LA CONTRADA DI VALLE
L’area compresa tra porta di Valle e S. Maria della Carbonara è uno dei pochi angoli di Viterbo che meno ha risentito dell’invasione urbana e dei rimescolamenti paesaggistici del secolo scorso. Risalendo via S. Antonio, in direzione di Pianoscarano, si lasciano alle spalle i pochi resti dell’abbazia di S. Maria della Palomba, mentre sulla destra inizia a scorrere un anonimo muraglione che ostacola la vista sul pianoro selvaggio che, tra canneti e rovi, raggiunge la base della cintura muraria; sul lato opposto della strada si affacciano i tronconi di vecchi bastioni e i costoni del colle di S. Lorenzo coperti da agavi e ginestre spontanee.
Oggi questo lembo di città, un po’ trascurato e isolato, difficilmente lascia intuire l’importanza e la centralità che ebbe invece nel corso del Medioevo. Da qui passava l’ultimo segmento del diverticolo che, provenendo dalla consolare Cassia, conduceva al Castello di Viterbo e ai suoi immediati sobborghi; ogni giorno, su quella strada transitavano venditori e artigiani ambulanti, carovane di forestieri, contadini provenienti dal contado e gruppi di pellegrini in viaggio per Roma. Dalla prima metà del XI secolo, la zona viene indicata nelle fonti col toponimo di Valle supto castrum viterbii e nello stesso periodo viene documentata la presenza di un primo agglomerato abitativo.[1] Secondo i cronisti quattrocenteschi, già nel 1095 esisteva una qualche fortificazione che aveva il suo avamposto principale in porta Eulali, che doveva sorgere pressappoco all’altezza della successiva porta di Valle; tuttavia, bisognerà attendere il 1187 affinché l’intera contrada di Valle venga completamente racchiusa da una cortina muraria. Di certo, il popolamento e l’edificazione dell’area fu fortemente condizionato dalla presenza di una fitta rete di canali e torrentelli che confluiva nell’Urcionio. Le abitazioni, assecondando la conformazione del terreno, si concentravano nella parte più alta, quella a ridosso del colle e in prossimità della strada pubblica, l’attuale via S. Antonio; l’ampia vallata intra moenia, umida ed esposta alle violente esondazioni dei suoi rivi, rimase invece inabitata e destinata all’orticoltura e alla canapicoltura.

LA PIU’ ANTICA CONFRATERNITA D’ITALIA
Ben presto, tra le case e le recinzioni dei campi, vennero innalzate un paio di chiesuole e un piccolo ospizio dedicato a S. Leonardo, frutto dell’iniziativa caritatevole di un gruppo di laici. Nell’Archivio della Cattedrale di Viterbo è conservata la pergamena relativa alla costituzione della confraternita e alla contestuale fondazione del nosocomio, la cui datazione riporta “tempore domini Celestini secundi pape, anno primo [del pontificato], mense … [illeggibile], septimae[2] indictio”. Il papato di Celestino II è compreso tra il settembre 1143 e il marzo dell’anno successivo e, generalmente, il documento viene ascritto ai primi mesi del 1144, in quanto l’indizione settima, stando al computo «romano»,[3] coincide con quest’anno. Pietro Egidi avanza, invece, l’ipotesi che l’atto sia riconducibile al 1143, ma in tal caso bisognerebbe ammettere che per la datazione sia stato utilizzato un altro sistema di calcolo degli anni.[4]

Secondo alcuni storici, questa carta istitutiva rappresenterebbe la prima testimonianza documentale di una confraternita laica in Italia.[5]Vi si legge che i confratelli erano vincolati dall’obbligo di mutua assistenza nel caso uno di loro fosse caduto nell’indigenza o nell’infermità; inoltre, si prevedeva il soccorso di coloro che si fossero ammalati lontano dalla città, fino ad una distanza massima di due giornate di cammino (si infirmitas capiebant eum usque ad unam diurnam aut duo). Naturalmente, venivano disciplinate le pratiche cultuali collettive e la sepoltura dei fratres presso il cimitero della chiesa arcipresbiteriale di S. Lorenzo. Per il sostentamento della fratellanza era costituto un fondo comune nel quale confluivano le elemosine e il contributo di otto denari «inforziati»[6] donato da ciascun dei sei membri fondatori; chi tra i fratelli avesse dato scandalo con il proprio comportamento sarebbe stato sottoposto a penitenza e, se recidivo, espulso dalla confraternita con l’assenso del Vescovo. Chiunque avesse voluto aggregarsi alla confraternita, giovandosi pertanto dell’assistenza offerta dall’ospedale di S. Leonardo in Valle (quiscumque voluerit hobedire nostro ospitale) in caso di malattia o morte, avrebbero dovuto pagare un’oncia d’oro. Al posto del denaro, erano comunque accettate dazioni di beni ed averi; risulta, infatti, che un nuovo consocio preferì contribuire con un terreno che possedeva nei pressi delle piscine dei Bagni.
NEL NOME DI S. PROTOGENIO
Sempre nell’originario statuto è scritto che l’ospizio di S. Leonardo era posto sotto il patronato celeste di S. Protogenio,[7] santo al quale la fratellanza era votata e le cui reliquie si veneravano nella chiesa di S. Lorenzo assieme a quelle degli altri martiri Narciso, Argeo, Marcellino e Papate.[8] Un’antica Passio [9] narra che il magistrato romano Protogenio fu inviato dall’imperatore Massimiano (286-310) a Forum Clodii [10] per costringere i cristiani del luogo ad offrire sacrifici a Giove. Di fronte al rifiuto di obbedire alle prescrizioni imperiali, Protogenio fece arrestare il capo della comunità, Marciano, e i suoi due collaboratori Macario e Stratoclinio. Dopo un lungo interrogatorio, Protogenio rimase folgorato dal sacerdote cristiano e si lasciò convertire. L’imperatore, avvertito dell’accaduto, inviò a Forum Clodii un suo ufficiale, Cornelio, che arrestò e decapitò Marciano e i suoi due discepoli. I corpi dei martiri furono raccolti da Narciso, schiavo di Protogenio, e sepolti in una cripta. Cinque giorni dopo, Protogenio fuggì nel suo fondo Sulpiciano, presso il territorio di Corano, a trenta miglia da Roma, località che alcuni studiosi identificano con Trevignano Romano.[11] Qui fu raggiunto da Cornelio e ucciso insieme ai suoi servi “Narcissum, Argeum, Marcellinum e Papatem”.[12]
Secondo lo studioso francese Dufourcq,[13] solo Marciano fu un santo locale e verosimilmente un personaggio realmente martirizzato intorno al IV secolo; le altre figure e le loro vicende, invece, furono costruite dagli autori della Passio, i quali per i nomi dei vari martiri si ispirarono a santi della tradizione cristiana orientale commemorati nel mese di gennaio dai martirologi più importanti. Argeo, Narciso e Marcellino erano tre soldati che subirono il supplizio a Tomi, città del regno di Ponto (attuale Turchia), mentre Protogenio fu un famoso guaritore e vescovo della diocesi siriana di Carre durante l’impero di Teodosio. Forse anche il nome «Papatem» potrebbe essere stato suggerito dallo Hieronymus Martyrologium laddove tra i primi santi dell’anno indica: “in africa … Narcissi, Argiri et aliorum quatuor, Papatis, …”[14]
Nella sua “Istoria della Città di Viterbo”, Feliciano Bussi, richiamando antiche cronache, afferma che le spoglie dei santi furono trafugate dai Viterbesi nel 1189 in occasione del saccheggio di Vetralla.[15] Volendo accogliere la tesi della spoliazione a danno della città rivale, la data dell’evento va, comunque, anticipata di parecchi decenni; si conserva, infatti, un documento del 1127 in cui vengono invocati i santi Protogene, Narciso, Argeo, Marcellino et Papatteius atque Tranquillinus, che riposano nella chiesa di S. Lorenzo (in … ecclesìa requiescentibus).
UN OSPEDALE PER I POVERI IN CONTRADA S. STEFANO
Col passare degli anni la fratellanza iniziò a fornire soccorso anche ai bisognosi della città e ai romei in transito, tanto che l’originario ospedale di S. Leonardo in Valle risultò presto insufficiente. Fu così che nell’aprile del 1160 Gerardo e Stefano Pellipario, due rappresentanti del sodalizio, acquistarono dai coniugi Offredduccio e Rosa una casa posta nella Valle sub castro Viterbi da convertire in ospedale per i poveri (ad hospitale faciendum in quo recipiantur pauperes Christi). Si trattava di un grande edificio dotato persino di una «vasca» e di una «tina», forse usati per la vinificazione.[16] Nell’atto di vendita, il notaro Iohannes così indica i confini dell’immobile: su un canto vi era la casa degli eredi di Resque, su un altro la casa degli eredi di Nuci del Civera, quindi il fossato con acqua corrente e sull’ultimo lato la via pubblica. Il fatto che il vecchio ospizio di S. Leonardo non venga citato nel documento porta ad escludere una sua diretta contiguità con la casa di nuova acquisizione, anche se le due strutture dovevano essere piuttosto vicine.[17]
In una donazione del 26 agosto del 1201, il nuovo ospizio è indicato come Hospitali Franco in Valle e viene descritto con gli stessi limiti di quarant’anni prima, anche se i proprietari delle abitazioni adiacenti sono cambiati: su un fianco vi era la casa di tale Meliorançe, al secondo lato il rivo d’acqua, al terzo la domum della famiglia di tale Bruno e al quarto la viam publicam.[18]
A dicembre dell’anno successivo, l’edificio appartenente a Bruno de Valle venne acquistato dall’ospedale: “vendimus vobis Petruano et aliis confratribus ospitalis pauperum de Valle, recipientibus prò dicto ospitali, unam mediam domum posium in Valle iuxta ospitale; et habet a primo latere dictum ospitale, a secundo aliam mediam domimi vendictoris, a tertio viam publicam, a quarto fossatum. Et recipimus pretium a vobis XXX librarum bonorum denariorum senensium.”[19]
Accomodare queste poche indicazioni alla moderna topografia non è cosa agevole; tuttavia, un atto del 1235 afferma che la stratam confinava con la parte anteriore dell’ospizio, mentre il cursum aque costituiva il confine posteriore. Dunque, l’edificio aveva il prospetto affacciato sulla strada principale, ossia sull’attuale via S. Antonio; se il fossato dovesse identificarsi con il torrente Paradosso o un suo canale,[20] sarebbe gioco forza collocare l’ospedale sul lato destro della via, dove oggi non esistono più costruzioni.
In alcuni documenti della prima metà del XIII secolo si aggiunge che l’ospedale era nelle vicinanze della chiesa dedicata a S. Stefano (positum juxta Ecclesiam S.Stephani). Si trattava di una modesta chiesuola, menzionata per la prima volta come «cella» nel settembre del 1200,[21] nella quale verosimilmente officiavano le sacre liturgie i membri della confraternita che amministrativa l’ospedale dei Poveri. Recenti lavori di ristrutturazione hanno riportato alla luce le tracce architettoniche dell’edificio sulle pareti esterne di un’abitazione privata su via S. Antonio.

Nel corso del Duecento l’ospedale, ormai comunemente chiamato Hospitali Pauperum de Valle, beneficiò di diversi lasciti e oblazioni. Ad esempio, il 16 febbraio 1201, Petroiano e sua moglie Teodora donarono ogni loro bene riservandosene l’usufrutto in vita.[22] Spesso chi devolveva, in tutto o in parte, le proprie sostanze acquisiva il diritto di vivere nell’ospizio, magari occupandosi dei servizi più umili, come le attività infermieristiche. E’ il caso, ad esempio, dei coniugi Stefano e Peronella che nel 1206 ottennero dai rettori della confraternita la custodia del nosocomio in cambio di venti libre di denari senesi. In un altro caso, invece, la donazione assunse le caratteristiche di una vera e propria pratica penitenziale: anno 1214, una certa Asvele cede ogni suo avere pur di essere accettata nel carcere dicti Ospitalis, ossia in una cella destinata alla reclusione volontaria degli oblati.
Nel 1235, senza che se conoscano le ragioni, ogni diritto sull’ospedale risulta essere acquisito dalla diocesi di Viterbo, mentre da quel momento scompare ogni memoria della confraternita che lo aveva fondato oltre un secolo prima. Il 14 ottobre di quell’anno, infatti, il vescovo Matteo concesse l’ospizio positum in contrata S. Stephani al Capitolo della Cattedrale per risarcirlo della perdita di un altro nosocomio che sorgeva sul colle di S. Lorenzo, demolito per far spazio alla nuova residenza vescovile.[23] I canonici della Cattedrale affidarono l’amministrazione dell’hospitalis e dell’annessa domorum a due conversi laici, frate Stefano e sua moglie Clara. Il 29 dicembre 1276, Magister Giovanni, canonico di S. Lorenzo, lasciava un cospicuo legato pro anima sua a favore delle chiese e degli ospedali cittadini: all’hospitali de valle elargiva XX soldi.[24]
LA DECADENZA E LA CONFRATERNIA DI S. LEONARDO DEI CARCERATI
Il decremento demografico e l’instabilità politico-economica che caratterizzarono il Trecento concorsero all’arresto dello sviluppo urbano di Viterbo. Si registrò una sensibile contrazione dell’area abitata, molti edifici caddero in rovina abbandonati e alcuni rioni si spopolarono: tra essi la periferica contrada di Valle. Anche l’ospedale iniziò a decadere lentamente, anche se non mancarono tentativi per un suo risanamento: nel 1389 si ha notizia di un frater Iohannes Matthey de Valle che, attraverso importanti lasciti (pro fabrica fienda in ecclesia S. Stephani et hospedali), cercò di ripristinarne la funzionalità, senza tuttavia ottenere un risultato duraturo.[25]

Nel Quattrocento le spaventose esondazioni dei torrenti che incrociano nella vallata produssero danni irreparabili, contribuendo al declino del rione. Nel novembre del 1454 vi fu un’alluvione che invase gran parte della contrada, devastando l’abbazia della Palomba e provocando il crollo di un lungo tratto di mura; altri ingenti guasti furono causati nel 1467 da una piena dell’Urcionio. L’area era così malsana e disabitata che il Comune esentò dalle tasse chiunque vi andasse a risiedere. Nel 1490 l’isolamento della contrada fu ulteriormente aggravato dalla decisione del vescovo Sèttala di chiudere la strada che dalla Cattedrale tagliava il colle e scendeva diretta fino a porta di Valle; quest’ultima, inoltre, dalla seconda metà del XVI secolo iniziò ad essere ciclicamente chiusa, fino alla definitiva occlusione dopo la costruzione della nuova porta di Faul (1568).
Nel 1463, la sede dell’ospizio, ormai abbandonata, fu ceduta in enfiteusi a privati dal Capitolo di S. Lorenzo, che impose comunque il divieto di non trasformare la struttura in stalla o conceria. Quel che rimase dell’ospedale nel 1504 venne affittato per alcuni anni ai frati Gesuati della vicina S. Maria della Palomba. E’ l’ultima notizia che attesta l’esistenza del nosocomio, che negli anni a seguire cadde definitiva rovina.
Nell’aprile del 1544 si ha notizia di una Società ed Opera Pia di S. Leonardo che, in cambio di un censo annuo di quattro carlini, ottenne in enfiteusi dal Capitolo della Cattedrale la chiesa di S. Stefano in Valle, descritta come incultam e derelictam, assieme ad un’adiacente domuncula e ad ogni diritto e pertinenza connesse.
La fratellanza aveva come scopo quello di assistere coloro che venivano reclusi nelle prigioni cittadine; fu così che la chiesa iniziò ad essere chiamata anche «S. Stefano delli Carcerati». Nel 1549 il Comune di Viterbo concesse al sodalizio alcune catene, già usate come confine delle diverse contrade, affinché fossero fuse e utilizzate per le inferriate della chiesa.
Le piante prospettiche di fine ‘500 (Ligustri, Mortier, De Wort) segnano l’edificio corrispondente a S. Stefano come «S. Leonardo in Valle Confr.». La titolazione riecheggia curiosamente il nome del primitivo ospedale del 1144, ma con essa i cartografi tardo cinquecenteschi volevano semplicemente indicare la nuova fratellanza di S. Leonardo dei Carcerati che aveva preso sede nella contrada di Valle, senza alcuna allusione alla pia istituzione del dodicesimo secolo.[26]
Già nel dicembre del 1562 l’Opera Pia di S. Leonardo trasferì la propria residenza in un locale presso le carceri viterbesi, davanti al Palazzo dei Priori; più tardi, nel 1595, iniziò ad officiare a S. Maria della Salute e nel 1633 fondò la nuova chiesa di S. Leonardo dei Carcerati sulla via Farnesana (via Cavour).[27] La vecchia chiesa di S. Stefano in Valle venne completamente abbandonata e trasformata in edificio ad uso civile.
Tavola riassuntiva delle citazioni dell’ospedale in contrada Valle (XII-XIII secolo)
anno 1144
hospitale Sancti Leonardi de Valle
anno 1160
hospitale faciendum in quo recipiantur pauperes Christi
anno 1201 (febbraio)
ospitali pauperum de Valle quod est positum iuxta ecclesiam S. Stefani
anno 1201 (agosto)
hospitali Franco quod positum est in Valle
anno 1201 (ottobre)
ospitalis quod positum est in Valle
anno 1202
ospitalis pauperum de Valle
anno 1206 (novembre)
ospitali pauperum de Valle
anno 1206 (dicembre)
hospitalis de Valle
anno 1214
ospitali pauperum de Valle posito in hora S. Stefani
anno 1217
rector et custos hospitalis consistentis in hora S. Stefani de Valle
anno 1231
hospitali posito in contrata S. Stephani de Valle in manibus fratris Stephani
anno 1235
hospitalis, quod posìtum est in contrada S. Stephani de Valle, iuxta stratam ex parte anteriori et iuxta cursum aquarum ex parte posteriori
anno 1276
hospitali de Valle
anno 1279
domum in Valle, iuxta hospitale et rem ipsius ecclesie (Cattedrale di S. Lorenzo), viam publicam et fossatum
Articolo curato da Sermarcus Demontfort
disegni di Marco Serafinelli
Bibliografia:
Pinzi, Ospizi Medievali
Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa
Egidi, l’Archivio della Cattedrale di Viterbo
Dufourcq, Gesta Martyrum Romains
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[1] Dicembre 1051, Francone e la moglie Mizza, abitatori della valle sotto il castello Biterbu, vendono ad Ildizo e a sua moglie Itedilda una casa in detta valle per il prezzo di venti soldi. Aprile 1072, Guido Rubusto Viso e sua moglie Missa sono intimati dal giudice affinché restituiscano una casa nella valle sotto il castello.
[2] Nella pergamena è scritto septimanis, probabile errore del copista. Pietro Egidi ritiene che il documento non sia l’originale ma una copia scritta da tre mani diverse, sempre nel corso del XII secolo. Egidi, La Fraternita di Disciplinati di Viterbo, p. 65-66.
[3] L’indizione è un metodo di calcolo del tempo che si basa su cicli quindicinali. Nei secoli si sono adottate diverse date di partenza per il conteggio dell’indizione; quella più diffusa in Occidente era quella romana o pontificia, che inizialmente utilizzò come riferimento il 25 dicembre. Solo a partire dal XIV la data venne sostituita con il 1° gennaio.
[4] Egidi ipotizzò l’uso del sistema «bizantino» o di quello «bedano», i quali prevedevano che l’anno iniziasse, rispettivamente, il 1° o il 24; sicché la settima indizione corrispondeva ad un periodo compreso tra il settembre 1143 e il settembre 1144. L’Archivio della Cattedrale, p. 57. Si potrebbe anche ipotizzare che l’estensore del documento utilizzasse il cosiddetto «stile pisano», che faceva principiare l’anno il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, e di conseguenza anticipava di nove mesi il computo dell’anno rispetto al moderno calendario.
[5] Di poco successiva risulta l’attestazione della fratellanza di S. Croce di Orte (1159). Il Muratori cita due esempi di fratellanze a Milano del 1153 e del 1168. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, I, p. 140, n. 16.
[6] Le monete inforziate erano quelle che avevano un più alto valore intrinseco (valore della materia prima per il conio) rispetto ad altre emissioni di pari valore nominale.
[7] Nel documento fondativo del 1144 si legge: Sanctus Protogenus, pape [sic], instituit istam fraternitatem hospitale S. Leonardi. I confratelli avevano assunto l’impegno di alimentare in perpetuo la lampada a olio dell’altare di S. Protogenio presso la chiesa di S. Lorenzo.
In una bolla del 1289 di papa Niccolò IV, il corpo di S. Protogenio viene elencato tra le più importanti reliquie conservate nella Cattedrale di Viterbo. Nel 1261 si menziona una cappella di S. Protegenio situata in prossimità della tomba di Alessandro IV. Nel 1474 il vescovo Francesco Maria Settala riesumò i resti del santo assieme a quelle dei suoi compagni martiri. Ancora nel 1523 si parla di un legato per la cappella di S. Protogenio e nel 1626 si conferma la presenza delle sue reliquie e di quelle dei sui compagni.
La devozione per il santo doveva essere così radicata che in alcuni atti, ancora nel XVII secolo, l’ospedale dei Pellegrini (presso il ponte del Duomo) viene chiamato “ospizio di S. Protogenio”.
[8] Sempre nella Cattedrale di Viterbo sono conservati alcuni resti del corpo di S. Tranquillino prete, padre dei santi Marco e Marcelliano di Roma. Secondo il Martirologio Romano fu lapidato dai pagani sulla tomba di S. Paolo (III-IV sec). Parti delle sue reliquie sono conservate nella chiesa romana dei RR. PP. Riformati.
[9] Si tratta della Passio dei SS. Marciano prete, Macario esorcista e Stratoclinio lettore. Fu probabilmente redatta dopo il V secolo.
[10] Oggi località S. Liberato, nei pressi di Canale Monterano.
[11] G. Cordiano, S.Caterina dei Giustiniani, p. 4, n. 7.
[12] “Post uero dies quinque fugit Protogenis in fundum suum in territorio coranu quod dicitur suplicianum: hoc audiens cornelius misit et tenuit feum qui nec discussum eum seruis suis Narcissum et Argeum et Marcellinum et Papatem suo iussit ut ibidem decollarentur in fundum supplicianum territorio corae miliario ab urbe XXX.”
Secondo un’altra leggenda, Argeo, Narciso e Marcellino erano tre fratelli martiri del IV secolo; l’ultimo, in particolare, viene ricordato come un bambino. Sarebbero stati decapitati a Cori (Latina) e i loro corpi vennero successivamente traslati da papa Leone IV a Roma, nella basilica dei SS. Quattro Coronati. Questa versione, tuttavia, non si combina con la presenza, almeno dal XII secolo, delle reliquie dei santi nella Cattedrale di Viterbo.
[13] A. Dufourcq, Gesta Martyrum Romains, pp. 226 e segg.
[14] Tuttavia, lo stesso Dufourcq avanza l’ipotesi che Papatem non era un nome proprio, ma che con esso si volesse forse indicare il padre adottivo di Marcellino.
[15] Luigi Serafini, nel libro Vetralla antica, cognomata Il Foro Cassio (1648), ricorda che tra le reliquie conservate nella chiesa vetrallese di S. Francesco vi erano state anche quelle dei martiri Protogenito, Narcito, Argeo, Papauero e Marcellino. Non vi è alcun accenno alla supposta depredazione dei viterbesi.
[16] Pagani, Viterbo nei secoli XI-XIII, p. 107.
[17] L’ubicazione del primitivo ospizio fondato nel 1144 è incerta. Pinzi ipotizza che la confraternita lo avesse realizzato in un angolo della chiesa di S. Stefano in Valle. Ospizi Medievali, p. 46. Questa ricostruzione non spiega l’assenza di qualsiasi riferimento alla chiesa nell’atto fondativo; inoltre, le prime menzioni di S. Stefano risalgono solo al 1200.
Probabilmente, dopo il 1160 il piccolo fabbricato che aveva accolto l’ospedale di S. Leonardo in Valle fu utilizzato come ambiente di servizio o magari venne inglobato nella costruenda chiesa di S. Stefano in Valle.
[18] Pinzi, Ospizi Medievali, p. 49, n. 1. Questa famiglia doveva essere proprietaria di parecchi immobili e terreni, in quanto in un atto del 1218 si trova che Brunus filius qd Bruni prestava come garanzia una casa in contrada Valle e un poggio extra portam Vallis. Pagani, Viterbo nei secoli XI-XIII , p. 192.
[19] Egidi, L’Archivio della Cattedrale di Viterbo, doc. 62. In un successivo documento, che Pietro Egidi data tra il 1206 e il 1214 (doc. 78), i confratelli Petroiano e Berardone confermano l’avvenuto pagamento di quanto pattuito. La famiglia Bruni doveva essere proprietaria di parecchi immobili e terreni, in quanto in un atto del 1218 si trova che Brunus filius qd Bruni prestava come garanzia una casa in contrada Valle e un poggio extra portam Vallis. Pagani, Viterbo nei secoli XI-XIII , p. 192.
[20] Il fosso del Paradosso, non appena ricevuto il rivum Çucçum all’altezza dell’odierna via delle Mole, si divideva in due rami, uno usciva all’altezza di porta S. Lorenzo e l’altro proseguiva nella vallata fino a s. Maria della Palomba.
Il corso d’acqua a confine con l’ospedale è indistintamente indicato nei documenti come fossatum, rivum e cursum aque. Negli atti del XIII secolo i tre termini vengono spesso usati come sinonimi; con fossatum si indicavano tanto i torrenti, come il Sonza (Urcionio), la Mazzetta (Macçecta) e il fossatum Castagni, che i canali di confine (fossatum comunis)e quelli per lo smaltimento delle acque. In alcuni casi, con cursum aque s’intendeva un rivo minore ed anche il canale che alimentava i molini (cursum aque alvei molendini et canale molendini).
[21] Actum est hoc in cella Sancti [St]eph[ani] … coram testibus r[ogatis] subsc[riptis]. Egidi, L’Archivio della Cattedrale di Viterbo, doc. 56.
[22] “Ego Petroiano una cum uxore Tedora offerrimus nos et universa nostra bona Deo et ospitali pauperum de Valle, quod est positum insta ecclesiam S. Stefani, et promittimus et pie et caste vivere, obedientes dicto ospitali et rectoribus, reservata potestate existendi in domo nostra et tenendi omnia bona tempore vite nostre in usu et utilitati.” Egidi, L’Archivio della Cattedrale di Viterbo, doc. 58.
[23] L’ospedale di S. Lorenzo doveva risalire al periodo immediatamente successivo all’istituzione della diocesi di Viterbo (1192). Sorgeva in prossimità del lato destro della Cattedrale.
[24] Egidi, L’Archivio della Cattedrale di Viterbo, doc. 298.
[25] Frank, Gli Ospedali Viterbesi nei secoli XIV e XV, p. 20.
[26] Non esistono elementi che provino una qualche relazione tra le due fratellanze; peraltro, il nome «ospedale di S. Leonardo in Valle» fu rapidamente sostituito con quello di Hospitali Pauperum già nel corso dei primi anni del XIII secolo.Difficilmente può essere giustificata la sopravvivenza nel Cinquecento di una così lontana e brevissima memoria.
[27] La confraternita si occupò dell’assistenza dei carcerati fino al 1842.