PADRONA DELLA TUSCIA
Nel corso del dodicesimo secolo Viterbo guadagnò un ruolo autorevole e persino egemonico rispetto agli altri centri della Tuscia. In alcuni casi, la sottomissione dei castelli e dei borghi era stata concordata con i signorotti locali che, in questo modo, mantenevano un qualche precario diritto feudale garantendosi la protezione del Comune viterbese.[1] Altre volte, invece, venne adottata una politica aggressiva e cruenta, come nel caso di Ferento, ricco e fiorente abitato che venne saccheggiato nell’anno 1172; seppure in modo meno feroce, anche Vetralla, Corneto a altri castelli vennero asserviti con la forza delle armi. Fu così che, nel volgere di alcuni decenni, Viterbo poté controllare un vaso territorio che si allargava dal lago di Bolsena al castello di Barbarano e dalla valle del Tevere al Tirreno.
Naturalmente, una simile supremazia collise presto con gli interessi del Comune romano e con le mire espansionistiche dell’aristocrazia capitolina. Nell’anno 1147, il primo duello tra le due città si risolse in una scorreria delle milizie romane nelle campagne viterbesi. Stando alla Kaiserchronik, una cronaca in lingua tedesca composta intorno alla metà del XII secolo, fondamentale fu l’azione mediatrice di una giovane viterbese, Almenia; intorno a questa figura si sarebbe, probabilmente, sviluppata nei secoli seguenti la leggenda della Galiana.[2]
L’aggressione venne ripagata vent’anni dopo dalle soldataglie viterbesi, che si unirono a quelle dell’imperatore Federico Barbarossa nell’assedio della città Leonina; la tradizione vuole che, in quell’occasione, i viterbesi irrompessero nella basilica di S. Pietro asportandone, quale trofeo della vittoria, le porte bronzee su cui era trascritta la donazione di Costantino e la tazze, anch’esse di bronzo, della fontana che era sull’antistante piazza;[3] altre fonti, invece, voglio che le porte trafugate fossero quelle della vicina chiesa di S. Maria in Turri.[4]
Nel 1177, sobillati dal Prefetto Giovanni, i romani si fecero nuovamente sotto le mura di Viterbo, ma si limitarono a devastare le campagne attorno.
Nuove frizioni si registrano nel 1187, quando schiere capitoline tentarono diverse incursioni, tutte vigorosamente respinte: per ogni viterbese i nemici eran dieci più, e tutti li misero in rotta facendone grande occisione… ruppero li romani e li menarono prigioni a Viterbo, che poi per raccomandamento del papa li lasciarono.[5]
LA CONTESA DI VITORCHIANO
Le ostilità ripresero sul terminare del secolo ed il casus belli fu l’assedio portato dai viterbesi al castello di Vitorchiano, reo di aver rinnegato gli accordi di assoggettamento. Il Comune capitolino, del quale i vitorchianesi si erano dichiarati vassalli, approfittò di quel pretesto per minacciare nuova guerra ai viterbesi; questi, di fronte alla mobilitazione avversaria, chiesero soccorso alla Lega Toscana alla quale avevano da poco aderito.[6]
Di fronte a quell’escalation di avvenimenti, Innocenzo III non poté sottrarsi dalle pressioni dei romani e nel novembre del 1199 scrisse al podestà e ai consoli viterbesi per intimargli l’abbandono dell’assedio a Vitorchiano. Quelle ammonizioni non sortirono effetti, sicché il pontefice si vide costretto a colpire Viterbo con l’interdetto; i rettori della Lega Toscana, di fronte all’anatema papale, decisero di ritirare i propri contingenti che erano frattanto giunti sino ad Orvieto, lasciando così Viterbo sola nell’opposizione ai romani.
Forti di quella situazione, nell’inverno del 1199 alcune squadre capitoline ruppero il blocco di Vitorchiano, mentre il grosso delle truppe pose il proprio quartier generale nel Piano di Risieri, pronto all’offensiva.[7] I drappelli viterbesi, composti da cavalieri e fanti, andarono incontro agli avversari e li affrontarono in una disordinata battaglia che si risolse in un’unica giornata, da mezzogiorno alla sera, dapprima al ponte d’Oglio[8] e più tardi presso la piaggia della Sala.[9] Stando agli autori delle Gesta Innocenti, ad avere la peggio furono i viterbesi; i cronisti locali, invece, sorvolano sull’esito del combattimento e ricordano che sul terreno rimasero due importanti condottieri capitolini, Rinaldo della Riccia e tale Ventura.[10]
Tutte le fonti, tuttavia, concordano col fatto che, il giorno seguente, fu tolto il campo dal Piano di Risieri e che gli aggressori se ne tornarono a Roma. Fu così che i viterbesi ripresero ad angariare Vitorchiano.

Nel corso dell’anno successivo, il governo del Comune di Roma passò in mano al senatore Pandolfo della Suburra,[11] aristocratico fortemente legato a Innocenzo III e alla sua famiglia, i conti di Segni. Fu lui ad organizzare una nuova campagna contro Viterbo, raccogliendo i necessari finanziamenti attraverso un debito contratto con il fratello maggiore del pontefice, Riccardo.[12]
Terminate le fasi di arruolamento, le armate romane si mossero lungo la Cassia e si diedero a saccheggiare tre presidi fortificati dei viterbesi: Montegarofano,[13] Salci[14] e il castello Almadiano;[15] Conclusa la scorribanda, stabilirono di acquartierarsi nei dintorni del Castello di Petrignano.[16]
Nel frattempo Viterbo si era posta da alcuni mesi sotto la protezione di Ildebrandino degli Aldobrandeschi, potente feudatario della Maremma, al quale era stato affidato l’ufficio di podestà.[17]
Anziché accettare lo scontro in campo aperto, Ildebrandino preferì arroccare la milizia viterbese entro le mura e lasciare che i romani si avvicinassero alla città lungo la strada che conducevano quasi fin sotto Porta di Valle attraversando le piagge del Signorino, un terreno solcato da forre naturali e profonde tagliate etrusche. Proprio all’altezza di una di queste, chiamata Cava di Gorga,[18] i viterbesi avevano piazzato frasche e legname affinché fosse celato il dirupo sottostante; inoltre, sommersero i campi adiacenti creando un gran pantano. Lo stratagemma riuscì perfettamente sicché i cavalieri romani lanciati al galoppo si trascinarono, l’un con l’altro, nel precipizio occultato, mentre gli altri compagni, presi dal panico, corsero all’impazzata trovandosi intrappolati nel fango dell’acquitrino creato allo scopo dai viterbesi.

Così raccontano le Cronache quanto avvenne in quella giornata: Li viterbesi coprirno una cava, che si chiamava Cava di Gorga, e la fecero fogliata, e pareva che sopra essa fosse un bello e spazioso piano: poi tutto l’orto acquatile da quel lato allagorno d’acqua, e però erano tutti fanghi. Li romani vennero tutti a schiera e serrati l’uno appresso l’altro come pigne; ed essendo sopra detta cava, che più di mille ne morirno. L’altri che passavano, giungendo alli detti orti tutti loro cavalli si ficcavano ne’ fanghi e non potevano sfangarsi senza loro gran detrimento; e loro fanti a piè non ci volevano entrare.[19]
Avuta notizia di quello sbandamento, i soldati viterbesi aprirono le porte della città e si riversarono contro i nemici, uccidendone più di altri mille e guadagnandosi roba infinita. Naturalmente, i numeri sciorinati dai cronisti vanno ampiamente ridimensionati e letti come enfatica esaltazione della battaglia.[20]
Alle milizie si unirono, armati di lance sottili e longhe, anche un centinaio tra contadini e pecorari che abitavano il rione S. Marco e che, verosimilmente, erano rimasti a lavorare nei pascoli e negli orti attorno alla città.[21] Così malmenati e scompaginati, i romani si ritirarono di gran lena.
Questi sanguinosi avvenimenti si svolsero nel giorno di S. Domenico, ossia il 4 agosto 1200.[22]
Ancora durante quest’anno si registra un’ambasceria dei romani, guidata dall’abate di Farfa, con lo scopo di rivendicare il possesso di Vitorchiano. Alcuni viterbesi videro di buon occhio un accomodamento, ma un gruppo di facinorosi iniziò ad insultare i mediatori e, in particolare, condusse una meretrice dinnanzi all’abate come sbeffeggio. A fronte di quell’atteggiamento la delegazione si ritirò indignata e ne seguì un periodo di nuovi scontri con le soldatesche romane.
LA SCONFITTA GLISSATA
Il Muratori afferma che: Cercavano anche i Romani di dilatare il loro distretto; e però con tutte le forze e bandiere spiegate andarono in quell’anno (1200) addosso a Viterbo, e talmente strinsero e combatterono quella città, che fu astretta a sottomettersi alla loro signoria.[23]
Se la scontro si sviluppò sul finire del 1200, tuttavia, la battaglia decisiva e favorevole ai romani si svolse il 6 gennaio dell’anno successivo. Ne troviamo testimonianza dalla combinazione di informazioni che ci pervengono da due fonti sicuramente attendibili. Una è contenuta nel Chronicon Sicardi dove si legge che nell’anno 1201 i romani soggiogarono (in forti brachio subjugarunt) i viterbesi;[24] l’altra è tratta dalle Gesta Innocenti III dove è riportato che, nel giorno dell’Epifania (senza menzionare l’anno), molti viterbesi fuggirono di fronte ai romani e molti ne vennero uccisi e fatti prigionieri (multis in bello vulneratis, occisi et captis). Il luogo in cui si consumò la cocente sconfitta rimane, però, ignoto.

I cronisti locali, che pure furono piuttosto prodighi nel descrivere i dettagli e l’atmosfera delle vittorie, sorvolano silenziosamente su quest’avvenimento funesto, limitandosi a dire che, ad un certo punto, li viterbesi trattorno di far pace. In realtà, fu una resa umiliante, la cui negoziazione venne affidata al vescovo della città, Raniero, il quale si recò dal papa affinché intercedesse presso il Senato romano e alleggerisse le condizioni della capitolazione.
Un accordo venne raggiunto e le clausole del trattato mediato da Innocenzo III stabilirono: la rinuncia al castello di Vitorchiano, che divenne feudo romano; l’abbattimento di un tratto delle mura di Pianoscarano, che di lì a pochi anni furono ricostruite con licenza del papa;[25] la restituzione delle porte bronzee trafugate da Roma ai tempi del Barbarossa[26] ed infine, quale pegno della schiacciante affermazione, la consegna della campana maggiore del Comune e delle chiavi della porta Salicicchia.
Alcuni studiosi ritengono che l’asportazione di questi trofei non avvenne realmente e che si tratti, piuttosto, di una leggenda alimentata dalla propaganda romana. Eppure i cronisti viterbesi, che così vilmente avevano taciuto riguardo la sconfitta, non poterono fare a meno di ricordare quella vergognosa imposizione. Così scriveva in proposito Francesco D’Andrea: li derno la campana del comuno la quale portarono ad Roma, poserla nel Campidoglio et poserli nome la Patarina de Viterbo. Anco si portaro la catena e le chiave della porta Salcicchia, la quale astaccarno all’arco de Sancto Vito in Roma.[27]
LA PATARINA E LE CATENE DELL’ARCO GALLIENO
La campana maggiore del Comune venne soprannominata dai romani «Patarina» poiché si riteneva che, in quegli anni, Viterbo fosse governata da aderenti alla dottrina eretica dei catari. Patarini erano chiamati gli eretici milanesi dell’XI secolo, ma il termine finì con l’essere usato anche nei secoli successivi per indicare, tout court, qualsiasi fenomeno avverso all’ortodossia della Chiesa.[28]
Secondo la tradizione, la campana venne issata sulla torre del Campidoglio, e i suoi rintocchi, oltre a convocare i consigli pubblici, servivano ad annunciare eventi eccezionali, come l’elezione o la morte del papa. Nel 1560 la campana, che si riteneva ancora quella viterbese, venne rifusa in quanto danneggiata. Quella che oggi si vede risale al XIX secolo, ma per i romani resta ancora la «Patarina».
Le cronache dichiarano che le catene e le chiavi di porta Salicicchia vennero appese sotto l’Arco di S. Vito, ovverosia l’antica porta Esquilina delle mura serviane, ingrandita e fatta ricoprire di travertino bianco da Augusto. Nel 262 d.c. il monumento venne dedicato all’imperatore Gallieno e a sua moglie Salonina, come indica una frase incisa nella cornice sotto l’attico; da allora iniziò ad essere indicato come Arco Gallieno e solo in epoca medievale mutò il nome per via della vicina chiesa di S. Vito e Modesto.
Si vuole che i trofei vi rimasero esposti fino al 1825. Una conferma in tal senso ci perviene dalle numerose rappresentazioni dell’Arco Gallieno che si sono tramandate nei secoli e che tutte propongono, proprio sotto la chiave di volta, i catenacci penzolanti.
Il più antico disegno è quello di Giuliano da Sangallo del 1447, dove un fastosissimo arco presenta in bella vista le chiavi stilizzate. Assai più realistiche le vedute paesaggistiche di Giuseppe Vasi del XVIII secolo e di Luigi Rossini (anno 1821) in cui si scorgono gli avanzi di vecchi anelli di catena.
Articolo curato da Sermarcus Demontfort
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[1] Ad esempio, nel 1170, il conte Guittone aveva posto in accomandigia del Comune di Viterbo metà di Vetralla, i castelli di Respampani, Luni, metà di Bisenzo, Marano, Piangano e Cagio Liutprando. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, I, p. 141, n.18.
[2] Carosi, La Bella Galiana: Storia e leggenda, p. 13, in Il sarcofago monumentale della Bella Galiana.
[3] L’episodio è desunto dalle Gesta Innocenti III citate dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, III, p. 564.
[4] Pinzi, Storia di Viterbo, I, p. 159. Era una delle quattro chiese che si trovavano nell’atrio dell’antica basilica di San Pietro; fu demolita per permettere la costruzione della basilica del diciassettesimo secolo.
[5] Della Tuccia. Ciampi, Cronache e Statuti della Citta di Viterbo, p. 8 e 9.
[6] La Societas inter civitates Tusciae, o Lega di S. Genesio, fu sancita nel 1197 come strumento di affrancamento dall’autorità imperiale e di comune difesa. Vi aderirono Lucca, Firenze, Siena, Arezzo, Prato, altre città minori, il vescovo di Volterra, i conti Guidi e gli Aldobrandeschi; vennero accettate anche Orvieto e Viterbo.
[7] Le fonti non consentono di stabilire le date delle battaglie; ammettendo quale termine post quem la lettera di Innocenzo III di novembre, è plausibile che ritenere che gli eventi si svolsero sullo scorcio del 1199.
[8] Il luogo è sconosciuto. Tuttavia, è riscontrabile una certa assonanza fonetica con il vocabolo detto Ca’ d’Aglio, oggi alla confluenza delle località rurali Paliano e Quartuccio. Forse si trattava di un ponte che scavalcava uno dei tanti fossi che scorrono nella zona e confluiscono nel Rigomero.
[9] La Piaggia della Sala è una costa compresa tra S. Nicolao ed il Signorino, a pochi kilometri da Viterbo.
[10] Della Tuccia. Ciampi, Cronache e Statuti della Citta di Viterbo, p. 11. Francesco D’Andrea, invece, li chiama Rinaldo del Veccia e Aventura. Egidi, Cronica, p. 37.
[11] Fu podestà di Perugia nel 1209-10 e nel 1217-18, nonché di Viterbo nel 1223-24.
[12] Gregorovius, Storia di Roma nel Medioevo, III, p. 204.
[13] Località non identificabile. Tuttavia, nel 1235 è citata una contrada Mons Garofani, appartenente ai Quintavalle, famiglia viterbese che aveva proprietà anche iuxta Risiere e in pratis de Salce (Libro delle Quattro Chiavi, doc. 19). Probabilmente, anche Montegarofano doveva sorgere nelle campagne a sud-ovest di Viterbo.
[14] Il Casale Salicis compare per la prima volta nel Regestro Farfense nell’anno 791 (doc. 172). Il feudo venne usurpato intorno alla prima metà dell’anno Mille da alcuni nobili del contado che assunsero il titolo di Conti di Salci; nel 1045 viene nominato un Rolandus filius Guido de Salci (Margherita, I, p. 67). Dopo il saccheggio del 1200 cadde in progressivo abbandono. Oggi restano una torretta mozza e le fondamenta del castello su una rupe scavata da grotte, probabilmente d’epoca etrusca.
[15] Di questo castello non esistono altre notizie. Il suo assoggettamento al Comune di Viterbo venne tuttavia celebrato negli affreschi della Sala Regia del Palazzo dei Priori (XVI secolo) assieme ai vicini castelli di Respampani, Bicocca, Castelvecchio e Castel d’Asso.
[16] Si trovava a sud di Viterbo, su un poggio presso il fosso delle Trocche; oggi identificabile con la località Castellaccio, non lontano da Tobia. La prima menzione risale all’821 (Regestro Farfense, doc. 176); nel 1145 fu dato in pegno dal conte Gerardo di Vetralla a papa Eugenio III; nel 1190 venne poi acquistato dal Cardinale di S. Maria in Cosmedin e poi fu concesso al vescovo di Viterbo. Nel 1245 fu distrutto dal vicario di Federico II, Vitale da Aversa, per poi essere ricostruito nel XIV secolo, tanto che lo ritroviamo nei registri dell’Albornoz come Castrum Petrognani.
[17] Era figlio di Ildebrando Novello di Sovana, conte palatino, già podestà di Viterbo nel 1170 e nel 1773-74.
[18] Oggi località detta Cava di S. Antonio.
[19] Ciampi, Cronache e Statuti della Citta di Viterbo, p. 11.
[20] Con lo stesso intento ridondante, un altro cronista, Francesco D’Andrea, si limita ad affermare che senza numero ne morirno.
[21] Da una interpretazione letterale delle cronache può sembrare che gli abitanti di S. Marco (fora della porta Sonza), udito il rumore della battaglia, uscissero dalle loro case per infierire sui romani. Tuttavia, come ha notato Egidi, una tale dinamica non è coerente, infatti, la localizzazione del quartiere di S. Marco è diametralmente opposta a quella della Cava di Gorga e da essa dista diversi chilometri. Cronica, p. 38. Si deve, allora ritenere che le strategie difensive del podestà non fossero di dominio pubblico e che alcuni popolani delle contrade esterne alle mura si fossero comunque recati al loro quotidiano lavoro nei campi, rimanendo così coinvolti nella furibonda mischia coi romani. D’Andrea annotava, infatti, che li viterbesi stavano con le porte serrate et non volevano che persona uscisse della terra, imperhò non sapivano tutto el facto.
[22] In origine, il fondatore dei domenicani veniva festeggiato il 4 agosto; solo più tardi la celebrazione venne spostata all’8 dello stesso mese, giorno della sua morte. Stando alle cronache, la vittoria dei viterbesi fu favorita dalla protezione celeste del santo, che viene indicato come ancora non canonizzato. Si tratta, con tutta evidenza, di una tarda interpolazione, infatti, nel 1200 Domenico da Guzman non era neppure morto e anche la sua azione evangelizzatrice non era ancora così popolare da far giungere la propria eco fino alle nostre contrade.
[23] Muratori, Annali d’Italia, MCC, p. 198.
[24] Le cronache di Sicardo, Cremonensis Episcopi, riprese da Muratori in Rerum Italicarum Scriptores, affermano che la vittoria romana risaliva al 1200; il vescovo, però, usava il calendario fiorentino, quindi la data, secondo l’attuale calcolo degli anni, deve essere posticipata al 1201. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, I, p. 156, n.12.
[25] Il ripristino della cinta muraria viene confermata da una lettera del vescovo viterbese Raniero del 1221.
[26] Il trattato di pace è andato perduto, tuttavia, altri documenti consentono di ricostruirne parzialmente il contenuto. Ad esempio, presso l’Archivio Comunale di Viterbo, è conservato l’atto di giuramento di fedeltà al Senato romano che menziona la restituzione di Vitorchiano e l’atterramento delle mura di Pianoscarano. La riconsegna delle porte di S. Pietro è citata, invece, nella Gesta Innocenti III. Pinzi, Storia di Viterbo, I, p. 232.
[27] Egidi, Cronica, p. 38.
[28] Non stupisce, pertanto, che nel 1206 papa Innocenzo III, trattando dei catari col vescovo di Viterbo, scrivesse: “[…] quae in odium fidei catholicae sibi abstulerant Patareni, restituit faceret, quousque ispi esset de preadictis plenarie satisfactum […]”.Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, I, p. 160, n. 24. Ed ancora nel 1207 emanasse un decreto con cui imponeva ai viterbesi di eliminare Paterinorum sporticiam. Idem, p. 219, n. 1.