LA CHIESA DI S. CROCE SUL COLLE CAPONINO

IL SOGNO MISTICO DI RANIERO CAPOCCI

Tarde cronache manoscritte[1] raccontano che la fondazione del convento domenicano di S. Maria in Gradi fu la conseguenza di una prodigiosa visione apparsa al cardinale viterbese Raniero Capocci nell’anno 1215. Dopo una notte di preghiera, il porporato venne visitato in sogno da una femina bellissima che lo condusse in un boschetto appena fuori le mura della città, in una località detta colle Caponino,[2] dove sorgeva una cappella dedicata alla Santa Croce e un piccolo convento di benedettine; qui la donna iniziò a bruciare le sterpaglie attorno all’edicola, tracciando un ampio perimetro di fuoco. All’indomani, il Capocci fece visita ad un eremita suo amico perché interpretasse quel curioso sogno; il monaco gli riferì di aver avuto la stessa apparizione notturna e che quella donna altro non era che la Madonna, «la quale da te ricerca che in quello stesso luogo ed in quello stesso spazio tu le facci fabbricare una chiesa».

Cardinale Raniero Capocci (dipinto del XVIII secolo – Diocesi di Viterbo)

Il cardinale si recò immediatamente sul colle Caponino, dove scoprì che il fuoco sognato la sera precedente aveva effettivamente lasciato profondi solchi; decise, allora, che quelle miracolose tracce fossero i confini sui quali erigere le fondamenta di una chiesa da dedicare a Maria, più tardi detta in gradibus perché preceduta da un’alta scalinata. Il nuovo edificio avrebbe dovuto inglobare la cappella della S. Croce, mentre le poche monache del vicino convento, stando alla tradizione, sarebbero state trasferite, di lì a poco, nel monastero di S. Maria del Paradiso.[3]

Ancora le cronache domenicane affermano che il santo iniziatore dell’Ordine dei Predicatori, Domenico da Guzman, ebbe a transitare per Viterbo nell’anno 1217, trattenendosi nella cappellina di S. Croce in una notte di orazione e penitenza. A seguito di quell’eccezionale avvenimento, il cardinale Capocci si risolse a donare la costruenda chiesa e l’annesso convento ai frati domenicani: S. Crucis aediculam, cum annexo habitaculo, novae ecclesiae B. Mariae aedificio proximam.[4]

Fin qui, le notizie che, contaminate dalla mitologia, vennero raccolte e tramandate dai cronisti. Stando, invece, alle testimonianze storiche, il primo documento che attesta l’interesse di Raniero Capocci per la fabbrica della nuova chiesa risale soltanto al 1227, anno in cui egli comperò alcuni terreni prossimi alla cappella della S. Croce. Quattro anni più tardi, l’8 ottobre del 1231, il porporato finanziò l’acquisto di tre poderi per aprire la strada che conduceva alla domum fratrum predicatorum. Per il completamento della chiesa fu, comunque, necessario un altro quinquennio, come dimostra la bolla di papa Gregorio IX del 1237 in cui la si indica, finalmente, constructa.

Sul passaggio di S. Domenico a Viterbo, ammesso che sia mai avvenuto, le biografie più affidabili preferiscono posticipare di qualche anno la data proposta dalla tradizione locale. Forse, venne in città nell’autunno del 1219 al seguito di papa Onorio III; altri, autori, invece, ritengono possibile la presenza del santo nell’anno 1221, qualche mese prima di trasferirsi a Bologna, dove morì il 6 agosto.[5]

COME LA PORZIUNCOLA DI ASSISI

Decorazione fitomorfa probabilmente appartenente a S. Croce

La cappella della S. Croce venne preservata e inglobata nella nuova chiesa di S. Maria in Gradi. Si trovava in quello che doveva essere il braccio meridionale del transetto dell’impianto medievale, quello confinate con il chiostro duecentesco. Trasformata in vero e proprio martyrium domenicano, la cappella conobbe un iniziale successo cultuale, tanto che papa Bonifacio IX, nell’aprile dell’anno 1398, emanò una bolla con la quale  riconosceva a S. Maria in Gradi un’indulgenza in perpetuum per i fedeli che la visitavano nel giorno dell’Annunciazione della Vergine; beneficio equipollente, in tutto e per tutto, a quello concesso alla Porziuncola di Assisi, celebre luogo di preghiera di S. Francesco: “… qui a primis vesperis usque ad secundas vesperas Festivitatis Annunciationis ejusdem Beatae Mariae, praedictam ecclesiam [S. Mariae Virginis ad Gradus] devote visitaverint annuatim, illam indulgentiam et remissionem peccatorum concedimus, quam visitantes ecclesiam S. Mariae de Portiuncula, alias de Angelis, extra Muros Assisinaten.”

Con il tempo, tuttavia, l’edicola perse quella che era la sua funzione di «reliquia monumentale» e venne concessa, per la celebrazione delle funzioni liturgiche, ad una confraternita intitolata alla S. Croce. Nel 1476 l’ambiente minacciava rovina e, non potendo il sodalizio provvedere ai restauri, papa Innocenzo VIII decretò che venisse demolito e trasformato in nuovo coro per i frati: “… dictam Capellam in totum demoliendi, et lapides et alia in ea existentia, in ampliationem dictae tribunae convertendo licentiam et faeultatern, tenore praesentium concedimus”. Quando, in fine, nel 1737 i padri domenicani decisero di ricostruire dalle fondamenta la chiesa di S. Maria in Gradi, la struttura medievale venne completamente cancellata e con essa ogni residua traccia della cappella.

LA GRANCONTESSA MATILDE

Nella chiesa di S. Maria in Gradi esisteva un’epigrafe marmorea relativa all’indulgenza concessa da Bonifacio IX nel 1398; una volta rimossa dalla sua collocazione a mano sinistra della porta maggiore … sotto il portico di Gradi, si notò che era stata realizzata sul retro di un pannello finemente lavorato con una decorazione fitomorfa, probabile elemento di un pluteo altomedievale.[6] Se quest’avanzo architettonico appartenesse all’originario impianto di S. Croce, come avanzato da alcuni ricercatori, sarebbe possibile ascrivere la fondazione della chiesuola, addirittura, alla prima metà dell’VIII secolo.[7]

Matilde di Canossa in una miniatura del XII sec. (Biblioteca Vaticana)

Tuttavia, una datazione così remota appare discordante con la totale mancanza di notizie del tempio e dell’annesso convento di benedettine dalla documentazione tramandata nei secoli; assenza irragionevole se si considera che il colle Caponino, sul quale sorgevano entrambe gli edifici, era parte del vico Quinzano,[8] un agglomerato rurale frequentemente citato come toponimo nei registri dell’abbazia di Farfa, che qui possedeva terreni e vigneti.

A ben vedere, dunque, le uniche fonti che testimoniano l’esistenza della cappella e della comunità monastica restano i laconici passi delle cronache domenicane che rievocano le origini di S. Maria in Gradi.

Memorie sulla cui aderenza storica è necessario essere piuttosto cauti; come per la notizia secondo cui la chiesuola di S. Croce venne edificata per volere di Goffredo di Buglione, in transito per Viterbo prima di partire per la crociata del 1096. Si tratta indubbiamente di una tarda invenzione dei domenicani, probabilmente concepita per conferire ulteriore prestigio alla cappella; infatti, il condottiero fiammingo raggiunse la Terrasanta, dove morì nel 1100, seguendo la valle del Danubio fino all’impero bizantino e non certo attraverso la «via italiana» percorsa, invece, dai crociati francesi.[9]

Le cronistorie dell’Ordine sostengono ancora che il monastero delle benedettine venne dotato da Matilde di Canossa, signora di Toscana e potente sostenitrice del papato, morta nell’anno 1115; in questo caso, sarebbe superficiale derubricare la notizia a mera leggenda. Sappiamo, infatti, che la contessa Matilde fu promotrice della costruzione e del restauro di moltissimi edifici religiosi, non solo nelle regioni fulcro dei propri domini, ma anche nei territori più periferici e lungo le grandi strade di pellegrinaggio, come la via Francigena. Secondo la tradizione, la nobildonna fondò oltre cento chiese lungo dieci itinerari che dalle Alpi raggiungevano le porte di Roma;[10] verosimilmente, Matilde promosse anche alla costruzione della basilica di S. Cristina a Bolsena, che nel 1078 venne consacrata da papa Gregorio VII.

Che Viterbo sia mai stata, seppur brevemente, soggetta ai signori di Toscana è stata questione spesso dibattuta. I confini meridionali dei loro territori comprendevano il Ducato di Spoleto e la costa della Tuscia Romana, tanto che nel 1080 la contessa Matilde tenne un placito nel castello di Corneto;[11] ma per quanto riguarda una loro possibile giurisdizione su Viterbo non esistono documenti che lo comprovino espressamente; né vi è alcun atto che testimoni la venuta in città della contessa.[12]

S. Maria in Gradi in una riproduzione del ‘700

Ciò non esclude, tuttavia, che Matilde possa aver sostato a Viterbo durante uno dei suoi viaggi alla volta di Roma; e che, in una di quelle occasioni, possa aver fatto una pia elargizione alle monache del colle Caponino per disinteressata generosità o come atto di velata potestà.

Vale la pena ricordare che Matilde disponeva di un cospicuo patrimonio di reliquie, tra le quali un pezzo della Vera Croce; portate in dote al suocero e patrigno Goffredo il Barbuto, le vennero restituite nel 1073 dal marito, Goffredo il Gobbo, il quale dovette usare la forza per sottrarle all’abbazia di Saint Hubert, in Vallonia, alla quale erano state donate dai duchi di Lotaringia.[13]

Si può, dunque, immaginare che nell’ambito degli apparati liturgici e degli oggetti preziosi offerti alle religiose viterbesi dalla nobildonna toscana vi fosse anche una particola della preziosa reliquia, per la cui custodia venne allestita la chiesina della S. Croce.

Quando due secoli più tardi, nel 1244, il cardinale Raniero Capocci munì il novello convento domenicano di S. Maria in Gradi di una piccola stauroteca d’argento, il sacro legno che vi era contenuto ben poteva essere l’antico donativo della grancontessa di Canossa: … unam crucem parvulam de argento, cum ligno dominico et catena argentea.

 

articolo curato da Sermarcus Demontfort

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[1] G. Maiensi, Breve Chronicon Gradensis coenobii saeculi XIV; G. Nobili, Cronica della Chiesa e del Convento di Gradi di Viterbo (inizio XVII sec.); F.M. Salmini, Cronologia Gradensis seu Conventus S. Mariae ad Gradus de Viterbio (inizio XVIII sec.).

[2] La prima menzione della località Caponino risale all’anno 789, quando un documento attesta che una certa Aribona cedette all’abbazia di Farfa un prato da pascolo situato in «Casale Canolino» (Regestro, doc. 146); dopo il XI secolo, il termine sopravvisse come toponimo, sebbene corrotto in Capolino.

[3] In realtà, la prima menzione certa di S. Maria del Paradiso risale solo al 1268 (Arch. Com. perg. 2758). La tradizione ascrive la fondazione di questo monastero intorno al 1220 per volontà dello stesso Capocci. Fonti storiche, invece, vogliono che la sua costruzione risalga all’iniziativa del cardinale Giovanni di Toledo (1270). Non dispiace la tesi conciliatrice per la quale il progetto venne concepito ed inaugurato da Capocci mentre ma continuato e concluso dal cardinale di Toledo. G. Zucconi, S. Maria del Paradiso in Viterbo, pp. 27-30.

[4] F. Fontana, De Romana Provincia Ord. Praed., p. 93, (cit. in F. Cristofori, Le Tombe dei Papi, p. 61).

[5] G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, I, p. 176, n. 27.

[6] A. Carosi, Epigrafi medievali, p. 126. Oggi la lapide è conservata nel Museo Civico di Viterbo.

[7]  F. Gandolfo, La vicenda edilizia, p. 41 e segg., in S. Mari in Gradi, a cura di M. Miglio.

[8] Menzionato a partire dalla seconda metà del VIII secolo, il vico Quinzano coincideva con l’area attorno all’odierna S. Sisto, fino a porta S. Leonardo; ne è testimonianza un atto dell’archivio della Cattedrale del 1226 in cui si dice: hortos positos in ora Quinzani, juxta via set ecclesiam Sancti Sixti. In un passo delle cronache domenicane si afferma che: … questo tempio di S. M. in Gradi, designato l’anno 1215 nel Colle Caponino ovvero Quintiano. C. Pinzi, Ospizi medievali, p. 31, n. 1.

[9] E’ persino controversa la possibilità che Goffredo sia mai stato in Italia in periodi pregressi. Sul finire del 1082, forse, partecipò alla campagna militare contro papa Gregorio IV come vassallo di Enrico IV. P. Aubé, Goffredo di Buglione, p. 60.

[10] M.K Spike, An Illustrated Guide to the ‘One Hundred Churches’ of Matilda of Canossa, Countess of Tuscany.

[11] G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, I, p. 98 e 103.

[12] C. Pinzi, Storia di Viterbo, I, p. 118. Autori cinquecenteschi inventarono di sana pianta la notizia che Viterbo fosse compresa nella donazione matildina, confermata alla fine del 1102, con la quale la contessa donava tutti i suoi beni alla Chiesa. Sicché negli affreschi del palazzo comunale del XVII secolo si celebrò quella largizione come premessa per la creazione del Patrimonio di S. Pietro con capitale Viterbo. L. Bussi, Istoria della città di Viterbo, p. 46.

[13] Il dono nuziale di Matilde era stato concesso a Teodorico, abate di St. Hubert, dal duca Goffreto il Barbuto in punto di morte. E. Ferri, La Grancontessa, pp. 97 e 103.