LA CHIESA DI S. MARIA DI VALVERDE: DA BALUARDO CONTRO L’ERESIA A CIMITERO DEI CONDANNATI A MORTE.

Nel Basso Medioevo la diffusione delle eresie di ispirazione pauperistico-evangelica rappresentò una grave minaccia e una sfida continua per l’autorità spirituale della Chiesa cattolica, così spiccatamente mondana e immersa nella sua temporalità.
Del tutto particolare fu il ruolo del movimento dei Catari che, superate le pretese riformiste e le contestazioni degli altri gruppi ereticali (Arnaldisti, Speronisti, Poveri Lombardi, Valdesi, ecc. …), si proponeva in antitesi al cattolicesimo come unica e vera religione rivelata. Il pensiero dei catari si fondava, in estrema sintesi, sul principio di opposizione (dualismo cosmico) tra il “dio del Bene” e il “dio del Male”: alla sfera del primo appartiene tutto ciò che è spirituale mentre ci che è materiale attiene la suprema entità maligna. Anche l’uomo ed il mondo sono creature del male (da cui l’avversione per la carnalità e tutto quanto tende alla riproduzione) e tali sono persino la Chiesa ed il Papato, delle quali si disconosce qualsiasi potestà e ad alle quali il catarismo contrappone una propria gerarchia.
Il catarismo, nato in Germania e Francia, raccolse consenso anche in Italia. Nel XIII secolo si contavano ben 4.000 adepti organizzati in almeno 6 diocesi sparse per il centro nord della penisola (Concorezzo e Desenzano in Lombardia, Mantova, Vicenza, Firenze e Spoleto). Buona parte dei seguaci non era eretica nel senso autentico del termine, ma era per lo più composta da simpatizzanti che, esasperati dall’indegno comportamento del clero cattolico e delle continue tensioni di una società ineguale, trovavano conforto in una dottrina che esaltava la rinuncia come valore e postulava una Chiesa “pura” e spoglia di beni materiali.
Il Papato, con colpevole ritardo, rispose al dilagare del catarismo ricorrendo all’inquisizione e alla repressione violenta (la crociata contro gli Albigesi in Linguadoca). Ma lo strumento di restaurazione più efficace fu senz’altro rappresentato dai nuovi ordini mendicanti, quello domenicano e quello francescano; il primo agì soprattutto con la predicazione, mentre il secondo attraverso l’esempio della personalità di Francesco d’Assisi. Sull’esempio dei mendicanti, in Europa nacquero numerose fratellanze pauperistiche, spesso d’ispirazione mariana, i cui proseliti ambivano ad una vita esemplare in intima adesione ai precetti evangelici. Per contenere gli eccessi di questi movimenti e sottrarli al rischio di scivolare verso posizioni radicali, la gerarchia ecclesiastica ne incoraggiò l’istituzionalizzazione in ordini regolamentati. Così queste comunità, con il loro fervore e la loro integrità, divennero un efficace strumento di contropropaganda che la Chiesa oppose al rigore della religione catara.
Fu in quest’ottica che nel 1257 la fratellanza marsigliese dei Servi di Maria Madre di Cristo fu accolta da papa Alessandro IV nell’ordinamento ecclesiastico e assoggetta dal vescovo Benedetto alla regola canonicale di S. Agostino. I Servi di Maria Matris Christi erano nati intorno alla metà del XIII secolo ed avevano la loro sede in un oratorio appena fuori le mura di Marsiglia, oltre Porte Galle, nel sobborgo di Arenc. Proprio per questo, negli atti e nelle bolle pontificie, venivano chiamati “fratres beate Marie de Areno”.

Chiesa di S. Maria in Valverde di Tarquinia (VT)

Ben presto la comunità, forte del riconoscimento papale, si propagò in tutta la Francia (Limonges, Cahors, Narbonne, Cambrai, ecc. …) fino a Parigi, dove i suoi membri furono detti anche “mantellati bianchi”. Filiazioni si ebbero anche in Spagna, Paesi Bassi e in Inghilterra (Westminster e Norwich), dove assunsero svariati appellativi, come “Freres Pyes’” o “Brothers Pied”, ossia frati “pezzati”, o “fratres ordinis de Picca”, in quanto i loro mantelli bianchi con le scapolari nere richiamavano la livrea della gazza (pica). Tutti questi diversi e singolari epiteti si dovevano, verosimilmente, alla necessità di distinguere la fratellanza marsigliese dalle altre congregazioni mendicanti, come i Carmelitani e i Serviti, che recavano nel nome un esplicito richiamo a Maria Madre di Cristo. In Italia (Tarquinia e Viterbo) e in Svizzera (Vallis Viridis in castro Solodoro – Solothurn diocesi di Losanna) gli appartenenti all’ordine erano pure noti come frati di S. Maria di Valverde, in quanto i loro conventi venivano titolati in questo modo. La presenza dell’agiotoponimo S. Maria di Valverde in diverse località italiane (Foligno, Forlì, Pavia, Bovino, Alghero, ecc. …) ha consentito ad alcuni studiosi di ipotizzare che l’ordine avesse altre cellule sparse per la penisola. Tuttavia, l’assenza di indagini approfondite non consente di verificare quella che, allo stato attuale, è solo una congettura.

Il 13 maggio 1266, papa Clemente IV, il provenzale Guy Foulques, spedì da Viterbo la bolla Cum a nobis con cui confermò ai “priori et fratribus” marsigliesi l’istituzione dell’ordine dei “servis beatae Mariae matris Christi”. Fu proprio per volontà di questo stesso pontefice che una sparuta pattuglia di frati si trasferì anche a Viterbo. Una prima notizia del loro stabile insediamento si ha nel 1267, quando in un atto dell’Archivio Comunale (perg.na 1343) si citano i “fratrum ecclesiae Sanctae Maria de Valle Viridis”. La gerarchia ecclesiastica, evidentemente, confidava di trovare nella loro energica azione pastorale un efficace alleato nella lotta alla diffusione della dottrina catara che, dalla vicina Umbria, stava fortemente contaminando la Tuscia.

Chiesa di S. Maria in Valverde presso Porta FAUL (Mappa Mortier)

La casa viterbese di S. Maria in Valle Verde e l’annessa chiesetta sorgevano appena fuori la piana di Faul, non lontano dal fosso Urcionio e della porta di Valle. Già posto in posizione periferica rispetto al nucleo abitato, praticamente in aperta campagna, nel 1268 il convento rimase completamente escluso dal circuito urbano per l’innalzamento dell’ultimo segmento murario che chiudeva il tratto tra porta di Bove e porta di Valle. Dai pochi documenti sopravvissuti è emerso che l’ordine aveva adottato un modello organizzativo non dissimile da quello francescano, con al vertice un ministro generale, coadiuvato, per ogni area geografica, da un ministro provinciale, che per quanto riguarda la Tuscia, nel 1273, risultava essere un certo frate Percivallo.
Nonostante la loro fervida opera in mezza Europa, i Servi di Maria Madre di Cristo non sfuggirono agli effetti della costituzione Religionum diversitatem emanata nel 1274 dal secondo concilio di Lione. Con essa il papato decretava la soppressione di tutte quelle comunità pauperistiche sorte negli ultimi decenni e che, per la loro mistica disordinata e l’accentuazione estrema dell’individualismo, rischiavano di mettere a repentaglio la coesione interna della Chiesa. Fu così che i conventi dei Servi, dopo aver strenuamente difeso l’ortodossia cattolica contro l’eresia catara, furono inesorabilmente condannati dalla politica pontifica a scegliere tra una lenta consunzione o la confluenza in uno degli ordini tradizionali e formalmente riconosciuti.

L’agonia della filiale viterbese si concluse nel giugno 1291, quando gli ultimi due confratelli superstiti accettarono di passare sotto la giurisdizione dell’Abbazia di S. Croce di Sassovivo, un potente centro benedettino nei pressi di Foligno. Preso possesso del fatiscente convento viterbese e della chiesa dedicata a S. Maria in Valverde, i monaci folignati iniziarono a costruire un nuovo fabbricato che in parte avrebbe dovuto poggiare sulle mura cittadine. Al progetto si opposero, però, le magistrature comunali, troppo preoccupate che il complesso, una volta ampliato, potesse essere usato come fortilizio da eventuali nemici in caso di assedio della città. I benedettini rinunciarono alla costruzione, ma ottennero quale contropartita la chiesa di S. Maria della Ginestra, situata all’interno della città; ebbero anche il consenso per realizzare un nuovo cenobio, un camposanto ed un ampio orto, in cambio dei quali s’impegnarono ad erigere un torrione sulla cortina muraria, la cosiddetta Torre di Sassovivo.

L’edificio attuale

Per S. Maria in Valverde iniziò così un irreversibile processo di abbandono e di decadenza. Chiesa ed ambienti annessi rimasero proprietà di Sassovivo fino al XVI secolo, in seguito vennero concessi alla Confraternita della Misericodia che li utilizzò come cimitero dei condannati a morte. La “Chiesa dei Giustiziati”, questo il nome attribuitole dai viterbesi, non poté sottrarsi al suo macabro destino e nel 1855 vi furono deposti i corpi delle vittime di una terribile epidemia di colera. Nel ‘900, poi, fu adattata a stalla e quindi a magazzino.
Oggi, appena usciti da porta Faul, isolato tra via del Pilastro e la Tangenziale Ovest, è ancora visibile quel che resta dell’antico edificio, in parte utilizzato come officina. Nessuna indicazione, neppure una piccola targa, ricorda come quel luogo, oggi così anonimo, fosse stato abitato nel Duecento da un pugno di ferventi frati giunti dalla lontana Marsiglia per difendere il papato dalla minaccia eretica.

Articolo curato da Sermarcus Demontfort

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Bibliografia:
Mario Sensi, S. Maria di Valverde a Corneto
Frances Andrews, The Other Friars
Richard W. Emery, The Friars of the Blessede Mary and the Pied Friars
Gabriele Zanella, Educazione e cultura degli eretici (secoli XII-XIV)