VIA CAVOUR E CASA POSCIA
Da Piazza Fontana Grande inizia Via Cavour
, il grande rettilineo fatto costruire nel periodo 1573-1580 dal cardinale Alessandro Farnese per far emergere visivamente i palazzi e la piazza del comune; la monumentale opera, propria del lessico rinascimentale, comportò lo smembramento e la demolizione del preesistente tessuto urbano medievale. Il percorso, non appena compiuto, venne ufficialmente chiamato via Farnesiana, denominazione che nel 1814 mutò in via Napoleone e nel 1871 nell’attuale; per molto tempo il rettifilo fu indicato dai viterbesi col nome popolare di “Strada Nova”. La coppia di cantonate che segnano l’inizio della via furono realizzate su progetto dell’architetto Malanca e recano gli stemmi della casa Farnese, del Comune e di papa Sisto V.
Evitando, per il momento, di intraprendere la discesa di Via Cavour, si svolta per l’adiacente Via Saffi, già detta “del Melangolo”. Proprio all’inizio è l’ex chiesa di S. Giacomo, ricostruita nel 1575 su una preesistente struttura del XIII secolo (chiusa al culto). Poco più avanti, l’incrocio con Via della Pace è dominato da un’alta e possente torre medievale; segue uno slargo pittoresco caratterizzato da alcuni bassi profferli e da Vicolo S. Cristoforo, una stradina chiusa e sormontata, all’imbocco, da un arcone sotto il quale è riprodotta l’immagine del santo.
Pochi passi ancora e si arriva ad uno degli scorci più fotografati della città, Casa Poscia
. L’edificio (1) prende il nome da una delle ultime famiglie che ne ebbe il possesso. Tentando di interpretare quel che resta di uno stemma scolpito sul prospetto alcuni studiosi ne hanno attribuita l’originaria proprietà ai Di Vico; altre ipotesi sostengono, invece, che il palazzo sia appartenuto alla famiglia romana dei Colonna, oppure al condottiero di ventura Pietro Paolo Braca od ancora a tale Domina Galiana, moglie di Ranuccio ascendente dei Gatti.
Il palazzo, ascrivibile al XIV secolo, si distingue per il grande profferlo costituito da una scala esterna impostata su un mezzo arco rampante e per il grande ballatoio in peperino ornato dal tipico fregio a punta di diamante e da eleganti mensole. Originale e di chiara ispirazione gotica il peduncolo in peperino del piedritto, formato da una mano che stringe un mazzo di foglie. La casa, originariamente, era composta da un piano terra (probabilmente adibito a bottega) e da un primo piano, come evidenzia la vistosa cornice sulla facciata. Ad un posteriore rimaneggiamento risale l’aggiunta dei due ulteriori livelli.
Proprio di rimpetto a Palazzo Poscia è l’ex casa parrocchiale di S. Martino, la chiesa (XII secolo) demolita intorno al 1577 per far spazio alla costruenda Via Cavour. Sugli architravi delle finestre è riportato il nome del priore Luca (1487) che restaurò la chiesa e fece ornare il sommo della porta al n. civico 93 dell’odierna via Saffi con un altorilievo raffigurante S. Martino che dona parte del mantello al povero, secondo la più classica delle iconografie del santo.
Discesa la scalinatella di collegamento chiamata “piaggia di strada nuova” o “alle colonnette”, si è nuovamente su Via Cavour. Sul lato sinistro di chi scende la strada, all’intersezione con via Annio è Palazzo Especo y Vera, fatto costruire nella seconda metà del ‘500 dalla facoltosa famiglia Spadensi, originaria di Lucca; l’attuale nome discende dalla nobile famiglia spagnola che ne entrò in possesso dal 1730. Sul lato affacciato su via Annio si scorge un loggiato a tre arcate; al primo livello, il piano nobile, esistono tre sale riccamente decorate con affreschi della prima metà del ‘600.
Subito appresso all’imbocco di via Annio, s’incontra Palazzo Brugiotti (2), imponente edificio costruito sul finire del XVI secolo. Sull’angolo della facciata si mostrano lo stemma Farnese, quello dei Brugiotti, aristocratica famiglia d’origine vetrallese, e quello dei Cobelluzzi. Interessanti l’atrio rinascimentale dominato dalla statua del Mosè con le tavole e il cortile interno con una bella fontana a nicchia. Nei suoi ambienti è allestito il Museo della Ceramica
, che ospita rilevanti collezioni e circa 200 reperti medievali e rinascimentali, in buona parte provenienti dalla Tuscia. Sono esposti piatti e “panate” a impasto semplice del XII secolo, ceramiche dell’ex ducato di Castro dipinte a “guazzo”, manufatti in maiolica decorata in verde ed esemplari unici con disegni a “zaffera” ossia con blu cobalto a rilievo. Di notevole importanza la mostra di vasi da farmacia del 1600 con gli stemmi dell’Ospedale e del Comune di Viterbo e un gruppo di ceramiche ispano-moresche provenienti dal Museo di Barcellona.
CURIOSITA’: La sera del 3 settembre 1967 il trasporto della Macchina di S. Rosa, all’epoca intitolata Volo d’Angeli, fu interrotto su Via Cavour dopo un pericoloso sbandamento della struttura prodigiosamente contenuto dai facchini. Per ricordare quell’infausto giorno e commemorare lo scampato disastro, il costruttore della Macchina fece realizzare un’epigrafe da incastonare all’altezza della fermata. Oggi sulla facciata compresa tra i numeri civici 22 e 24 di Via Cavour (sopra l’insegna di un divieto di affissione) sono presenti le due grappe che all’epoca vennero collocate per sostenere quella lapide che, tuttavia, non venne mai installata. Questo non fu l’unico incidente capitato durante i tanti trasporti della “Macchina”. La pima notizia di una caduta risale al 1758, anche se il percorso fu comunque portato a termine. Fatto analogo accadde nel 1776 ma a Piazza del Plebiscito; dieci anni più tardi la caduta avvenne a Piazza del Teatro. Il crollo del 1790, alla partenza, impedì il proseguimento della manifestazione. Ma l’evento più grave accadde nel 1801 quando la folla accalcata a Piazza Fontana Grande si trasformò in una morsa fatale che travolse e schiacciò 22 persone che persero la vita; il campanile venne comunque fatto avanzare e, giunto a Piazza delle Erbe, incredibilmente s’incendiò. Nel 1814 una nuova caduta alla partenza provocò la morte di due facchini e il ferimento di molte persone. Ancora nel 1820 vi è un cedimento all’altezza della chiesa di S. Egidio su Corso Italia e nel 1899 un incendio distrugge la statua della santa posta al culmine della struttura. Nel 1926 si deve registrare la morte di un facchino ucciso dal peso a Piazza Fontana Grande. L’ultimo grave episodio si ebbe nel 1986 quando la Macchina subì un drammatico piegamento all’arrivo sul piazzale della Basilica di S. Rosa; vi fu solo qualche ferito tra i facchini, ma si sfiorò una nuova tragedia.
Scendendo ancora per via Cavour si nota il portale bugnato della seicentesca chiesa di S. Leonardo dei Carcerati, distrutta dai bombardamenti del 1944 e sostituita da una sala cinematografica oggi accortamente riadattata a teatro cittadino.
Usciti di nuovo su Piazza del Plebiscito e ripassati davanti alla chiesa di S. Angelo, si imbocca Via Roma
; quasi a metà di questa elegante arteria del passeggio serale, sulla sinistra, si vede palazzo Vanni (XIX sec.) con un curioso balconcino costruito in stile medievale. Nel medioevo la via era chiamata la “calzoleria” poiché vi erano concentrate le botteghe dei ciabattini e degli artigiani del cuoio.
Proseguendo si arriva in una armonioso slargo che oggi è chiamato Piazza delle Erbe
, ma che in epoche precedenti era stata già intitolata al re Vittorio Emanuele, al papa Alessandro VI e, prima ancora, a S. Stefano. Ed in effetti, sul lato nord-est, si ergeva un’importante collegiata dedicata al protomartire Stefano; nota sin dal 1083 la chiesa fu completamente distrutta nel 1655 per il crollo di una torre. Dell’edificio sacro non rimangono che la tozza torre campanaria, confusa tra i tetti delle altre costruzioni, e due colonne dagli originali capitelli a toro conservate nell’andito di un palazzo che si affaccia sulla piazza.
Il centro della piazza è dominato dalla bella fontana
a coppe sovrapposte costruita nel 1621, su disegno di Filippo Caparozzi, in sostituzione di una più antica fonte (3).
CURIOSITA’: La fontana di Piazza delle Erbe è comunemente chiamata “Fontana dei Leoni” per via dei leoni marmorei adagiati sulle quattro mensole centrali. Le sculture originali furono sostituite, perché deteriorate, nel 1877 e sono opera del viterbese Pio Fedi. Il nome dell’autore è scolpito sulla mensola posta sotto la zampa anteriore sinistra del leone rivolto verso Via della Rimessa. Durante gli inverni più rigidi non è infrequente che si formino vistosi cannelli di ghiaccio sulla fontana, in particolare sotto le fauci dei leoni. E’ per questo motivo che i vecchi viterbesi avevano coniato il modo di dire “li leoni co’ la barba” per indicare in modo ironico che durante la notte la temperatura era scesa sotto lo zero.
All’imboccatura del Corso Italia, sull’angolo con via della Rimessa, sorge il palazzetto appartenuto ai Gatteschi (4), come dimostrano alcuni stemmi sul prospetto che raffigurano il gatto rampante, simbolo araldico della nobile famiglia.
La vicina via Macel Gattesco (5) deve il nome al macello per la lavorazione delle carni costruito intorno alla metà del XV secolo da messer Princivalle dei Gatti. Oggi la struttura è un ambiente destinato ad esposizioni e convegni. Sia su Via Macel Gattesco che sulla parallela Via della Rimessa sono visibili alcuni architravi dell’antico edificio recanti lo stemma dei Gatti, uno scudo con fasce orizzontali.
Di rimpetto a Palazzo Gatti vi è la Casa della Pace (6), così chiamata per la frase “concordia civium instaurata MDIII” scolpita sullo stipite di una delle sue finestre, quella a croce guelfa, che affaccia sul Corso. In effetti, nel 1503 le fazioni cittadine, grazie all’intercessione del cardinale Egidio Antonini, stipularono una breve tregua che fermò le continue lotte che stavano insanguinando la contrada.