I CANONICI DI SAN NORBERTO
Tra la fine dell’XI secolo e la prima metà del successivo, l’universo religioso occidentale venne percorso da una profonda crisi causata dalla rigidità del cenobitismo tradizionale rispetto alle mutate condizioni sociali e spirituali del mondo cristiano. Ai monaci, in particolare, si chiedeva di rinunciare ai privilegi del chiostro per confrontarsi con il mondo esterno e testimoniare Cristo attraverso l’esercizio attivo della predicazione e della carità. Come risposta a questo nuovo bisogno di autenticità evangelica alcuni religiosi lasciarono il convento o il capitolo in cui erano stati incardinati per raggiungere uno stato di povertà e di isolamento assoluti.
Tra le figure di rilievo di questo movimento di rinnovamento emerge quella di Norberto di Gennep. Avviato alla carriera sacerdotale sin da ragazzo, dopo un profondo travaglio spirituale, nel 1115 rinunciò ad ogni privilegio per dedicarsi alla penitenza e alla predicazione itinerante. Esempio vivente di perfezione morale, ricevette da Gelasio II l’incarico di evangelizzare le campagne francesi e tedesche e di farsi portavoce della riforma ecclesiastica promossa dal papato romano. Dopo anni di tenace attività missionaria, ormai in fama di santità, Norberto decise di stabilirsi nella valle di Prémontré, a nord di Parigi, per consacrarsi alla meditazione; qui lo raggiunse un primo nucleo di discepoli assieme ai quali fondò una comunità che adottò la regola di S. Agostino. I Premonstratensi erano dunque dei canonici regolari che, tuttavia, si obbligavano ad una austera vita di tipo monastico dedita agli uffici religiosi e ad un’intensa attività lavorativa; loro peculiare mandato rimase, comunque, la predicazione e all’attività pastorale. Nel 1133 Norberto partecipò alla spedizione guidata da Lotario III in Italia per risolvere lo scisma in corso e ristabilire Innocenzo II sul soglio pontificio; fu solo grazie al suo energico intervento che l’imperatore, accampato alle porte di Viterbo, si rifiutò di venire a patti con i messi inviati dall’antipapa Anacleto e proseguì la sua avanzata verso Roma dove entrò nel mese di aprile.
Norberto morì nel 1134 a Magdeburgo, città della quale era stato nominato vescovo, mentre alla guida di Prémontré gli successe l’abate Ugo di Fosses, alla cui iniziativa si deve l’organizzazione e lo sviluppo del neonato Ordine Premonstratense.

GLI ANNALI DELL’ORDINE DEI SERVI DI MARIA
I Premonstratensi conobbero una rapida diffusione soprattutto in Europa del nord, mentre la penetrazione in Italia fu piuttosto contenuta e concentrata nelle regioni meridionali; le prime fondazioni si registrano a Todi, a Gratteri (presso Cefalù), a Barletta, a Brindisi e a Camerota, tutte databili tra la prima metà e la fine del XII secolo. Nessuna fonte diretta documenta stanziamenti premostratensi nella Tuscia, tuttavia una memoria accidentale è rinvenibile nelle tarde cronache di un altro Ordine, quello dei Servi della Beata Vergine Maria, comunemente chiamati Serviti.
Negli Annali redatti nel 1618 dal frate servita Arcangelo Giani si afferma che i Premonstratensi vivevano in comunità appena fuori le mura di Viterbo, non lontano da quella che, per la vicinanza al loro convento, era detta Porta «dell’Abate». In un periodo imprecisato e per cause non conosciute, il piccolo complesso monastico transitò ai Servi di Maria e prese il nome di S. Maria della Verità poiché nell’annessa chiesetta era stata fatta dipingere un’effige della Beata Vergine con il Figlio.[1]
In una successiva edizione del 1719, integrata da frate Aloisio Maria Garbi, gli Annali confermano quanto asserito dal Giani in merito alle vicende della chiesa di S. Maria della Verità,[2] ma aggiungono che i Serviti acquisirono dai Premonstratensi anche un altro monastero viterbese intitolato a S. Macario; a dimostrazione di quanto sostenuto, si rievoca un documento del 27 gennaio 1318, redatto sotto il pontificato di Giovanni XXII, con cui l’abate premonstratense Francesco loca ai serviti il delubrium [tempio] cum Domo chiamato Monasterium S. Macarij, con annesse vigne, terreni, oliveti ed altri alberi domestici.[3] Purtroppo, il contratto d’affitto viene citato solo negli Annali settecenteschi, mentre non compare nelle altre ricognizioni degli archivi dei due Ordini.
LE CRITICHE DI PADRE BACKMUND
L’attendibilità degli Annali Serviti è stata fortemente messa in discussione dagli studi di padre Norbert Backmund,[4] che nell’enciclopedica opera Monasticon Praemonstratense escluse senza mezzi termini l’esistenza di un monastero viterbese di S. Macario e manifestò molte perplessità riguardo l’ascendenza premostratense di S. Maria della Verità.[5] A settant’anni dalla loro pubblicazione, le perentorie conclusioni del ricercatore bavarese rivelano una certa incoerenza ed approssimazione argomentativa. Per accreditare la tesi dell’inesistenza di S. Macario sostenne che il suo nome era stato equivocato, forse in qualche trascrizione, con quello della chiesa viterbese di S. Marco o con quello dell’abbazia premostratense di S. Severo e Martirio ad Orvieto.
Ma se si considera che nessuna di queste due chiese fu mai soggetta ai Serviti, resta incomprensibile il motivo per cui l’annalista Garbi avrebbe dovuto farne menzione, travisandone o alterandone il nome in S. Macario, nel suo censimento delle dipendenze dell’Ordine.[6] Piuttosto singolare, inoltre, la supposizione che l’errore con il convento umbro di S. Severo e Martirio potesse dipendere dalla confusione fatta tra Viterbo e Orvieto, cittadine i cui nomi derivavano dalla stessa radice (Nomina ambarum civitatum habent enim radicem “Vetus urbs-Urbs vetus” et ideo plus semel sunt confusa).
Ancora meno convincente appare l’affermazione di Backmund secondo cui i premonstratensi non ebbero un convento a Viterbo ma piuttosto ad Orte, come dimostrerebbe la menzione di un «Abbati de Orta premonstratensis ordinis» contenuta in un formulario duecentesco della Penitenzieria pontificia. La congettura dello studioso, mutuata acriticamente dallo statunitense H.C. Lea,[7] si basa esclusivamente su un’assonanza fonetica che può essere facilmente confutata; riferimenti ad un «abbati de Orta», infatti, sono presenti in diversi altri documenti, pressoché coevi, riconducibili a monasteri spagnoli,[8] senza contare che a Segovia esisteva un cenobio premonstratense chiamato proprio «S. Maria de los Huertos».[9]
Le obiezioni di padre Backmund non sono, dunque, così granitiche da far rinunciare alla ricerca di altri canali d’indagine che, partendo dalle pur lacunose cronache servite, possano corroborare l’ipotesi di un insediamento premostratense a Viterbo.
UNA PORTA, UN ABATE, UN CONVENTO
In primo luogo, va rilevato che «La Porta dell’Abbate» ricordata dagli Annali dell’Ordine Servita è effettivamente esistita; se trovano diverse menzioni negli archivi comunali a partire dall’anno 1236[10] e nello Statuto comunale del 1251 con riferimento al tratto di cinta muraria più orientale della città, grossomodo coincidente con la moderna Porta della Verità. Probabilmente, nel lessico comune si era consolidata la consuetudine di indicare la porta con quella particolare aggettivazione proprio perché prossima ad un convento che, nel sentire popolare, veniva identificato con il suo abate.
Va senza dubbio esclusa ogni relazione con i serviti di S. Maria della Verità in quanto governati da un priore e non da un abate; inoltre, costoro giunsero a Viterbo solo a partire dalla seconda metà del XIII secolo,[11] ossia parecchi anni dopo le prime attestazioni della porta. La carica di abate era presente anche nell’organizzazione benedettina, comprese le sue declinazioni cluniacense e cistercense, tuttavia non esiste alcuna memoria circa una dipendenza in loco che appartenesse a questa grande famiglia monastica.[12]
Poiché la figura dell’abate era propria dell’articolazione gerarchica premonstratense, non solo come vertice dell’ordine, ma anche come rettore dei cenobi periferici, prende effettiva consistenza la possibilità che la porta abbia assunto quel nome proprio per la vicinanza ad una struttura appartenente a quest’Ordine. Così come le altre porte cittadine, anche questa assunse una funzione d’orientamento spaziale, tanto da venire spesso associata alla titolazione della chiesetta di S. Matteo, edificio che sorgeva all’interno delle mura, all’altezza di via Niccolò Della Tuccia: S. Matthei porte Abbatis.[13] Si deve presumere che il ricorso a quest’accostamento serviva per meglio individuare la chiesa e distinguerla dall’altra S. Matteo che si affacciava sull’odierno Corso Italia.
Con l’allontanamento dei premonstratensi dalla città, la porta iniziò ad essere chiamata semplicemente “Porta S. Matteo” o, più spesso, “Porta S. Matteo dell’Abbate”. Evidentemente, con il passare del tempo, il motivo di quella denominazione si era così opacizzato che nel linguaggio corrente si affermò un inconsapevole processo di contrazione che stravolse e annullò ogni legame con la causa originante. Nei secoli XV e XVI non mancano addirittura documenti in cui è la chiesa stessa ad essere menzionata come S. Mattia dell’Abbate, tanto che alcuni studiosi caddero nell’equivoco di considerarla come l’originaria sede dei premostratensi viterbesi.[14]
L’ABATE GERVASIUS
Durante l’energico governo dell’abate generale Gervaso Anglo (1209-1220)[15] i premonstratensi beneficiarono grandemente della benevolenza della Curia romana e conobbero un periodo di affermazione in Italia centrale a cominciare dal 1215, quando Innocenzo III affidò loro la riforma del monastero benedettino di S. Quirico e Giuditta adAntrodoco, nel reatino, e conseguentemente di tutte le sue dipendenze, compresa l’abbazia di S. Maria di Ronzano nel teramano. L’azione promotrice dell’abate continuò a produrre effetti anche dopo che questi lasciò la guida dell’ordine; nel 1226 i premostratensi ottennero il monastero orvietano di S. Severo e Martirio grazie all’interesse di Onorio III e nel 1231 si stabilirono nell’importante complesso romano di S. Bonifacio ed Alessio all’Aventino sostituendo una comunità di benedettini.
Il presunto trapianto dei canonici francesi a Viterbo trova un credibile movente proprio in questo temporaneo ma fecondo processo espansivo; d’altronde, all’inizio del XIII secolo, la città iniziava a costituire un importante centro d’attrazione per molti ordini religiosi, tradizionali o nuovi, non solo per la sua ascesa egemonica nel Patrimonio, ma anche perché, ormai da alcuni decenni, era stata prescelta dai pontefici per i loro soggiorni lontani dal Laterano. Inoltre, a cavallo tra il primo e secondo decennio del secolo, la diocesi viterbese stava attraversando un periodo di profonda crisi causata sia dall’azione disgregatrice della propaganda eretica che dalla debole amministrazione del vescovo Raniero (1199-1222); la fondazione di una casa premonstratense in questi anni potrebbe, pertanto, essere inquadrata nel generale contesto di riforma promossa da Onorio III per risollevare il clero locale dall’impoverimento, materiale e spirituale, in cui era caduto.[16]
PROPRIETARI DI CASE E TERRE
Tra la fine del XIII secolo e l’inizio del successivo è attestato un particolare dinamismo nella compravendita di terreni nel circuito di Viterbo da parte dell’abbazia dei Ss. Alessio e Bonifacio in Roma, che dal 1231, come sopra anticipato, era stata affidata all’ordine premonstratense per intercessione di papa Gregorio IX.[17] Alcuni di questi documenti negoziali contengono riferimenti che sembrano rimandare ad un patrimonio già consolidato sul territorio, verosimilmente proveniente dalla modesta dotazione accumulata dai premostratensi che soggiornarono in città nella prima metà del ‘200 e che solo in un secondo momento fu incamerata dal grande monastero romano. Significativa in proposito una chartula del 1291 che riporta l’acquisto di orti in contrada Valle Pettinale dove l’abbazia era già proprietaria di altri appezzamenti e beni confinanti (positum in pertinentiis Viterbii … iuxta rem diciti monsterii sancti Alexii).[18]
UNO O DUE CONVENTI?
Per quanto flebili, tutti questi indizi sembrano convergere a sostegno della narrazione proposta dagli Annalisti Serviti circa una precoce presenza premostratense nella città di Viterbo. Se buona parte degli storici locali è propensa ad accogliere la tesi di un’origine premostratense del convento di S. Maria della Verità, maggiori incertezze sono state espresse riguardo la concreta esistenza di una seconda chiesa di S. Macario, della quale non esiste alcuna testimonianza documentale negli archivi cittadini. Alcuni autori hanno cercato di risolvere la questione ipotizzando che si tratti di uno stesso edificio che ha mutato la propria denominazione nel corso del tempo; più precisamente, il convento fuori Porta dell’Abbate, l’unico mai fondato dai premostratensi, era stato inizialmente dedicato a S. Macario e solo più tardi, nella seconda metà del XIII secolo, venne reintitolato a S. Maria della Verità dai subentrati frati serviti, il cui ordine mendicante era stato consacrato al servizio mariano e affidato alla protezione della “Regina del cielo, la gloriosissima Vergine Maria, mediatrice e avvocata”.[19] Il contratto dell’anno 1318 riportato negli Annali di frate Garbi, il solo in cui si menziona S. Macario, altro non sarebbe stato che una sorta di conferma della successione tra premonstratensi e serviti avvenuta una quarantina di anni prima.
Questa interpretazione conciliatoria, tuttavia, non dirada tutti i dubbi su questo controverso documento. Infatti, in esso non vi è alcun elemento che rimandi ad una ratifica o ad un compimento di precedenti accordi, ma al contrario i contraenti stipulano una ordinaria locatio conductio, vale a dire una cessione a titolo provvisorio. Appare quantomeno illogica la scelta di adottare questa soluzione contrattuale per un convento che ormai da decenni era in piena disponibilità dei frati serviti, tanto da essere ampliato e completamente adeguato alle loro esigenze cultuali e non solo. Basti pensare che gli ambienti di S. Maria della Verità vennero prescelti dall’Ordine servita per celebrarvi due comizi generali, nel 1282 e nel 1307;[20] per di più, già dalla fine del XIII secolo, i frati avevano intrapreso la costruzione di una nuova chiesa alla quale papa Nicolo IV riconobbe un’importante indulgenza con bolla del primo marzo 1290.[21]
Non si spiega, infine, per quale motivo all’inizio del XIV si redigesse un accordo utilizzando la titolazione a S. Macario per un convento che, che almeno dal 1275,[22] era correntemente individuato con il nome di S. Maria della Verità.[23]
Si deve, dunque, riconsiderare la possibilità che i premonstratensi disponessero realmente di una seconda sede dedicata a S. Macario; eventualità questa alla quale aderì con convinzione Francesco Cristofori, il quale azzardò addirittura la collocazione del convento in fondo alla valle dell’Arcionello, esattamente nel luogo in cui sorgeva lo stabilimento della famiglia Bazzichelli,[24] area che rispetto alla moderna sistemazione urbana doveva coincidere con l’alveo dell’attuale via Genova.[25] Peccato che lo studioso viterbese non abbia mai riportato le fonti o i riscontri che lo indussero a tanta perentoria precisione nell’identificazione.
Per quanto disseminata di zone d’ombra, questa ipotesi trova una possibile sponda nei documenti dell’archivio dell’abbazia premostratense di S. Alessio e Bonifacio, in parte già anticipati, nei quali si evidenzia una concentrazione di proprietà appena oltre il segmento nord-orientale delle mura cittadine, o meglio nelle contrade Grazani e Valle Pettinale, estensioni ortive comprese tra il fosso del Respoglio e l’Urcionio,[26] e nella contrata porte Capitis Plagie, area attigua all’odierna Porta Murata. Nulla di più probabile che, a presidio di questo sostanzioso patrimonio terriero, i premonstratensi romani si fossero dotati di una domus con una cappella per le attività liturgiche, una piccola residenza periferica che, come indicato nel documento del 1318, era nota come monasterium S. Macarij. Potrebbe trattarsi proprio della domus che trail 1288 ed il 1310 viene ripetutamente citata come luogo di stipula di alcuni contratti con cui i premonstratensi acquisiscono alcuni beni nel viterbese.[27]

UNA STORIA POSSIBILE
A conclusione di questa lunga disamina proviamo a sintetizzare la possibile sequenza di accadimenti che interessò la comunità premostratense viterbese. Intorno al secondo decennio del ‘200, una minuta colonia di canonici francesi fondò un cenobio su un pianoro prospicente le mura, appena fuori una porta che, nel gergo cittadino, non tardò ad essere soprannominata Porta dell’Abate; nessuna fonte indica il nome del convento, ma tutto lascia supporre che l’inclusa chiesetta per le funzioni religiose fosse dedicata a Maria.[28] La vita di questi preti dal saio bianco ruotava attorno alla contemplazione e all’ufficio liturgico, ma la loro regola prescriveva anche la cura delle anime ed il lavoro comune nei campi, obbligo quest’ultimo che adempivano quotidianamente negli orti e nei frutteti posseduti nella vicina vallata dell’Arcionello. Malgrado la loro vita esemplare, i premonstratensi di S. Maria non riuscirono a radicarsi nel contesto cittadino e a pochi anni dal loro arrivo, forse perché a rischio di consunzione, preferirono lasciare Viterbo per congiungersi ai confratelli che dal 1231 risiedevano nell’abbazia romana di S. Alessio e Bonifacio. A quest’ultima, di conseguenza, toccò la custodia del piccolo convento viterbese che, ormai disabitato, tra gli anni sessanta e settanta del XIII secolo venne rilevato dai Servi della Beata Vergine Maria che lo trasformarono e lo dotarono di una nuova chiesa dedicata a S. Maria della Verità. Le proprietà agricole vennero conservate da S. Alessio e Bonifacio che provvide, anzi, a comperare nuovi terreni da mettere a rendita nelle contrade rurali attorno alla Valle dell’Arcionello; per evidenti esigenze pratiche venne mantenuta sul territorio anche una abitazione con un’edicola intitolata a S. Macario. Nel 1318 l’abbate romano Francesco[29] concesse in locazione la domus e alcuni appezzamenti ai frati serviti di S. Maria della Verità. Da questo momento di S. Macario svanisce dalla storia della città, forse perché rapidamente abbandonata e caduta in rovina.
L’interesse dei premostratensi di S. Alessio e Bonifacio per il fertile agro viterbese, tuttavia, non si attenuò ed anche nei secoli successivi continuarono acquisizioni e permute; ancora alla metà del ‘700 l’abbazia risulta possedere cinque orti nella Valle Pettinale.[30] Nono solo, a partire dal 1348 si ha menzione di una loro nuova chiesetta intitolata a S. Caterina;[31] posta a poca distanza dall’imbocco della Strada Teverina, questa struttura non sopravvisse al XVI secolo.[32]
Articolo curato da Sermarcus Demontfort
disegni di Marco Serafinelli
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[1] «Extra portam S. Matthie, que olim à proxima Praemonstratensium Monachorum Ecclesia dicebatur La Porta dell’Abate, ferunt Imaginem quondam Beate Marie Virginis cum Filio in quondam diverticoli angulo, cuius occasione Ecclesia illa dicta fuit S. Maria de veritate: Hic aut locis Monachorum quomodo, seu quando pervenerit ad Fratres Servorum, memoria nulla extat». A. Giani, Annalium sacri ordinis fratrum servorum B. Mariae virginis, p. 160.
[2] A.M. Garbi, Annalium sacri ordinis fratrum servorum B. Mariae virginis, A. Giani, cum notis et additionibus, tomo I, p. 129.
[3] «Conventum quendam sub tit. S. Macarij prope Viterbium, que Civitas est Dominio Pontificio provincia Patrimonij Caput, Romam, inter & Senas posita, Ordini nostro contigisse, & in Cenobij nostri Viterbensis ditionem cessisse ex pergameno quondam constat in eiujsdem Cenobij Archivio existente, quo legitur D. Franciscus Abbas Monachorum Premonstratensium Joanne XXI seu XXII Summo Pontefice anno dom. 1318 pontificatus sui die XXVII januarij, delibrium cum domo quod appellabatur Monasterium S. Macarij, item vineam cum terra & olivis, alijsque arboribus domesticis N. Fratri Servorum Viterbiensis nostri cenobij nomine conducenti locasse». Ibidem, p. 242.
[4] Norbert Backmund (1907-1987) fu canonico premonstratense dell’abbazia tedesca di Windberg.
[5] N. Backmund, Monasticon Praemonstratense, Circaria Romana, tomo I, p. 395.
[6] La chiesa di S. Marco fu sotto la giurisdizione dell’abbazia cistercense di S. Salvatore all’Amiata sino al 1782. Il complesso monastico orvietano di S. Severo e Martirio appartenne ai benedettini, quindi ai premonstratensi e dal XV secolo agli Olivetani.
[7] N. Backmund, Monasticon Praemonstratense, Circaria Tuscia et Calabria, tomo III, p. 608. Lo studioso ammette la possibilità che S. Maria della Verità sia stata premostratense, ma la colloca ad Orte rifacendosi ad un formulario della Penitenzieria papale (probabilmente opera del cardinale Tommaso di Capua, morto nel 1243) edito da H.C. Lea, in A formulary of papa penitentiary in the thirteenth century, pp. 10 e 26.
[8] E’ il caso del convento di Huerta, a nord-est di Madrid, e all’abbazia di Huerta de Vero,[8] nella provincia di Huesca. M. Rodriguez, Memorias para la vida del santo rey Don Fernando III, p. 359. D. B. Martinez, Documentos de la colegiata de Santa Maria de Alquezar, p. 151 e 212.
[9] Anche a Medina del Campo esisteva il monastero premostratense femminile di S. Maria de lo Huertos fondato nel 1233.
[10] Nel lodo del 1236 (Arch. Com. perg. 1124) è detta Sancti Matthei porte abbatis. Nel 1262 si trova menzionato un Leonardo rettore ecclesie S. Mathei porte Abbatis.
[11] L’ordine servita venne approvato nel 1249 dal vicegerente del papa cardinale Raniero Capocci. Pinzi afferma che nel 1262 i serviti erano già a Viterbo. C. Pinzi, Memorie sulla chiesa di S. Mari della Verità ora Museo viterbese. Signorelli ritiene che l’insediamento avvenne dopo che Filippo Benizi, fondatore dell’ordine, venne in città nel 1269. G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, I, p. 316.
[12] Le abbazie cistercensi di S. Martino al Cimino e di S. Maria in Falleri avevano due domus vicino alle mura, ma più a meridione, rispettivamente in prossimità delle porte Salicicchia e S. Leonardo. G. Signorelli, Idem, p. 480.
[13] In una bolla di Niccolò IV del 1 marzo 1290, con cui veniva concessa un’indulgenza, è chiaramente indicata come S.Mattia iuxta portam abatis. G. Signorelli, Idem, p. 300. Nel XVI secolo la chiesa risultava in rovina; i resti dell’abside si scorgevano fino all’ultimo decennio dell’800.
[14] M. Gabrielli, Il Museo Civico di Viterbo.
[15] Nacque intorno al 1150 da una nobile famiglia del Lincolnshire e per ciò era detto l’Anglais. Spesso viene confuso con Gervasio di Chichester. Fu abate di Saint-Just-en-Chaussée e di Thenailles, quindi nel 1209 divenne abate generale di Premontre. Fervente sostenitore della riforma spirituale e della riconquista della Terrasanta, partecipò al concilio IV Laterano del 1215. Nel 1220 fu nominato vescovo di Sèes in Normadia e morì otto anni più tardi. Della sua intensa attività diplomatica e amministrativa si conservano 137 lettere raccolte nel XVIII secolo da C.L. Hugo in Sacrae antiquitatis monumenta historica, dogmatica, diplomatica.
[16] G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, I, p. 166 e seguenti.
[17] Nel 1430 i premonstratensi vennero sostituiti nell’amministrazione dell’abbazia dall’ordine di San Girolamo, i cui membri erano detti popolarmente girolamini o gerolamini.
[18] F. Nerini, Templo et Coenobio sanctorum Bonifacii et Alexii, p. 474.
[19] C. Pinzi, Memorie sulla chiesa di S. Mari della Verità ora Museo viterbese e M. Signorelli, Santa Maria della Verità in Viterbo.
[20] M. Fiorentini, Chronicon, p. 66 e p. 109.
[21] Ecclesiam praedicta domus … Servorum Sancte Marie juxta portam abbatis viterbiensis. E. Langlois, Les registres de Nicolas IV, p. 405 e F.A. Dal Pino, I frati Servi di S. Maria, p. 83-84.
[22] Il 17 gennaio 1275 viene concessa una «salma» di mosto al capitulo ecclesie Sancte Marie ad Gradus Viterbiensis ordinis sancti Dominici e ai fratribus qui dicuntur Servi Sancte Marie de Veritate Viterbiensis. Buzzi, Liber IV Clavium, p. 517, doc. 424. La prima menzione certa di una ecclesiis S. Marie de Veritate risale, invece, ad un lascito del 21 ottobre 1281. Arch. Cattedrale, pergamena 133.
[23] Altri legati in cui si nomina S. Maria della Verità sono registrati nel 1306 e nel 1313.
[24] F. Cristofori, Le Tombe dei papi in Viterbo, p. 31.
[25] L’officina Bazzichelli, famiglia di ricchi imprenditori viterbesi, andò distrutta nella prima metà del ‘900 per un incendio.
[26] Contrada Graçani o Grazanus e la vallis Pitinali erano prossime alle contrade Arcione e Foffiano. A. Lanconelli, Dal castrum alla civitas, p. 255. A. Cortonesi, Orticoltura e linicoltura a Viterbo nel ‘200 e nel primo ‘300, p. 131-132
[27] Novembre 1288: Maestro Francesco notaro vende al monastero di S. Alessio un orto nelle pertinenze di Viterbo “Acta sunt hec Viterbii in domo dicti domini abbatis et monasterii Sancti Alexii”; maggio 1291: Enrico di Burgundione, costituisce suo procuratore frate Pietro, priore del monastero di S. Alessio “Actum est hoc Viterbii in domo monasterii”; ottobre 1310: l’abbate Girolamo promette al priore ed ai canonici della chiesa dei Ss. Luca e Faustino il loro consenso alla vendita d’un casalino al monastero “Actum Viterbii in domo monasterii predicti”. A. Monaci, Regesto di Sant’Alessio all’Aventino, in Archivio della R. Società Romana di Storia Patria. p. 196, 198 e 398.
[28] La chiesa di Premontre, benché consacrata al Battista, fu cointitolata a Maria; molte chiese dell’ordine vennero dedicate alla Madonna. B. Ardura, Premostratensi, p. 45.
[29] Nei documenti dell’archivio di S. Alessio e Bonifacio un abate Francesco compare solo nel 1306. Nel periodo 1315-1319 è attestata la presenza degli abati Corrado e Giovanni. F. Nerini, Templo et Coenobio sanctorum Bonifacii et Alexii, p. 481 e segg.. N. Backmund, Monasticon Praemonstratense, Circaria Romana, tomo I, p. 388.
[30] F. Nerini, Templo et Coenobio sanctorum Bonifacii et Alexii, p. 474, n. 17.
[31] Arch. Comunale, pergamena 509.
[32] Nel suo Manoscritto (p. 5v) Signorelli colloca S. Caterina «ove era la Palazzina», ossia subito fuori porta Fiorentina. Anni dopo si corregge ed afferma che la chiesa era «fuori delle mura sulla via per Ferento». G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, I, p. 391, n. 18. Nel 1567 la chiesa risultava scaricata e i suoi sassi vennero riciclati nel 1575 per ingrandire S. Maria del Parto, una cappella costruita all’imbocco della strada Teverina una cinquantina d’anni prima. Nel 1581 i resti dell’ormai demolita S. Caterina furono destinati alla riparazione del dormitorio delle monache di S. Rosa.