L’OSPEDALE DI S.SPIRITO E IL CONVENTO DI S. DOMENICO

L’OSPEDALE ROMANO DI S. SPIRITO IN SAXIA

L’Ordine ospedaliero di S. Spirito era nato a Montpellier intorno al 1170 per iniziativa del nobile Guido di Guillaume con lo scopo di assistere gli infermi e i bisognosi della cittadina occitana. Alla prima casa ospedaliera di Pyla-Saint-Gely, si aggiunsero presto nuove fondazioni nel sud della Francia e a Roma[1]; nel 1198 papa Innocenzo III pose l’Ordine sotto la tutela della Sede Apostolica e tre anni dopo gli concesse il possesso della chiesa romana di S. Maria in Saxia, presso il rione di Borgo, con l’annesso ospizio dei pellegrini anglosassoni detto Schola Saxorum.[2]
Nel 1204 il papa, con la bolla Inter opera pietatis, confermò l’Ordine e nominò Guido magistro delle filiali e dei possedimenti che facevano capo sia all’ospedale di S. Maria in Saxia che a quello originario di S. Spirito di Montpellier; col passare del tempo, la sede romana acquistò sempre maggiore prestigio fino ad ottenere il primato su tutte le case dell’Ordine, comprese quelle francesi.
Nel corso del XIII secolo gli ospedalieri, ormai denominati di S. Spirito in Saxia, ebbero una straordinaria diffusione in tutta Europa, tanto da poter contare su un centinaio di strutture organizzate per la cura dei malati e l’assistenza agli orfani.

Ospedale romano di S. Spirito in Saxia

Al successo dell’Ordine contribuì in maniera essenziale l’azione della Confraternita di S. Spirito, un pio sodalizio di laici e religiosi nato per sostenere le strutture e provvedere al patrimonio dei frati ospedalieri, ma che, in molti casi, promosse direttamente la fondazione di nuovi oratori ed ospizi.
Grandissima fu la benevolenza accordata dai pontefici all’Ordine attraverso privilegi ed esenzioni. Già Innocenzo III aveva garantito ai fratres l’autonomia dall’autorità episcopale e il diritto di riscuotere liberamente le elemosine. Lo stesso pontefice dispose il riconoscimento di particolari indulgenze per tutti coloro che avessero finanziato gli ospedali o fossero entrati nella confraternita; inoltre, nel 1208 inserì la chiesa di S. Maria in Saxia tra le stazioni della processione della Veronica,[3] evento liturgico di straordinario richiamo per i pellegrini medievali in quanto conferiva l’indulgenza di un anno a tutti coloro che vi partecipavano.

Nel 1289 Niccolò IV concesse all’Ordine di raccogliere la beneficenza per i poveri e lo esentò dal pagamento di qualsiasi decima. Anche durante gli anni della cattività avignonese (1305-1376) i papi continuarono ad essere munifici[4], inoltre l’ospedale romano godette della speciale protezione accordatagli da Cola di Rienzo durante il suo governo della città.

A VITERBO CON L’AIUTO DEL PAPATO  
Il proposito di impiantare una dipendenza dell’ospedale romano a Viterbo ha radici antiche.
Già in un atto del 1264 (perg. 2771 dell’Archivio Comunale) si ha notizia di una casa nel rione di Pianoscarano donata affinché vi venisse realizzato un ospizio;[5] tuttavia, quell’auspicato progetto non trovò mai un concreto compimento. Di conseguenza nel 1285 papa Onorio IV, nel decreto di assoluzione di Viterbo per i tumulti scoppiati durante l’elezione del suo predecessore,[6] imponeva una multa di 24.000 lire di paparini da impiegarsi nella costruzione di un ospedale da assoggettarsi a quello di S. Spirito in Saxia: “quodque tum in fundatione seu la constructione ac dotazione hospitalis ejusdem, quod hospitali nostro Sactus Spiritus in Saxia de Urbe pleno jure volumus esse subiectum, usque ad viginti quatuor millia librarum paparinum …”
Sei anni più tardi, un privilegio di papa Niccolò IV del 22 maggio 1291 rendiconta i possessi di S. Spirito in Saxia nel territorio viterbese, comprendendovi alcune case e diversi terreni, ma non nomina mai un ospedale.
Bisognerà attendere il 28 luglio 1295 per rintracciare in una bolla di papa Bonifacio VIII un isolato accenno ad un «ospedale di S. Spirito di Viterbo» tra i tanti possedimenti del nosocomio romano:
“… in dyocesi Sutrinensi in Castro sancte Pupe sancte Marie et sancti Blasii ecclesias cum oratorio sancte Marie de Flora, in Civitate et dyocesi Civitatis Castellanensis sancti Angeli, sancti Ypoliti et sancti Leonardi Pontis Grandinati et de Turase ecclesias, in civitate Ortana ecclesiam sancti Blasii cum cappellis dependentibus ab eadem, in civitate et dyocesi Narviensi ecclesiam sancti Johannis et ecclesiam sancti Johannis de Utriculo, hospitale sancti spiritus de Viterbio, hospitale sancti spiritus de Corneto …”

L’ubicazione di questa struttura tardo duecentesca è sconosciuta. Inoltre, è piuttosto probabile che non assolvesse affatto a funzioni di tipo assistenziale, ma che si trattasse solo di una sede amministrativa destinata all’organizzazione delle proprietà che la casa madre aveva accumulato a Viterbo e nel suo distretto.
Una filiale che, comunque, ebbe vita piuttosto breve o quanto meno anonima, infatti, dopo la bolla bonifaciana, se ne perderà completamente memoria nei documenti e nelle fonti archivistiche.

L’OSPEDALE DI FRATE BETTO
Nel XIV secolo, soprattutto dopo le carestie degli anni venti e la peste del 1348, l’orizzonte assistenziale viterbese si distinse per una notevole dinamicità, il cui propulsore furono sia le istituzioni propriamente ecclesiastiche e che le forze laiche, quest’ultime spesso organizzate in confraternita.
In molti casi le nuove fondazioni, senza troppo distaccarsi dal modello di caritas dei secoli precedenti, si rivolgevano ad una utenza piuttosto promiscua, composta tanto da infermi che da pauperes. In questo ambito, ad esempio, ricadeva l’azione delle compagnie dei Disciplinati, che a Viterbo disponevano di ben tre strutture: l’ospedale della Carità, quello di S. Apollonia e quello detto di Messer Guercio.[7] Lo stesso può dirsi per un’altra importante istituzione cittadina, quella del hospitale pauperum Domus Dei presso il monastero di S. Maria in Gradi.
Altre esperienze, invece, abbandonarono gradualmente questa generica ispirazione caritatevole iniziando ad operare una distinzione tra emarginati ed ammalati; ebbero così origine le primissime forme di specializzazione che si fondavano sia sulle caratteristiche sociali dei ricoverati (orfani, vecchi o reietti) che sull’esigenza di concentrarsi nella cura di particolari malattie, soprattutto endemiche.
Particolarmente precoce fu l’esempio dei Crociferi di S. Spirito de Fabuli che sin dalla fine del Duecento di occupavano dell’assistenza dei projetti, ovvero degli orfani.[8]
Intorno al 1310 il magister Fardo di Ugolino volle istituire un ricovero per le prostitute redente (repentute) in contrada Vallepiatta, che più tardi, senza particolare successo, volle convertire in casa per gli ebrei convertiti.
Tra la fine del XIV secolo e l’inizio del successivo l’ospedale di S. Antonio in Valle venne rilevato dagli Antoniani, un ordine spedaliero impegnato nell’assistenza degli appestati, in particolare afflitti dal «fuoco di S.Antonio» e dall’ergotismo.[9]
Dopo l’epidemia di peste del 1374, l’antico ospizio di S. Sisto fuori le mura passò all’Arte degli Speziali che lo convertì nel più importante presidio cittadino per la cura dei malati.[10]
Anche l’ospitalità offerta ai viaggiatori si adeguò al mutare dei tempi e alla concorrenza di locande e taverne a pagamento; accanto ai vecchi ospizi che continuavano ad offrirsi ad una indistinta platea di pellegrini, nacquero nuove strutture che riservano i loro servizi solo a coloro che appartenevano a una specifica nazionalità. Sulla collina di S. Francesco una fratellanza di tedeschi eresse l’ospedale di S. Maria degli Alemanni; i monaci basiliani istituirono un ospedale per gli armeni dedicato ai Ss. Simone e Giuda; nel 1320 la confraternita dei Latini e degli Inglesi rilevò l’ospizio di S. Pellegrino destinandolo ai viandanti d’oltremanica, tanto che nelle fonti lo si trova indicato anche come hospitalis anglicorum.
In questo frenetico quadro di fondazioni s’inserì l’Ospedale romano di S. Spirito che, dopo l’effimera esperienza del secolo precedente, volle tornare a stabilire una propria filiazione a Viterbo.

Piazza Fontana Grande e facciata della chiesa di S. Domenico – inizio ‘900 (foto Collinet-Guerin)

Le Cronache locali quattrocentesche registrano: “Anno domini 1371: Fu facto l’ospedale di Sancto Spirito in Sasso di Roma”. Tuttavia, la data indicata era probabilmente riferita ad una qualche formale consacrazione, in quanto la struttura esisteva o quanto meno era in fase di completamento già da qualche anno.
Indicazione in tal senso è fornita da un atto del 22 gennaio 1367 che risulta essere redatto in domibus hospitalis sancti Spiritus in Sassia de Viterbio; si tratta della prima menzione certa del nosocomio.[11]
Una lettera di papa Urbano V dell’agosto del 1370 concedeva l’indulgenza di cento giorni per tutti coloro che avessero contribuito alla costruzione (ad fabricam) dell’ospedale per i pauperum infirmorum e dell’annessa cappella ad honorem Dei et b. Marie Verginis et sub vocabolo S. Spiritus … in civitate Viterbien. fundati.[12]
Una bolla di papa Gregorio XI del 15 luglio 1373 sancirà ufficialmente l’istituzione dell’ospedale viterbese ad opera dell’Ordine di S. Spirito in Saxia; successivamente, un contratto d’affitto del 28 aprile 1375[13] indica chiaramente che si trovava in contrata S. Systi; doveva trattarsi di un edificio affacciato lungo la strada che saliva verso porta Romana (l’attuale via Garibaldi), la cui superficie coincideva grossomodo con una porzione dell’area oggi occupata dal Palazzo Fani, appena al di sopra di piazza Fontana Grande.

Il promotore del progetto viterbese fu tale frate Bectus Baldere de Castro Franco, influente membro dell’Ordine che, oltre ad essere nominato nel predetto documento del 1375, già risulta agire in Viterbo nell’agosto del 1361 in veste di rettore, governatore e procuratore degli spedalieri di S. Spirito in Saxia de Urbe.
Lo stretto legame tra questo personaggio ed il nosocomio è dimostrato dall’uso, documentato nel XV secolo, di indicare comunemente l’istituto col nome di hospitale domini Becti o ospitale de messer Betto[14].
Frater Betto ricopriva un ruolo di primissimo piano all’interno dell’organizzazione dell’Ordine. Già nel maggio del 1354 interveniva come vicarius preceptus Sanctis Spiritus nell’ambito di una controversia relativa ad un tributo dovuto all’ospedale romano.[15] Poco più tardi fu chiamato da   Giordano Orsini, Rettore del Patrimonio, a celebrare un processo a Viterbo in qualità di legum doctor[16] e nel 1373 era presso la corte papale ad Avignone per perorare la concessione di benefici a favore degli spedalieri.
Nel 1384 risulta non essere più rettore della filale di Viterbo; gli succederà frate Salvatus Paulocti de Amalia, quindi nel 1400 frater Egidius Iacobi de Magliano, nel 1413 Iacobus de Orto e nel 1433 un certo frate Melchiorre.
Dalla documentazione pervenuta risulta che le donazioni e i lasciti testamentari furono assai modesti, segno evidente che l’ospedale non godette del favore dei viterbesi; anche la sua attività assistenziale non fu mai all’altezza degli altri nosocomi cittadini.
Ciò nonostante, si conservò fino al XVI secolo, superando anche i momenti di decadenza e profonda crisi che la casa madre romana attraversò nel tempo. Inoltre, nella seconda metà del ‘400 risulta che l’ospedale era dotato di una vera e propria chiesa, che in alcuni documenti è chiamata S. Maria in Vetuleto[17] (Eccl. S. M. in Vetuleto alias D. Betti); si tratta, probabilmente, della trasformazione della vecchia cappellina evocata nell’indulgenza del 1370. La singolare titolazione richiama probabilmente il toponimo «Vetulonia» con cui veniva indicata l’area compresa tra S. Sisto e piazza del Comune e che derivava da uno dei tanti poleonimi di Viterbo concepiti dalla letteratura quattrocentesca. In altre fonti la chiesa viene invece ricordata col titolo di Ecclesia Sancti Spiritus de Viterbio.

LE TERZIARIE DOMENICANE
Dal XV secolo esistevano a Viterbo due comunità di terziarie domenicane[18] che si erano riunite in due diversi nuclei, uno posto in un caseggiato in contrada S. Martino[19] e l’altro presso una domus messa a disposizione da messer Luca, sarto personale di papa Clemente V, nelle vicinanze della chiesa di S. Tommaso[20].

  

Nel 1515 Maria di Angelo Banchi donò una sua casa nel rione di S. Sisto alle bizzoche di S. Tommaso; sicché queste vendettero ogni loro proprietà e l’anno successivo, assieme alle consorelle residenti a S. Martino, si trasferirono nella nuova sede dove istituirono un piccolo monastero[21] che intitolarono a S. Domenico.
Fino a quel momento costrette ad assistere alle funzioni sacre nella chiesa domenicana di S. Maria in Gradi, le terziarie, una volta insediatesi stabilmente, chiesero di potersi servire della confinante chiesetta dell’ospedale di S. Spirito in Saxia. Nel 1521 gli ospedalieri accondiscesero alla richiesta e, per consentire alle monache una partecipazione alle messe in conveniente disparte, fecero costruire un ballatoio interno alla chiesa con un coro pensile al quale si poteva accedere direttamente dall’attiguo convento femminile:
Frater Angelus De Maneriis, domus S. Spiritus, alias hospitalis Domini Betti de Viterbio … pro amore Dei et pro comoditate dictarum Monialium [monasterii S. Dominici], dedit et concessit licentiam … edificare unum chorum pensilem in volta et non aliter, in lco tamen ac in parte dicte ecclesiae: in quo quidem choro prefate Moniales possint venire et stare ad dicenda divina officia, diurna ac nocturna, ac etiam missas et vesperas … cum pacto tamen quod in dictum chorum ex nulla alia parte detur ingressus, nisi ex parte et latere dicti monasterii.[22]

GLI OSPEDALIERI ABBANDONANO VITERBO
Nel 1514 il Comune aveva riunito gran parte dei nosocomi viterbesi in quello di S. Sisto fuori le mura, il quale mutò il nome in ospedale della Misericordia[23]. L’iniziativa si proponeva la lodevole finalità di riformare l’organizzazione ospedaliera cittadina rendendola, attraverso la centralizzazione, più efficiente nella gestione dei patrimoni e più moderna nel servizio reso agli infermi. A quel programma di fusioni non aderirono la Domus Dei e l’ospizio di Messer Betto, entrambi troppo gelosi della loro indipendenza.
Nonostante i buoni propositi, i primi decenni di vita dell’ospedale comunale risultarono alquanto tormentati, con continui cambi di amministratori e qualche episodio di negligenza (incuriam et eorum negligentia qui regimini et hospitalium administrationi presunt)[24]. I frati di S. Spirito in Saxia tentarono allora di approfittare della situazione contingente e si proposero al Comune per la conduzione dell’ospedale della Misericordia, offrendo, nel contempo, l’ormai inoperoso ospizio di Messer Betto quale possibile ricovero per i poveri e i trovatelli della città. Con deliberazione del 27 giugno del 1537 le autorità cittadine accolsero la proposta, ma subito appresso rinnegarono la concessione, probabilmente perché allettate da nuovi progetti.[25] Ed in effetti, sul finire del 1538 l’ospedale comunale della Misericordia venne spostato tra le mura della chiesa di S. Spirito nella Valle di Faul.
Amareggiati per l’occasione perduta, gli ospedalieri di S. Spirito continuarono a vivacchiare nell’antica residenza fino al 1552, anno in cui l’ospizio di Messer Betto e l’annessa chiesa furono donate alle monache di S. Domenico.

Più tardi i frati di S. Spirito in Saxia s’insediarono presso la chiesa di S. Salvatore[26] in piazza San Carluccio dove istituirono un nuovo nosocomio. I suoi ambienti nel 1574 furono presi in considerazione per ricevere l’ennesimo spostamento dell’ospedale comunale, giacché S. Spirito in Valle si era dimostrata ben presto una sede inadeguata e malsana.
Nonostante quella soluzione fosse stata caldeggiata dal cardinal Gambara (opera così santa e necessaria)[27], il Comune preferì costruire un nuovo ospedale cittadino sul Colle del Duomo, presso il Palazzo Peroni.[28]
Con questo episodio sfumò l’ultima occasione di rilancio degli ospedalieri di S. Spirito in Saxia. Nel 1577 anche la chiesa di S. Salvatore venne definitivamente abbandonata in favore dell’Arte dei Molinari che già vi officiava stabilmente dalla fine del secolo precedente.
L’Ordine di S. Spirito in Saxia rinunciò dunque al plurisecolare disegno di avere a Viterbo un avamposto dell’archiospedale romano. Conservò, tuttavia, un cospicuo patrimonio immobiliare e terriero che venne trasformato in Commenda col titolo di Ss. Spirito e Fortunato.[29]

IL MONASTERO DI DONNA OLIMPIA
Come anticipato, nel 1552 le monache terziarie di S. Domenico acquisirono la struttura dell’ospedale di Messer Betto e, soprattutto, la chiesetta di S. Maria, anche detta di S. Spirito.[30] Si dette dunque inizio all’ampliamento del monastero, in particolare nel 1554 fu realizzato un nuovo dormitorio grazie alla vendita di un oliveto; nel 1568 per restaurare la chiesa fu, invece, ottenuto dal Comune un contributo di dieci scudi.

In questo frangente la comunità non risulta essere particolarmente florida, tanto che nel 1574 il visitatore apostolico Alfonso Binnarino, «attesa la sua povertà», ne propose la soppressione assieme a quella servita di S. Maria della Pace.[31] Quel proposito non trovò concreta applicazione, ma lo stesso anno il cardinale Gambara, per evitare un eccessivo immiserimento, fissò nel numero di venti il massimo di monache da potersi accogliere.
Nel 1585 fu istituita la clausura e dal XVII secolo ebbe inizio un periodo di rinascita che fu accompagnato da una nuova stagione di trasformazioni edilizie. Nel 1611 la chiesa, ormai corrente sotto il titolo di S. Domenico, venne completamente ricostruita, fatta eccezione per la facciata; questa fu rifatta qualche anno più tardi, nel 1618, grazie al concorso del Comune con cento scudi. Nel 1627 il complesso subì qualche danno a causa d’un improvviso incendio, ma fu prontamente restaurato.
In quegli anni le monache di S. Domenico potevano vantare la particolare protezione di Donna Olimpia Maidalchini (1591-1657), ricca ed influente donna viterbese che nel volgere di un ventennio era stata in grado di inserirsi nell’élite aristocratica romana fino a divenire la principale ispiratrice della politica di Innocenzo X.
Come educanda aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza[32] nel convento di S. Domenico assieme alle sorelle Maria Vittoria e Orsola[33], le quali avevano preso i voti non appena raggiunta l’età richiesta; Olimpia, invece, rifiutò il chiostro[34] e nel settembre del 1608 andò in sposa al ricco gentiluomo viterbese Paolo Nini. Rimasta vedova, nel 1612 la giovane donna si risposò con Pamphilo Pamphili, importante esponente della nobiltà romana; si dedicò quindi al sostegno, anche economico, della carriera ecclesiastica del cognato Giovanni Battista fino alla sua ascesa al soglio petrino avvenuta nel 1644 col nome di Innocenzo X.
L’interesse di Olimpia per il convento viterbese fu sempre vivo, per l’evidente motivo che vi dimoravano le due amate sorelle; la prima iniziativa documentata è una donazione concessa nel 1612 per finanziare la decorazione di una cappella eretta in memoria del primo marito: ut Paulo Nini coniugi, gloriam sacris impetratet, come ricordava il testo di una epigrafe presente nella chiesa.
In seguito, la nobildonna interverrà più volte presso il cognato papa per ottenere vantaggi per il monastero; questa generosa attenzione venne così annotata da Ippolita Pasqui, priora di S. Domenico nel biennio 1646-47:
La nostra casa ha ricevuto un tanto benefitio dalla Santità di Nostro Signore Papa Innocentio X per intercessione di questa eccellentissima principessa. Onde restiamo sempre obbligati pregare Iddio per detto Sommo Pontefice, quale ci conservi lungo tempo, et anco per la detta eccellentissima Signora Principessa, e sua Casa, ricevendone ogni giorno il nostro monasterio tante gratie, e favori.[35]

Piazza Fontana Grande e facciata di S. Domenico (fine ottocento)

Il primo importante gesto del papa fu nel 1645 la donazione al monastero del corpo di S. Filomeno martire. Fu ancora priora Pasqui a tramandare la cronaca della traslazione delle spoglie:
furno trasportate quelle sante reliquie nella nostra chiesa di San Domenico in giorno di Domenica, accompagnate da una bellissima processione, ordinata dall’Eminentissimo Signore Cardinale Brancaccio Vescovo della città a quest’effetto, alla quale intervennero tutte le Compagnie e tutte le Religioni, e cominciando la processione dalla chiesa di Gradi, e girando per le strade più principali della città, si terminò nella nostra chiesa di San Domenico dove era portato quel sacro corpo da sacerdoti parati con piviali, sopra un bellissimo talamo, al quale facevano corona molti gentilhomini con torce accese in mano. Precedevano trombe, tamburi in segno d’allegrezza, mentre la città un tanto tesoro riceveva. Vi concorse infinito popolo anco de lochi circonvicini, essendo piene tutte le strade in modo, che appena poteva passare la processione, e chiascheduno dava segni di estrema allegrezza.
L’anno successivo Innocenzo X offrì 2.000 scudi per l’ampliamento del monastero e concesse alle monache il «velo nero», ossia riconobbe il passaggio della comunità dal Terzo al Secondo ordine domenicano.

Nel 1653 il papa venne in visita a Viterbo e per i pochi giorni che si trattenne fu ospitato presso Palazzo Nini[36], l’elegante residenza che Donna Olimpia aveva ereditato dalle prime nozze. Innocenzo X ebbe modo di sostare due volte in S. Domenico, una al suo arrivo il 17 ottobre e l’altra due giorni più tardi in occasione della celebrazione della messa.[37]
Della seconda giornata il cardinale Francesco Maidalchini rendicontava alla zia Olimpia:
Doppo le 14 hore hiermattina Nostro Signore andò in Viterbo in carrozza e condusse seco li Signori Cardinali Brancaccio e Chigi, andò addirittura in Chiesa delle Signore Monache sorelle di Sua Eccellenza, ivi sentì la messa, et essendovisi raddunate quasi tutte le dame di Viterbo per baciarle i piedi, la Santità Sua gli ne fece la gratia permettendolo a tutte.
[…] Fra gli altri Regali ne comparve uno bellissimo di dieci bauli di diverse bonissime cose mandato dalle Signore Sorelle Monache di Vostra Eccellenza, e portate da dieci donne, con l’assistenza di un loro prete e fu da Nostro Signore gradito assai.[38]

Sempre nel 1653 il papa fece costruire all’interno del monastero un appartamento da destinare ad uso esclusivo delle donne della famiglia Maidalchini che si fossero monacate. Certamente le sorelle di Olimpia si avvalsero di quella comodità e vissero, sebbene votate alla clausura, in una condizione di privilegio e quasi di lusso. In quell’occasione finanziò anche l’ampliamento del chiostro, come ricordato da un’epigrafe posta nel parlatorio.[39]
Dall’epistolario di Eugenia Spada, moglie di un nipote di Olimpia, sappiamo che la nobildonna mantenne stretti rapporti con le monache di S. Domenico anche negli ultimi anni di vita e che amasse recarsi a pranzo dalle sorelle ogni qualvolta soggiornava nel suo palazzo viterbese.

E’ questo il periodo di massima espansione del monastero, naturalmente favorita dallo straordinario patrocinio accordatogli dalla Maidalchini e dal papa. Secondo le analisi di un recente studio,[40] nel periodo 1647-1655 entrano in S. Domenico ben 22 nuove religiose; spicca inoltre la significativa presenza di monache d’estrazione sociale aristocratica e provenienti da Roma.
Da una nota per la distribuzione del sale, risulta che a S. Domenico nel 1658 vivevano, tra suore ed educande, la bellezze 120 persone; poco meno del doppio di quelle che erano ospitate nell’altro monastero femminile domenicano, quello di S. Caterina presso Porta della Verità.
Nel 1689 i marchesi Grimaldi contribuivano ad ampliare il portale di accesso al convento, come ricordava un’epigrafe posta sull’architrave, sotto lo stemma della famiglia: S. Pia Costantia Grimaldi honorifice ingressum hunc ampliavit anno 1689.[41]

SUOR MARIA COLOMBA
Il XVIII secolo non registra particolari avvenimenti nella vita di S. Domenico, fatta eccezione per un’occasionale visita di papa Benedetto XIII nel 1727, peraltro condivisa con altri monasteri cittadini,[42] e per la breve reclusione di Suor Maria Colomba, morta in fama di santità.
Battezzata Maria Cristina, la religiosa era nata nel 1696 a Bagnaia da Antonio Tondi e Caterina Moltoni, famiglia agiata e profondamente devota; sin da bambina frequentava il santuario di S. Maria della Quercia, all’epoca affidato ai domenicani, praticando il digiuno e la rinuncia. Dalla sua biografia[43] sappiamo che «era suo diletto trattenersi per lunghe ore… in compagnia di un’anziana e prudente terziaria di S. Domenico, dalla quale aveva ricevuto un duro cilizio di ferro per fare penitenza». Fervidamente coinvolta dalla Passione di Gesù, dedicò la sua esistenza alla preghiera e all’ascetica contemplazione, tanto che la vox populi gli attribuì presto «ardentissime grazie spirituali». La sua aspirazione di entrare in convento fu lungamente ostacolata dalla mancanza di una dote adeguata, tanto che poté essere accolta dalle monache di S. Domenico solo da adulta e grazie all’intercessione del priore di S. Maria in Gradi. Il mercoledì dopo Pasqua dell’anno 1729, all’età di trentatré anni, ricevette l’abito monacale prendendo il nome di Suor Maria Colomba di S. Maria della Croce. Appena tre anni più tardi, il 26 novembre 1731, morì e il suo corpo venne seppellito in un luogo appartato «con una maniglia di ferro nella mano destra, acciocché la medesima [monaca] possa essere in ogni futuro tempo riconosciuta».[44]

PER FAR LARGO AD UNA STRADA
Dopo le confische operate durante la Repubblica Romana del 1798 e l’occupazione napoleonica (1810-1815), il monastero di S. Domenico, le cui religiose erano assai ridotte di numero, nel 1873 venne soppresso e i suoi beni furono incamerati dallo Stato Italiano. La chiesa e il convento furono dapprima adibiti a caserma e quindi nel 1923 vennero completamente demoliti per allargare l’angusto «vicolo di San Domenico» e far spazio alla costruzione del palazzo della Gioventù Italiana del Littorio (GIL), oggi sede del liceo Classico Mariano Buratti.
L’ampio viale realizzato fu dedicato, e lo è tutt’oggi, al viterbese Tommaso Carletti che, morto pochi anni prima, era stato un illustre diplomatico.
Da quello smantellamento venne posta in salvo la bella fontana quattrocentesca che sorgeva nel giardino del convento e che venne rimontata a piazza del Gesù con l’aggiunta di altri elementi architettonici.

Articolo curato da Sermarcus Demontfort

Bibliografia:
G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa
C. Pinzi, Ospizi Medievali
T. Frank, Gli ospedali viterbesi nei secoli XIV e XV, in Medioevo Viterbese
S. De Angelis, Patronage e potere in monastero: le sorelle Maidalchini a San Domenico di Viterbo
M. Galeotti, L’Illustrissima Città di Viterbo

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[1] Uno era presso la chiesa di S. Maria in Trastevere, l’altro accanto alla chiesa di S. Agata sulla via Aurelia, nel circondario di porta S. Pancrazio.

[2] L’ospizio venne fondato nel VIII secolo da Ina del Wessex, Re dei Sassoni, per i pellegrini della sua nazione, sul luogo in cui già esisteva un ospedale eretto nel V secolo da papa Simmaco. Gravemente danneggiato da un incendio nel IX secolo, l’ospedale dei Sassoni cadde in abbandono fino all’avvento di papa Innocenzo III che ne ordinò il ripristino avvalendosi dell’opera dell’architetto Marchionne d’Arezzo.

[3] La Veronica era un telo recante l’immagine di Cristo, impressa miracolosamente. La reliquia era conservata in S. Pietro e Innocenzo III inaugurò l’ostensione pubblica nella seconda domenica dell’Epifania con la relativa processione fino a S. Maria in Saxia.

[4] Dalla Francia, nel 1370 papa Gregorio IX confermò l’esenzione dal pagamento della decima che l’ospedale romano doveva alla Camera Apostolica.

[5] Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, Libro V, p. 394, n. 23.

[6] Alla morte di Niccolò III (22 agosto 1280), i viterbesi, capeggiati dal podestà angioino Riccardo Annibaldi, assaltarono il conclave e arrestarono i cardinali Matteo e Giordano Orsini, fratelli del defunto pontefice. Spaventati da tanta violenza, il collegio cardinalizio elesse al soglio papale un esponente del partito filoangiono, Martino V. Questi, tuttavia, non perdonò mai i viterbesi e impose l’interdetto sulla città. Per ottenere il proscioglimento dalla condanna, fu necessario attendere l’elezione del nuovo papa Onorio IV.

[7] Almeno inizialmente gli ospedali della Disciplina erano destinati all’accoglienza dei confratelli infermi. Tuttavia alcuni documenti attestano donazioni nei quali i beni vengono conferiti alla fratellanza pro sustetatione pauperum. Va, inoltre, considerato che una delle principali attività caritatevoli dei Disciplinati era quella di raccogliere la dote per le ragazze povere.

[8] La congregazione dei Crociferi risulta disporre dell’ospedale almeno dal 1286; in una bolla di quell’anno è detto hospitale Sancti Spiritus Viterbiensis, ordinis Cruciferorum. Nel 1341 troviamo un legato pro nutriendis et lacandis infantibus procil projectis.

[9] Di un ospedale e di una confraternita di S. Antonio iuxta S. Clementis si ha notizia sin dal 1207. Il nosocomio è nuovamente citato nel 1334 come confine delle proprietà di S. Maria della Carbonara. Il primo atto che menziona gli Antoniani è solo del 1432; ma quei frati dovevano risiedere nelle filiale viterbese già da parecchi anni.

[10] L’ospedale continuava, tuttavia, ad assolvere marginalmente a funzioni caritatevoli; ancora per lungo tempo si continuarono a registrare lasciti pro pauperibus.

[11] Cesare Pinzi ritenne che l’ospedale fosse stato fondato intorno al 1320 rifacendosi ad un lascito di quell’anno in cui si nominava un hospitale Sancti Spiritus in Saxia. In realtà, il destinatario della donazione era la casa madre di Roma e non la filiale viterbese. T. Frank, Gli Ospedali viterbesi nei secoli XIV e XV.

[12] Sebbene nel documento non vi sia un esplicito riferimento, è presumile che si tratti dell’ospedale dipendente da S. Spirito in Saxia e non del quasi omonimo S. Spirito in Valle dei frati Crociferi. Infatti, quest’ultimo era già funzionante dalla seconda metà del XIII secolo; il tenore dell’indulgenza (ad fabricam / hospitali et capella … fundati) non sembra rimandare ad una raccolta di fondi per il restauro di un edificio esistente, piuttosto sottintende la realizzazione di una opera ex novo. Inoltre la presenza di una cappella e di un oratorio (capella seu oratorio) dedicato alla Vergine troverebbe un riscontro nella chiesa di S. Maria annessa all’ospedale di S. Spirito in Saxia, di cui si hanno notizie certe a partire dal XV secolo.

[13] Per la datazione si rimanda alle conclusioni di T. Frank, Notai Viterbesi del Trecento, che rettificano le deduzioni di C. Pinzi in Ospizi medievali.

[14] Questa citazione è tratta dalle cronache (seconda metà XV secolo) laddove si cita la «chiesa dell’Ospedale de messer Betto» come facente parte della Porta (quartiere) di S. Sisto.

[15] I Protocolli di Iohannes Nicolai Pauli. Un notaio romano del ‘300. R. Mosti, p. 74.

[16] Arch. Com. Viterbo, pergamena 3847, data incerta.

[17] Prot. T. Veltrellini p. 384 e segg. In altro documento è detta S. Maria in Valloleto. Prot. 18 Giov. Malvicini p. 118.

[18] Il terz’ordine domenicano femminile era un movimento d’ispirazione penitenziale; sebbene dotate di una loro prima regola sin dal 1285, le terziarie domenicane vennero approvate formalmente solo da Innocenzo VII con una bolla emanata nel 1405 proprio da Viterbo.

[19] Le prime due terziarie si stabilirono nel rione nell’anno 1417; altre due case furono acquistate nel 1437 e nel 1456. La chiesa di S. Martino, che dava il nome all’intero isolato, sorgeva sul tracciato dell’attuale via Cavour, all’altezza della scalinatella di Palazzo Poscia; fu abbattuta nel 1577 per la costruzione della via Farnesiana (via Cavour). A. Perugi, La Farnesiana a Viterbo, p. 63.

[20] Nel 1437 il Monasterium sororum de poenitenzita D. Domonici in contr. S. Thomae era abitato da 17 terziarie.

[21] La realizzazione della fonte che portava l’acqua al monastero fu possibile grazie alle donazioni di Angelo Banchi e di Aristotile Florenzoli.

[22] Archivio S. Maria in Gradi, perg. 764.

[23] I primi ospedali ad unirsi furono quelli dei disciplinati e quello di S. Sisto dell’Arte degli Speziali nel maggio del 1514. Seguirono l’ospedale dei Sartori, quello di S. Angelo alla Rocca, quello di S. Tommaso e per ultimo quello dei Pellegrini.   In seguito i nosocomi passarono al Comune che avviò un rapido inglobamento delle altre istituzioni assistenziali cittadine.

[24] Così si espresse il Cardinal Ridolfi nel 1528 quando decretò lo scioglimento dell’unione voluta dal Comune. C. Pinzi, Ospizi Medievali, p. 216. In realtà la disposizione non fu completamente tradotta in pratica, anzi il processo di concentrazione di lì a poco riprese e raggiunse il completamento nonostante qualche nuovo caso di malgoverno. Nell’aprile del 1537 il vescovo Crasso, che fu un sostenitore dell’unione dei nosocomi viterbesi, dovette comunque ammettere che gli amministratori dell’ospedale della Misericordia «sotto colore di carità cercavano la carità per sé». G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, Libro VII, p. 132.

[25] C. Pinzi, Ospizi Medievali, p. 165 e p. 222.

[26] La prima menzione certa della presenza degli spedalieri dell’Ordine di S. Spirito in Saxia nella chiesa è del 1571, ma è probabile che il loro arrivo risalisse al 1558, anno in cui la parrocchia di S. Salvatore venne soppressa ed unita a quella di S. Maria Nova.

[27] Riforme XLIII f. 44 – LX f. 60.

[28] Fu questo il primitivo nucleo dell’Ospedale Grande degli Infermi.

[29] Nel 1695 la commenda è retta da un sacerdote viterbese. Nei due secoli successivi i beni che costituivano il beneficio ecclesiastico, assai ridotti, furono ceduti in godimento alla Cattedrale di S. Lorenzo. C. Pinzi, Ospizi Medievali, p. 200.

[30] Prot. P. Malagriccia, p. 7. Il precettore dell’Ordine, Niccolò de’ Medici, si riservò comunque le rendite dei beni facenti capo all’ospedale ceduto.

[31] Lib. S.V. p. 110.

[32] La famiglia possedeva palazzo Monaldeschi, oggi Macchi-Borgognoni in Piazza Luigi Concetti.

[33] Orsola fu priora del monastero dal 1648 al 1651 e nel biennio 1654-55.

[34] Per evitare il destino delle sorelle, Olimpia accusò falsamente di molestie il frate che gli era stato affiancato come guida spirituale; la giovane fu allontana dal convento mentre il povero frate finì in prigione.

[35] Cronaca di San Domenico di Viterbo, I. Pasqui.

[36] Il palazzo sorge all’inizio dell’attuale via Annio.

[37] Il 15 ottobre era giunto a S. Martino al Cimino, feudo di Donna Olimpia, e il 17 entrò a Viterbo attraversando la nuova Porta S. Sisto, realizzata appena un anno prima e ribattezzata Porta Pamphilia in suo ossequio. Il papa, tuttavia, non si fermò a lungo in città e dopo aver celebrato la messa nella Cattedrale si recò al monastero di S. Domenico e ripartì per S. Martino. Il 19 Innocenzo tornò a Viterbo e dopo aver udita la Messa in S. Domenico, ricevette i rappresentanti del Comune nel Palazzo Nini. Il giorno successivo visitò la Villa del Barco, residenza autunnale della cognata, e quindi riparò ancora a S. Martino. Il 25 ottobre visitò S. Maria della Quercia e fu ospite del Governatore del Patrimonio a Bagnaia. Quindi fece ritorno a Roma.

[38] Archivio Doria Pamphili, Archiviolo b. 338, f. 258.

[39] L’epigrafe era fino a pochi anni fa presso la facciata di Villa Federici, all’inizio di strada Roncone. M. Galeotti, L’Illustrissima Città di Viterbo, p. 166.

[40] S. De Angelis, Patronage e potere in monastero: le sorelle Maidalchini a San Domenico di Viterbo.

[41] A. Scriattoli, Viterbo nei suoi monumenti, p. 180.

[42] G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, Libro XI, p. 179.

[43] Padre V. L. Novaro, Vita della Venerabile Serva di Dio Suor Maria Colomba di S. Maria della Croce.

[44] F. Bussi, Istoria della Città di Viterbo, p. 321. Oggi le ossa della monaca riposano nella chiesa di S. Giovanni a Bagnaia.