediamento rurale sorto in epoca altomedievale tra le odierne chiese di S. Maria in Gradi e di S. Sisto. Quell’opera difensiva, però, non venne realizzata affatto da genieri romani o germanici, ma dagli stessi abitanti del sito che volevano così proteggersi dalle razzie nemiche. Tuttavia, alla fine del XI secolo il vico era ormai in via di spopolamento, tanto da essere in massima parte escluso dalla prima cinta muraria fatta erigere dai consoli del Comune viterbese; pertanto, la supposta fortificazione andrebbe drasticamente retrodatata, magari al VIII-IX secolo, epoca in cui il villaggio era ancora vitale ed immune dalla forza centripeta esercitata della nascente Viterbo.
Dunque, le rovine di quest’antico baluardo si sarebbero conservate in qualche modo fino al tempo di Lanzillotto, il quale non conoscendone né l’artefice né la funzione decise di attribuirne la costruzione alla prepotenza dei romani. I cronisti quattrocenteschi arricchirono a proprio piacere la narrazione ed interpolarono l’episodio della bastia subito dopo gli antefatti della leggendaria fondazione di Viterbo, conferendo così una genesi epica ed ancestrale all’inimicizia con Roma.
articolo curato da Sermarcus Demontfort
illustrazioni di Marco Serafinelli
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[1] Alcuni studi fanno risalire la prima fase costruttiva della chiesa al VIII-IX secolo. Bentivoglio, Nuove considerazioni sulla chiesa di San Sisto a Viterbo scaturite dalla analisi della sua cripta, pp. 13-19. Altre ipotesi preferiscono ascrivere la fondazione ai primi decenni del XI secolo.
[2] Il Ciampi ipotizzò che, semmai, la bastia poteva essere stata realizzata da Enrico IV come piazzaforte durante un assedio alla città che si era votata alla causa di Gregorio VII. Cronache e Statuti, I. Ciampi, pp. 279 e 287. Non esistono riscontri di quest’assedio, di contro è documentato che Viterbo aderì assai precocemente alla all’imperatore e al suo antipapa. Viterbo nella Storia della Chiesa, Signorelli, I, p. 107.
[3] Annali Aretini XII, Fraternita dei Laici Arezzo, p. 137.
[4] Arezzo subì un violento assedio più tardi, nel 1111, per mano di Enrico V, il quale stavolta aveva preso le difese del vescovo cittadino. Ma anche in questo episodio non si ha notizia di alcun contributo militare portato dai romani.
[5] Viterbo e il suo territorio, F. Orioli, p. 123 e segg.
[6] Florilegio, F. Orioli, p. 41.
[7] Istoria di Viterbo, L. Bussi, p. 27.
[8] Nei Commentari super opera diversorum …, Annio scriveva “Pars quarta Sypalis a magna fonte usque ad Vetuletum dictum etiam Veiuzzam”.
[9] “Anno 966 … papa Gregorio V se ne fuggì nella città Vehentana con parte della corte et tenni Orti et altri luochi del Patrimonio in difesa sua e della Chiesa”
[10] Vedi L’acquedotto di Mummio Nigro Valerio Vegeto, in www.lostraccofojo.altervista.org.
[11] Questa possibile connessione venne suggerita per primo da Bussi nella sua Istoria di Viterbo, p. 37. Oltre ad Orioli, venne ripresa da Scriattoli, Pinzi, Ciampi e Cristofori; Quest’ultimo affermò: «Altre fortificazioni ebbe Viterbo: una eretta verso il 1077 da Enrico IV, d’onde la chiesa, poi di S. Francesco di Paola, fuori porta S. Sisto, si disse di S. Maria delle Fortezze». Le Tombe dei papi, p. 149.
[12] Anno 1514, Notaio Tignosini, prot. IV, p. 165.
[13] Storia di Viterbo, I, p. 100, n. 2.
[14] Viterbo e il suo territorio, F. Orioli, p. 123 e segg.
[15] Florilegio, F. Orioli, p. 41.
[16] Cronache e Statuti, I. Ciampi, pp. 279 e 287
[17] Viterbo nella Storia della Chiesa, Signorelli, I, p. 107.
[18] Non dissimile il testo proposto dall’altro cronista quattrocentesco Giovanni di Juzzo.
[19] Annali Aretini XII, Fraternita dei Laici Arezzo, p. 137.
[20] Nei Commentari super opera diversorum …, Annio scriveva “Pars quarta Sypalis a magna fonte usque ad Vetuletum dictum etiam Veiuzzam”.
[21] Vedi L’acquedotto di Mummio Nigro Valerio Vegeto, in www.lostraccofojo.altervista.org.
[22] Questa possibile connessione venne suggerita per primo da Bussi nella sua Istoria di Viterbo, p. 37. Oltre ad Orioli, venne ripresa da Scriattoli, Pinzi, Ciampi e Cristofori; Quest’ultimo affermò: «Altre fortificazioni ebbe Viterbo: una eretta verso il 1077 da Enrico IV, d’onde la chiesa, poi di S. Francesco di Paola, fuori porta S. Sisto, si disse di S. Maria delle Fortezze». Le Tombe dei papi, p. 149.
[23] Storia di Viterbo, I, p. 100, n. 2.