PIAZZA DELLA ROCCA E LA SUA FONTANA
Lasciata la piazzetta di S. Francesco, ci si immette sulla grande e regolare Piazza della Rocca
. Sulla destra, subito dopo l’ottocentesco Palazzo Grandori (ricostruito dopo i bombardamenti del 1944), si aprono i tre archi della colossale Porta Fiorentina
, costruita nel 1768 sulla medievale Porta di S. Lucia e riadattata nelle forme attuali nel 1886 ad opera dell’ingegnere Enrico Calandrelli (5). Subito fuori le mura è l’ingresso del parco pubblico detto Prato Giardino, ameno luogo di passeggio che ospita olmi ed aceri di notevoli dimensioni.
La fontana monumentale
che domina la piazza fu realizzata nel 1566 in sostituzione di un’altra più antica e rappresenta il suggello del rinnovamento urbanistico voluto dal Cardinale Alessandro Farnese (4). La struttura della fontana, la più imponente della città, è formata da un bacino esagonale poggiato su un basamento costituito da alti gradoni alternati a vasche; la parte centrale è costituita da due coppe sovrapposte ornate da bocchettoni a testa di leone e unite tra loro da un saliente riccamente decorato e da cui escono otto cannelle a forma di sfingi.
CURIOSITA’: A vedere oggi la fontana che troneggia maestosa Piazza della Rocca, difficilmente si riesce ad immaginare i travagli che hanno accompagnato la sua storia. Il primo progetto fu affidato intorno al 1560 allo scalpellino viterbese Paolo Cenni, ma il suo lavoro non piacque ai viterbesi sicché si coinvolsero il senese Tommaso Ghinucci e Raffaele da Morlupo. Anche il contributo dei due rinomati artisti non accontentò il Comune, così fu richiamato in causa il Cenni; questi per realizzare la tazza superiore della fonte eseguì il taglio del peperino nella cava delle Pietrare e per il trasporto dell’enorme manufatto fu necessario demolire una parte della Porta di S. Sisto. Ancora una volta il risultato fu deludente, si corse allora ai ripari inviando una richiesta d’aiuto a Giacomo Barozzi da Vignola, che in quei tempi si trovava a Caprarola per la costruzione del famoso Palazzo Farnese. E’ incerto se il famosissimo architetto ebbe a realizzare un nuovo progetto o se fornì solo qualche suggerimento. Fatto sta che i lavori continuarono ad essere condotti dal Cenni che portò a termine la fontana con gravi difetti strutturali. Era il 1576 quando, grazie all’intervento il Cardinale Alessandro Farnese, fu possibile commissionare il rifacimento al romano Giovanni Malanca che realizzò la fontana nelle forme attuali. Nel XVIII secolo si registrano nuovi interventi per riparare sconnessioni e rotture. Infine, nel 1944 le bombe cadute durante i raid alleati distrussero completamente la fontana che fu oggetto di un meticoloso restauro negli anni successivi.
Di recente sono stati posizionati attorno alla fontana dei bei lampioni in ghisa della fine dell’Ottocento, in origine collocati nella piazza comunale.
A sinistra di Porta Fiorentina si erge maestosa la Rocca
voluta nel 1354 dal vicario papale Egidio Albornoz (6), lo stesso cardinale guerriero che farà costruire il forte di Spoleto alcuni anni più tardi. Dopo essere stata scaricata dai viterbesi durante una ribellione, nel 1395 fu rifabbricata da papa Bonifacio IX. Di nuovo smantellata fu riedificata nel 1457 da Pierludovico Borgia, nipote di Callisto III. La rocca primitiva doveva essere limitata ad un quadrilatero difeso da un fossato e da torri angolari, di cui oggi è rimasta solo quella a cavallo delle mura.
I nuovi interventi voluti da Pio II Piccolomini e Sisto IV della Rovere segnarono l’inizio della transizione da castello medievale a residenza fortificata rinascimentale; all’inizio del ‘500 il Bramante progettò per Giulio II della Rovere il bel cortile interno articolato su due piani, quello inferiore con a archi a tutto sesto e quello superiore caratterizzato, nei lati minori, da un loggiato a colonne tuscaniche. A Paolo III Farnese si deve, invece, la loggia architravata esterna che si affaccia sulla piazza. Dal 1523 al 1527 la rocca fu concessa all’ordine dei Cavalieri di Rodi, quindi fu brefotrofio e, dopo alterne vicende, nel 1860 divenne sede della caserma delle truppe pontificie e poi di quelle italiane. Bombardata nel 1944 e rimasta per decenni in stato di abbandono, dopo importanti restauri nel 1986 è stata destinata a sede del Museo Archeologico Nazionale
.
Tra i principali oggetti esposti nelle sale del museo: i reperti dagli scavi di AcquarossaJJ (VII-VI sec. a.c.) e di San Giovenale; il ciclo statuario proveniente da Ferento
; il mosaico delle terme di Musarna
; e la famosa biga in bronzo
ritrovata nella necropoli di Poggio di Castro (VI sec. a.c.).
CURIOSITA’: Nel 1523 i Cavalieri di Rodi, eredi dell’Ordine Ospedaliero di S. Giovanni in Gerusalemme, furono costretti ad abbandonare la loro sede nell’isola dell’Egeo per il sopraggiungere degli Ottomani. Il Gran Maestro Villiers de l’Isle Adam chiese al papa di concedergli, a titolo provvisorio, Viterbo come la più spaziosa e propizia delle nuove residenze possibili. Il pontefice accolse la richiesta e nel 1524 i Cavalieri si traferirono nella cittadina prendendo possesso della Rocca Albornoz ed ottenendo la chiesa di S. Faustino come luogo per i loro offici sacri. A maggio del 1527 i Cavalieri assunsero la difesa di Viterbo al passaggio dei Lanzichenecchi diretti a saccheggiare Roma e grazie alla mediazione del Gran Maestro la soldataglia tedesca risparmiò la città esigendo soltanto rifornimenti e viveri; tuttavia, durante il transito di alcune brigate sotto le mura, il Metropolita dell’Ordine, Clemente, si affacciò imprudentemente da una finestra della Rocca e venne mortalmente colpito da un’archibugiata mercenaria. Il 18 maggio dello stesso anno Villiers de l’Isle Adam convocò il Capitolo Generale richiamando a Viterbo Cavalieri da ogni parte della Cristianità. Durante quell’assemblea fu deciso di accettare l’offerta dell’imperatore Carlo V di trasferire definitivamente la sede dell’Ordine nell’isola di Malta. Anche a causa del dilagare della pestilenza, i Cavalieri non indugiarono e il 15 giugno 1527 lasciarono Viterbo riconsegnando al papa la Rocca e la chiesa di S. Faustino.
Nell’adiacente Piazza Sallupara è ciò che rimane delle scuderie fatte costruire da Sisto IV nel 1480 e note come lo “Stallone del Papa” (7); dal 1842 al 1924 furono adibite a carcere.
CURIOSITA’: Nel XIX secolo Piazza della Rocca era il luogo in cui venivano giustiziati, per decapitazione o impiccagione, i condannati a morte; esecutore delle sentenze era il “boja” di Roma, al secolo Giovanni Battista Bugatti, conosciuto anche come Mastro Titta, personaggio popolarissimo richiamato in parecchi sonetti del Belli e tradotto in maschera teatrale nella famosa commedia musicale “Rugantino”. Il carnefice del papa eseguì ben 27 condanne capitali a Viterbo.
DA S. FAUSTINO AL CONVENTO AGOSTINIANO DELLA TRINITA’
Percorrendo Via Amedola si arriva in Piazza S. Faustino
, una delle più caratteristiche della città, soprattutto se visitata la mattina durante l’apertura del mercatino ortofrutticolo. Lo slargo costituisce il centro di una contrada la cui formazione risale alla fine del XII secolo, quando l’aumento demografico causò l’urbanizzazione dei promontori a destra del torrente Urcionio.
La piazza è dominata da una bellissima fontana a fuso
ascrivibile alla metà del XIII secolo (8); la vasca è rialzata su un basamento a gradoni mentre sul fuso sono scolpite le consuete protomi leonine da cui escono le lunghe cannelle dell’acqua. Sempre sul fuso sono incisi i nomi dei costruttori: Giacomo D’Andrea e Gemini di Mastro Francesco.
CURIOSITA’: Viterbo è sempre stata una città amata dai registi per le ambientazioni delle loro pellicole. Già nel 1941 Roberto Rossellini pensò all’Aeroporto di Viterbo come set per il film “Un pilota Ritorna”, con Massimo Girotti. Mario Monicelli girò nel capoluogo della Tuscia alcune scene di “Totò e Carolina”, “L’Armata Brancaleone” e “Viaggio con Anita”. Ne “I Vitelloni” Viterbo fu scelta da Fellini per ricostruire le atmosfere della sua Rimini. Orson Welles utilizzò il Palazzo Papale per l’ambientazione del suo “Otello”. Dario Argento ha trasformato S. Pellegrino nel quartiere del terrore de “La Sindrome di Stendhal”. Anche la televisione ha prescelto Viterbo per molte delle sue fiction; celeberrima quella de “Il Maresciallo Rocca” di Giorgio Capitani e, più recentemente, quella della produzione internazionale “I Medici”. Ma il film che più di ogni altro è legato alla città è, senz’altro, “Il Vigile” di Luigi Zampa del 1960. Gran parte del film fu girato tra Viterbo e le frazioni di La Quercia e Bagnaia. Piazza S. Faustino, in particolare, è il luogo in cui venne ambientata la vita familiare del protagonista, il vigile urbano Otello Celletti intrepretato dal grande Alberto Sordi.
La chiesa dei Ss. Faustino e Iovita (9), comunemente conosciuta dai viterbesi come S. Faustino
, fu costruita tra la fine del XII secolo e gli inizi del successivo. Della sua originaria struttura romanica, però, non resta molto; del 1759, infatti, il tempio fu completamente riedificato su disegno dell’architetto Giuseppe Antolini. La facciata neoclassica è caratterizzata dalle tre grandi porte, di cui la centrale è inquadrata da massicce colonne e un frontone a semiarco. Ai lati dell’ingresso due lapidi ricordano che i Cavalieri di Rodi officiarono nella chiesa per tutto il periodo della loro dimora a Viterbo. A destra è il campanile a pianta quadrata del XVI secolo terminante a cupolino.
L’interno è suddiviso in tre navate terminanti in absidi. All’inizio del corridoio di destra vi è una porzione di affresco del XV secolo raffigurante la Madonna della Luce tra Santi. Più avanti l’Assunzione di Filippo Caparozzi (1640) e la Madonna sul Sepolcro di Ludovico Mazzanti (XVIII sec.); La Strage degli Innocenti dell’abside destra e i Santi Faustino e Giovita in Carcere dietro l’altare maggiore sono di Vincenzo Stringelli (XVIII sec.). Nell’abside di sinistra è conservato l’opera di maggior pregio della chiesa, una tavola bizantina della Madonna detta di Costantinopoli, donata dai Cavalieri di Rodi in segno di riconoscenza per l’ospitalità ricevuta. Nella prima cappella di sinistra, in fine, una Pietà attribuita a Teodoro Siciliano (XVI sec.).
Gli agglomerati attorno a Via Cairoli non propongono particolari emergenze architettoniche, ma rappresentano un singolare connubio tra percorsi medievali (Via del Gallo e Via del Pavone), soluzioni urbanistiche rinascimentali ed edifici barocchi (Palazzo Prada, sull’omonima via).
Anziché scendere da Via Cairoli, si prende il rettifilo di Via Maria SS. Liberatrice, nel Cinquecento nota come Strada Maggiore. Al civico 1 è stata installata una lapide in memoria della casa natale dello scultore Pio Fedi.
CURIOSITA’: Pio Fedi nacque a Viterbo il 31 maggio 1816, ma prestissimo si trasferì a Firenze dove fu avviato all’arte dell’incisione e in seguito si diplomò scultore all’Accademia delle Belle Arti. Dopo gli studi all’Accademia di S. Luca a Roma iniziò una straordinaria carriera artistica con importanti commesse sia in Italia che all’estero. Tra le sue opere più importanti, le statue di Niccolò Pisano e Andrea Cesalpino installate nel portico della Galleria degli Uffizi e il gruppo Pia de’ Tolomei e Nello della Pietra di Palazzo Pitti; ma il suo capolavoro è il Ratto di Polissena collocato nella Loggia Lanzi, sempre a Firenze. Secondo alcuni recente ricerche, il monumento funebre a Giovabattista Niccolini, realizzato da Pio fedi in Santa Croce a Firenze, ispirò la Statua della Libertà dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi.
Al termine di Via S. Maria Liberatrice un’iscrizione ricorda come questo borgo, chiamato Porticella, nacque il pittore Lorenzo di Giacomo, autore della cappella Mazzatosta in S. Maria della Verità.
Subito oltre si entra in Piazza della SS. Trinità. L’omonima chiesa e l’annesso convento
furono eretti nel XIII secolo dai religiosi dell’ordine degli Agostiniani, che ancora oggi vi dimorano (10).
Nel 1727 la struttura romanica fu demolita e sostituita con quella monumentale neoclassica. La chiesa deve la sua importanza alla presenza di una immagine miracolosa della Madonna che nel 1320 protesse la città da un sinistro uragano; da quel prodigioso intervento la Madonna iniziò ad essere invocata in ogni momento di difficoltà e le fu attribuito il titolo di Liberatrice dei Viterbesi. Ogni anno, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, si tiene una solenne processione dell’icona per le vie del quartiere alla presenza delle autorità cittadine.
Nella facciata si mescolano le linee neoclassiche con elementi baroccheggianti. Sul primo livello, caratterizzato da alte colonne tuscaniche, si aprono i tre portoni e due nicchie con le statue di S. Agostino e S. Tommaso di Villanova. Nella parte superiore vi è un balconcino con ringhiera a colonnine sormontato dal simbolo della Trinità in travertino; ai lati due nicchie con le statue di S. Monica e S. Rita da Cascia.
L’interno è a croce latina, con tre navate divise da tre arconi a tutto sesto; al centro della crociera si innalza un’imponente cupola, il cui profilo (assieme a quello del campanile) caratterizza molte vedute panoramiche della città.
Nel braccio destro del transetto si trova la fastosa cappella che custodisce il dipinto della Madonna Liberatrice
, probabile opera dei fratelli Bonavenere di Arezzo. Interessanti i dipinti che abbelliscono le navate; in particolare: nel transetto sinistro il S. Nicola da Tolentino tra le Anime del Purgatorio di Giovan Francesco Bonifazi (XVII sec.), nella cappella Chigi il Martirio di S. Agata di Vincenzo Stringelli (1740) e, sempre nella navata sinistra, il Gesù che dona le chiavi ai SS. Pietro e Paolo di Ippolito Romano (1537) e la Deposizione di Cristo di Cesare Nebbia (XVI sec.).
A destra della chiesa, un bel portale bugnato conduce al chiostro cinquecentesco
realizzato da PierDomenico Ricciarelli. Perfettamente quadrato, il cortile è costituito da quattro bracci voltati a crociera aperti verso il cortile attraverso 36 colonne monolitiche; nel 1637 sul lato est fu aggiunto un armonioso loggiato con 9 archi a tutto sesto. Al centro del cavedio, ricoperto da lastroni di peperino, è incassato il bacino di una fontana.
Sulle pareti interne del chiostro sono raffigurate scene della vita di S. Agostino. Sul lato nord da notare la fontana con vasca del XII secolo inserita in una nicchia affrescata.
Di grande valore artistico alcune stanze interne del convento, in particolare il refettorio dove si conservano i ritratti di diciotto insigni frati agostiniani, tra cui il beato Giacomo da Viterbo († 1308) e il cardinale Egidio Antonini († 1532), dotto umanista e filosofo che tra i tanti incarichi ricoperti fu anche vescovo della città.
Se si decide di prendere l’attigua Via S. Giovanni Decollato (11), si suggerisce di oltrepassare l’ingresso posteriore del convento; da qui si gode di una vista eccezionale sul cortile interno e sulla cinta muraria. Continuando si scende fino alla Valle di Faul attraverso un nascosto quanto ameno percorso tagliato nella roccia che lambisce la chiesa di S. Giovanni Decollato.
Se invece si vuole attraversare a ritroso Via Maria SS. Liberatrice, vale la pena deviare per Vicolo Bellavista (12), una discesa a lastroni che conserva i tratti del quartiere medievale con i suoi scorci tra profferli ed archetti aggettanti.
Incrociata Via delle Piagge, si scende fino alla chiesa di S. Maria della Peste e si torna al parcheggio iniziale in Piazza Martiri d’Ungheria, luogo individuato come ipotetica base di partenza per la visita della città.