L’ORATORIO DI S. GIROLAMO E LA CHIESA DI S. ROCCO

UN POGGIO, UNA PIEVE E DUE MONASTERI
L’ultimo tratto di Via Mazzini (giungendo da S. Giovanni in Zoccoli in direzione S. Rosa) è caratterizzato, sulla destra, da una serie di piccoli vicoli “a pettine” che s’arrampicano su per il costone tufaceo fino a raggiungere le mura orientali.
Chiamata nel Medioevo contrada Poggio, nel corso dei secoli quest’area conobbe una concentrazione di edifici religiosi davvero singolare, per certi versi irrazionale.
La chiesa più antica è quella di S. Maria “de Poju” (del Poggio), citata per la prima volta in una pergamena del 1076 e nota ai viterbesi d’oggi col nome di “Chiesa della Crocetta”.[1]

Nel 1255, in una casa prossima alla chiesuola, un tale prete Capotosto aveva riunito alcune pie donne devote alla memoria di Rosa, una giovinetta morta in fama di santità appena quattro anni prima; la presenza di quella piccola comunità allarmò le clarisse che da vent’anni abitavano il vicino convento di S. Damiano, posto iuxta muros in Porta que dicitur S. Marci.[2] Le rimostranze delle francescane vennero accolte da papa Alessandro IV, il quale ordinò al vescovo viterbese di allontanare le seguaci di prete Capotosto e di distruggere la loro dimora nella contrada Poggio (domum omnino demoliri faciens).
Il medesimo pontefice nel 1258 stabilì che il corpo incorrotto di Rosa, sepolto nella chiesa di S. Maria del Poggio, venisse traslato proprio nel monastero delle riottose clarisse di S. Damiano, riconducendo così nell’alveo del controllo ecclesiastico lo spontaneo culto popolare della santa fanciulla.[3]

Sul lato opposto del costone, quello meridionale, nel XIV secolo s’insediò una comunità di monaci armeni che vi fondò il convento dei Ss. Simone e Giuda.[4] Nel 1478, dopo varie traversie, il cenobio venne affidato ad un gruppo di terziarie francescane che lo ampliò largamente, fino a toccare le mura dell’attiguo complesso monastico di S. Rosa. Quest’insolito condominio non venne tollerato dalle clarisse che nel 1487, suscitando scandalo nella cittadinanza, invasero il chiostro di Ss. Simone e Giuda che in quel frangente era disabitato.[5]

NEL SEGNO DI S. GIROLAMO
Come se quest’affollamento di religiose non fosse di per sé sufficiente, nel primo decennio del XV secolo il prete viterbese Pietro Seccadenari acquistò nel rione una casa pericolante che, una volta restaurata, trasformò in un oratorio provvisto di paramenti e altri oggetti sacri necessari per le funzioni liturgiche. L’edificio sorgeva alle spalle di S. Maria in Poggio, presso gli orti del monastero di S. Rosa, proprio di rimpetto ai dormitori delle clarisse.
Poco dopo, nel 1413, alcuni terziari francescani, guidati da fra’ Giacomo da Canepina, furono autorizzati dal vescovo Giacomo Ranieri a stabilirsi nei pressi dell’oratorio del Seccadenari; provenivano dal malsicuro convento di S. Angelo al Monte Fogliano[6], dove tra l’altro disponevano di un romitaggio dedicato a S. Girolamo[7], il Padre della Chiesa vissuto a cavallo del IV e V secolo, che fu uno principali ispiratori del pensiero ascetico francescano.
A conferma del vincolo spirituale col santo anacoreta, i frati provvidero immediatamente ad innalzare nell’oratorio viterbese un altare in onore di S. Girolamo.

Per favorire lo sviluppo della comunità, il vescovo concesse un’indulgenza di 40 giorni a tutti coloro che l’avessero sovvenzionata; di contro richiese, quale censo simbolico, una libbra di cera all’anno da portare alla Cattedrale. Nel 1417 il cardinale di S. Eustachio prosciolse i terziari dal tributo annuale e permise loro di erigere un campanile nella chiesuola.
Nel volgere di qualche decennio i frati abbandonarono l’oratorio di S. Girolamo per la pochezza delle rendite e la fatiscenza della loro residenza. Nel 1481 Angelo Seccadenari, nipote ed erede del prete Pietro, in qualità di unico proprietario donò la casa e l’oratorio alle “pinzochere” dell’Ordine dei Servi di Maria. Il lascito venne confermato l’anno successivo da papa Sisto IV; con quest’atto sanzionatorio si derogava formalmente al privilegio, riconosciuto da Alessandro IV nel 1255, secondo il quale nessun’altra chiesa o casa religiosa poteva costruirsi nel raggio di 1.000 passi dalle mura del monastero di S. Rosa.

La contiguità con i due più strutturati monasteri di Ss. Simone e Giuda e di S. Rosa non consentì, tuttavia, alle Serve di Maria d’immaginare una realistica prospettiva di crescita; per giunta, le condizioni in cui versava l’oratorio di S. Girolamo necessitavano di restauri consistenti e troppo dispendiosi. Così le monache non esitarono a lasciare quella sede per spostarsi in una casa situata in contrada di S. Matteo dell’Abbate, edificio che era stato loro donato nel gennaio 1484 dalla consorella Battista De Antiquis.[8]

Nel frattempo, nel 1488 si era costituita una confraternita laica, dedita al soccorso dei poveri e consacrata a san Girolamo, che si riuniva in un locale vicino SS. Trinità messo a disposizione dal priore degli agostiniani.
Dopo essere stata formalmente riconosciuta dal vescovo Francesco Maria Settala, nel 1493 la fratellanza trovò più confacente insediarsi in un nuovo oratorio presso la contrada Poggio, probabilmente recuperando quello realizzato un’ottantina d’anni prima dal Seccadenari o, quanto meno, costruendone uno ad esso adiacente.
Nei documenti l’edificio viene detto essere “nell’orto di Luciano Bussi” in loco qui vulgo vocatur palatium Imperatoris; ed in effetti, quell’area coincideva con una sezione del terreno acquistato nel XIII secolo dai messi imperiali per erigervi il palazzo di Federico II di Svevia e la cui realizzazione non fu mai completata[9].

Ancora una volta le monache di S. Rosa si lamentarono di quella presenza troppo vicina al loro convento; tuttavia, fu raggiunto un accordo secondo il quale il fabbricato non doveva avere finestre o aperture rivolte verso le mura del monastero, che non vi si abitasse e che non venisse concesso in uso ad altri. Inoltre, si stabilì che in caso di scioglimento della confraternita, l’oratorio di S. Girolamo sarebbe stato acquisito dalle clarisse di S. Rosa.

LA COMPAGNIA DEI FORESTIERI
All’inizio del XVI secolo la Confraternita di S. Girolamo conobbe un periodo di difficoltà e l’oratorio passò di diritto al monastero di S. Rosa che, con atto del 21 giugno 1506, lo concesse in enfiteusi perpetua alla Confraternita di Maria Ss. Assunta in cambio di 4 libbre di cera l’anno.

Questa nuova fratellanza laica era stata fondata alla fine del ‘400 ed era anche detta Compagnia dei Forestieri o di San Girolamo de li Forestieri. Alcuni autori ritengono che questa denominazione derivasse dalla forte presenza di confratelli non originari della città;[10] tuttavia, i pur numerosi registri degli iscritti non consentono di confermare questa ipotesi in quanto non forniscono quasi mai informazioni circa la provenienza dei sodali. Più verosimilmente questo titolo aggiuntivo dipendeva, invece, dal fatto che la confraternita era dedita al trasporto dei malati abbandonati nelle campagne e all’assistenza e ospitalità dei pellegrini che passavano per la città, in particolare, durante gli anni giubilari.
Nei successivi dieci anni si registrano diversi lasciti a favore del sodalizio e, in particolare, nel 1516 un tale Giovantonio di Milano donò alcuni denari per la costruzione di una nuova chiesa; in realtà, i confratelli si limitarono a restaurare l’antico oratorio di S. Girolamo.
Nel 1522 scoppiò una gravissima pestilenza che decimò la popolazione di Viterbo; fu a seguito di quest’evento che la Compagnia dei Forestieri, sotto il titolo dell’Assunta e di S. Girolamo, decise di erigere una cappella votiva dedicata ai santi Rocco e Sebastiano a poca distanza dal loro oratorio, proprio alle spalle della chiesa e della canonica di S. Maria del Poggio.

ROCCO NELLA TUSCIA
Sebastiano era uno dei principali santi ausiliatori invocati nel Medioevo contro le epidemie. Si riteneva, infatti, che la peste fosse una punizione celeste e la si rappresentava come una “freccia divina”; poiché S. Sebastiano era miracolosamente guarito dal supplizio delle frecce, la popolazione afflitta dal venefico contagio ricorreva alla sua intercessione affinché i malati scampassero dalla morte.
Dal XV secolo, anche S. Rocco viene acquisito nel pantheon dei protettori dalla peste, tanto che lo troviamo spesso associato a S. Sebastiano.

Rocco fu oggetto di una profonda venerazione nella Tuscia in quanto, per diversi mesi, svolse il suo apostolato e le sue opere di carità proprio in questo territorio.
Nato intorno al 1350 nel sud della Francia, a Montpellier, dopo la morte dei genitori Rocco donò ogni suo bene ai poveri e nel 1367, vestito il saio di terziario francescano, intraprese un lungo pellegrinaggio verso Roma. Giunto in Italia proprio nel periodo di massima virulenza della “peste nera”, a luglio si fermò ad Acquapendente, dove prestò soccorso nel locale lazzaretto; fu nella cittadina laziale che il santo francese manifestò per la prima volta le sue virtù taumaturgiche sanando alcuni moribondi dopo aver tracciato la loro fronte con il segno della croce.
Alcune agiografie raccontano che Rocco fu anche a Bolsena e a Viterbo, ma certamente dopo la sosta nella Tuscia si spostò nella Romagna e quindi, fra il 1367 e l’iniziò del 1368, fu a Roma dove rimase per alcuni anni.

UNA NUOVA CHIESA
Dai registri degli iscritti del XVI secolo si ricava che la Compagnia dei Forestieri era composta da esponenti della classe media produttiva. Accanto al nome del confratello, infatti, era riportata anche la sua professione; vi erano pizzicaroli, ciabattini, sarti, osti, mugnai e fornai, tessitori, orefici, fabbri e persino dipintori e cappellari. Verso la fine del ‘500, ai consoci maschi si aggiunse un ramo femminile al quale aderivano le mogli e le figlie di artigiani e commercianti, ma anche qualche aristocratica viterbese, a cominciare da Caterina della famiglia Bussi.
Acquisito un ruolo di assoluto rilievo nell’ambito dell’organizzazione assistenziale cittadina, tra i componenti il sodalizio prese presto consistenza l’idea di erigere una nuova chiesa per le pratiche religiose confraternali.
Per questo scopo si decise di sfruttare lo spazio disponibile intorno alla cappella dei SS. Rocco e Sebastiano; già nel 1530 si ha notizia dell’acquisto di due orticelli pro amplianda cappella seu ecclesia S. Rocchi et S.Sebastiani e nel 1536 si vendette un terreno per reperire i fondi necessari ai lavori. Ma gli esiti di quell’ampliamento non dovettero essere particolarmente soddisfacenti se, come si vedrà, cinquant’anni più tardi si mise mano ad un nuovo e radicale progetto costruttivo.

Chiesa di S. Rocco prima dei restauri (Foto F. Ricci)

In occasione del giubileo del 1575, la Compagnia fu impegnata in una straordinaria attività di accoglienza rivolta ai pellegrini in transito per Roma. In particolare, vennero assicurati vitto e conveniente alloggio nell’oratorio di S. Girolamo alle confraternite provenienti da altre città, quali ad esempio Siena, Orvieto ed Arezzo; in un documento dell’epoca è scritto che ai viaggiatori venivano offerti lumi, sale, foco, olio e anche insalata e cicoria.
Per contribuire alle spese sostenute dal sodalizio, il Comune di Viterbo deliberò di versare nelle sue casse un sussidio di 3 o 4 scudi al mese.
A marzo del 1589 la fratellanza viterbese venne aggregata all’importante Arciconfraternita dei santi Rocco e Martino di Roma.
Nello stesso anno[11] i consoci decisero di finanziare la costruzione di una chiesa più grande che inglobasse la precedente struttura cultuale;[12] per la nuova fabbrica vennero adottati i disegni del frate cappuccino Girolamo da Orvieto, mentre il cantiere fu affidato alla direzione di Giovanni Malanca, lo stesso architetto romano che si era occupato della costruzione della fontana di Piazza della Rocca e dell’apertura della via Farnesiana (l’odierna via Cavour).
Nel 1594 si provvide a sistemare la piazzetta antistante e nel 1601 la nuova chiesa di S. Rocco poté dirsi in buona sostanza conclusa, come dimostrerebbe la data incisa sulla grande finestra rettangolare posta al centro della facciata, anche se alcuni interventi si protrassero per un paio d’anni ancora.

All’interno, per la consistente somma di 130 scudi, lo stuccatore Giovanmaria Pinciani innalzò un monumentale altare maggiore dedicato all’Assunta.
Nonostante l’incuria, l’edicola è sopravvissuta al tempo e si caratterizza per le sei colonne ioniche che, ai lati, fanno da cornice alle nicchie contenenti le statue di S. Rocco e S. Sebastiano mentre, al centro, marcano l’alloggiamento dell’Assunzione di Maria, il quadro realizzato dal celebre Giovanni Francesco Romanelli[13], oggi conservato nel Museo Civico[14].

Chiesa di S. Rocco: Nascita della Vergine di Romanelli (Foto F. Ricci)

Sull’altare troneggia un monumentale timpano baroccheggiante con putti, cartigli, festoni ed un dipinto raffigurante l’Incoronazione di Maria, opera di Tommaso Fabrizi; questi era un pittore locale, nonché membro della confraternita, al quale furono affidati anche altri modesti lavori, come la decorazione della lettiga usata per il trasporto dei malati e la realizzazioni dei baldacchini per le cappelle.
Sempre al Romanelli fu commissionato l’affresco sul lato destro del coro raffigurante la Nascita della Vergine e risalente all’anno 1633; sul lato opposto è il Transito della Madonna di Angelo Pucciati, artista viterbese della prima metà del ‘600[15].
Sulle pareti della navata un certo Gianmaria Marzi affrescò undici riquadri sulla vita di Maria e l’infanzia di Cristo.
Nel 1611 furono fatti, inoltre, due pregevoli altari laterali in stucco; quello destro venne dedicato a S. Girolamo[16] e proponeva una Crocifissione con ai piedi S. Carlo e S. Girolamo con il leone, dipinta dal Cavalier Giuseppe d’Arpino e dal suo allievo viterbese Filippo Caparozzi;[17] l’altare sinistro era, invece, sotto il titolo di S. Rocco e, ancor oggi, presenta due colonnine con foglie attorcigliate e porzioni d’interessanti affreschi.

Chiesa di S. Rocco: Transito di Maria di Pucciati (Foto F.Ricci)

La severa facciata di S. Rocco venne impreziosita da un elegante portale timpanato, abbellito con due busti di figure femminili, e da due finestrelle con ornati ed obelischi.
Nel XVIII secolo la confraternita, che ormai aveva assunto il nome di Compagnia dell’Assunta e di S. Rocco, sembra aver rinunciato al suo fondativo scopo di accoglienza dei forestieri per dedicarsi, piuttosto, ad una fervida ed indistinta opera di soccorso agli malati e ai derelitti; ce lo conferma nella sua Istoria di Viterbo il cronista settecentesco Feliciano Bussi: “La Chiesa di S. Rocco, in cui è una Compagnia sotto il titolo di stesso Santo, la quale veste di sacco verde, ed ha per istituto di andare colla lettighetta per condurre allo Spedal Grande que’ poveri Infermi, che si trovano per il territorio, ed anche dentro la Città, benchè per questi secondi non abbia in vigore del suo istituto positiva obbligazione.”
Il sodalizio si era ormai definitivamente aperto anche ai ceti più elevati; nell’anno 1786 il confratello Lorenzo De Alexandris contava ben 123 iscritti, tra i quali sacerdoti secolari, altri nobili, cittadini, mercanti, artisti e contadini.[18]

L’Ottocento è un secolo di costante, quanto inevitabile, declino; la Compagnia ha progressivamente abbandonato le attività assistenziali per dedicarsi essenzialmente alla beneficenza e all’esercizio del culto.
Nel luglio del 1891 entrò in vigore la legge del Regno d’Italia che prevedeva il concentramento delle opere pie nelle Congregazioni della Carità dipendenti dalle Sottoprefetture cittadine. Le istituzioni caritatevoli non furono immediatamente spogliate dei propri beni, fu infatti necessario un decreto luogotenenziale del 1916 che dispose l’esproprio dei patrimoni di venticinque tra “Confraternite, Arti e Oratori di Viterbo”; tra gli enti elencati nel provvedimento vi era anche la Confraternita di S. Maria Assunta e di S. Girolamo.
Nel gennaio 1917 la chiesa i S. Rocco venne messa in vendita e, ormai sconsacrata, fu acquistata da privati; per molti decenni fu adibita a laboratorio d falegnameria.
Nella seconda metà del ‘900 fu abbandonata al degrado e alle intemperie; solo da pochi anni gli attuali proprietari hanno provveduto a restaurate la facciata ed il bel cortile che precede l’edificio.

LA CONFRATERNITA DI S. GIROLAMO DE’ SECRETI
La fratellanza di S. Girolamo, che all’inizio del ‘500 aveva lasciato l’omonimo oratorio in contrada Poggio, non si era del tutto estinta; sebbene a ranghi assai ridotti, continuò ad officiare presso la chiesa di S. Rosa[19], dedicandosi alla raccolta delle elemosine per le famiglie povere.
Stando alle cronache di Feliciano Bussi, intorno al 1540[20], i nobili viterbesi Giambattista Cordelli e Giovanni Nini sovvenzionarono la costruzione di una sede cultuale nelle vicinanze del giardino di S. Sisto, in contrada Bottalone.

Ciò nonostante, la pia associazione, che ormai era comunemente chiamata S. Girolamo de’ Secreti, continuò a reclamare al monastero di S. Rosa i propri diritti sul vecchio oratorio di S. Girolamo, contendendone l’uso alla Compagnia dei Forestieri. Ed è plausibile che tra la fine del XVI secolo e la prima metà del successivo, le pretese della confraternita avessero trovato una qualche soddisfazione, potendo la stessa tornare a riunirsi nell’oratorio; questa confusa coabitazione e le probabili conseguenti frizioni furono, probabilmente, uno dei motivi che convinsero la Compagnia dei Forestieri ad intraprendere l’ampliamento della chiesetta di S. Rocco in prospettiva di un trasferimento.
Un possibile riscontro in tal senso è fornito dalle carte prospettiche della città di fine ‘500 (Ligustri e Mortier) nelle quali l’edificio del primitivo oratorio viene indicato con la didascalia “S. Girolamo Compagnia de Secreti” mentre a poca distanza è segnata la “confrater S. Roccho” residente nell’omonima chiesa.

La presenza della Confraternita di S. Girolamo venne però mal sopportata dalle monache di S. Rosa che nel 1652 ne chiesero l’allontanamento; il 27 giugno 1654 i consoci abbandonarono definitivamente l’oratorio in contrada Poggio per insediarsi in quello che possedevano nei pressi del Bottalone e che prese il nome di Oratorio di S. Girolamo della Buca[21].

L’ORATORIO DI S. GIROLAMO E DELL’ASSUNTA
Malgrado la scomoda intrusione della Confraternita dei Secreti, è documentato che durante gli anni giubilari del 1600 e del 1625 l’oratorio di S. Girolamo continuò ad accogliere romei e viandanti per conto della Compagnia dei Forestieri.
Dopo l’estromissione della fratellanza concorrente, la Compagnia si profuse in notevoli sforzi economici per l’abbellimento della struttura che ormai era transitata in suo pieno e incontestato possesso.
Nel 1737 fu rimaneggiato l’intero oratorio e, in particolare, venne rifatto l’altare dedicato all’Assunta dove, in una nicchia, era custodito un miracoloso crocifisso oggetto di profonda devozione popolare.

Dalle notizie raccolte dal già citato De Alexandris si apprende che i pregevoli stucchi dell’altare furono realizzati da maestranze milanesi su disegno del bolognese Domenico Vellani, scenografo e architetto di fiducia del cardinale Ottoboni, mentre la pala rappresentante l’Assunzione era opera del veneziano Pasquale Brocchi[22], autore anche degli affreschi che ricoprivano le pareti e la volta. Lo stesso anno fu fatto anche un nuovo coro ligneo per comodo de’ cantori.
Proprio per la dedicazione dell’altare alla Madonna Assunta in Cielo, l’oratorio perse progressivamente la sua antica titolazione a S. Girolamo in favore di quella di Chiesa dell’Assunta.
E’ ancora il Bussi a chiarire che la Compagnia nel XVIII secolo disponeva dunque di “due chiese: la prima dedicata al detto Santo [S. Rocco], e la seconda all’Assunzione di Maria Vergine, ove i Fratelli dicono il loro Officio, e fanno tutte le altre loro spirituali funzioni”.
Anche la chiesa dell’Assunta, come gli altri beni posseduti dalla Compagnia finì con l’essere venduta nell’ambito della liquidazione avviata all’inizio del ‘900 dalla Congregazione della Carità di Viterbo. Oggi dell’edificio sacro non rimangono più evidenti tracce essendo stato trasformato in abitazione privata.

Articolo curato da Sermarcus Demontfort

Bibliografia
Viterbo nella Storia della Chiesa, Giuseppe Signorelli
La Venerabile Compagnia detta dei Forestieri sotto l’invocazione della SS.ma Assunta, S. Rocco e S. Girolamo, Luisa Mattioli
La chiesa di s. Rocco e i suoi affreschi (Viterbo), Fulvio Ricci
Le chiese della confraternita di S. Rocco, Italo Faldi
L’illustrissima Città di Viterbo, Mauro Galeotti
La Confraternita di S. Egidio, Gloria Nibali
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[1] La denominazione derivava dalla piccola croce rossa portata sul petto dai Ministri degli Infermi, ordine fondato da Cammillo De Lellis il quale amministrò la chiesetta dal 1603 fino al XIX secolo.

[2] L’istituzione del monastero venne sancita il 14 dicembre 1235 con un decreto del vescovo Matteo su sollecitazione di papa Gregorio IX.

[3] Il monastero di S. Damiano e l’annessa chiesa di S. Maria, appartenenti al secondo ordine femminile francescano, mutarono il nome in S. Rosa solo a partire dal XIV secolo (monasterium S. M. ordinis S. Damiani alias vocatum S. Rosae).

[4] Vedi l’articolo L’Ospedale e il Convento Armeno dei Ss. Simone e Giuda, in www.lostraccifojo.it.

[5] Le clarisse di S. Rosa vennero prontamente obbligate a rientrare nei propri confini e la struttura di Ss. Simone e Giuda fu riaffidata alle terziarie francescane che vi rimasero fino al 1909.

[6] S. Angelo al Monte Fogliano fu fondato in epoca longobarda e quindi appartenne lungamente al monastero benedettino di Farfa; in seguito vi si insediarono i francescani e quindi alcuni eremiti. Dal XVIII secolo è abitato dai Padri Passionisti.

[7] L’eremo rupestre di S. Girolamo dista circa un kilometro dal convento di S. Angelo; nel 1525 fu scelto come dimora di penitenza ed isolamento dall’anacoreta senese Girolamo Gabrielli che vi rimase per alcuni anni.

[8] Quella casa era il nucleo primitivo del complesso monastico di S. Maria della Pace, fondato all’inizio del XVI secolo e demolito nel 1911. Si trovava in Via del Bottalone.

[9] Vedi l’articolo Il Palatium dell’imperatore Federico II, in www.lostraccifojo.it.

[10] Luca Ceccotti, Notizie sulle origini della Confraternita di S. Rocco a Viterbo (XIX secolo).

[11] In un documento rogato dal notaio Domenico Bianchi del 14 Marzo 1585 si ha l’acquisto di due orti in contrada “Palazzo dell’imperatore” per l’ampliamento della costruenda chiesa di S. Rocco.

[12] Secondo le ipotesi ricostruttive di Luisa Mattioli, la prima chiesa innalzata attorno all’edicola di S. Rocco e S. Sebastiano corrispondeva al coro dell’edificio tardo cinquecentesco. La Venerabile Compagnia detta dei Forestieri …, p. 1.

[13] Giovanfrancesco Romanelli (1610-1662) fu allievo di Domenichino e di Pietro da Cortona; sotto l’ala protettrice del Cardinal Brancacci svolse un’intesa attività a Roma, quindi fu chiamato dal Cardinale Mazzarino a Parigi, dove tra l’altro dipinse alcuni appartamenti del Louvre. Negli ultimi anni della vita tornò a Viterbo.

[14] Sulla base di alcuni documenti della confraternita, si ritiene che il quadro fu eseguito tra il 1633 e il 1635. Alcuni studiosi, invece, preferiscono posticipare la realizzazione al 1648-49, in occazione di una sosta di Romanelli nella sua città natale di ritorno dal primo viaggio a Parigi per commissione del Cardinal Brancacci.

[15] Del Pucciati sono anche l’Immacolata Concezione tra i santi Giovanni e Niccolò conservata nella chiesa di S. Faustino, gli affreschi della controfacciata del santuario della Quercia e quelli del chiostro di S. Maria del Paradiso.

[16] E’ l’altare che nel tempo ha subito i maggiori danni e manomissioni.

[17] Attualmente la collocazione del dipinto è ignota. Il quadro è documentato in un foto dei primi anni del ‘900 pubblicata da Scriattoli in Viterbo nei suoi monumenti, p. 262.

[18] Notizie storiche della Venerabile Confraternita sotto il titolo della SS.ma Assunta e S. Rocco della città di Viterbo …, 1786.

[19] L’ipotesi è annotata in uno dei manoscritti dello studioso viterbese Luca Ceccotti (XIX secolo)

[20] Pio Semeria, Memorie di Viterbo.

[21] Era in Via S. Girolamo, il primo vicolo a sinistra che da Porta della Verità risale verso Via Vetulonia. Oggi è scomparsa ogni traccia.

[22] Operò anche a Tuscania, dove dipinse il soffitto della Cattedrale.