L’ingresso di Viterbo sulla scena della storia è sostanzialmente recente, soprattutto se paragonato a quello di altri centri della Tuscia che compaiono nominati già in epoca etrusco-romana. Per trovare la prima notizia di Viterbo bisogna attendere addirittura la metà dell’ottavo secolo d.C., il periodo in cui la penisola italiana subisce le ultime fasi dell’occupazione longobarda.
Ad onor del vero, già in una Cosmografia del VII secolo si trova l’indicazione di una località col nome di Beterbon che, posta tra Foro Cassi (presso Vetralla) e Balneon regis (Bagnoregio), rimanda chiaramente a Viterbo [1]. Purtroppo di questo documento esistono soltanto copie redatte a distanza di circa un secolo dall’originale; si deve, pertanto, mettere in conto che la citazione in questione possa essere stata interpolata in tempi ampiamente successivi.
Una prima testimonianza certa del Castrum Viterbii si ritrova nel Liber Pontificalis [2] laddove viene annotato che nell’anno 742 papa Zaccaria attraversò la Tuscia di ritorno da una missione diplomatica presso il re longobardo Liutprando accampato a Terni [3]: “Ramningo, gastaldo di Tuscania, e Grimoaldo, messo longobardo, scortarono papa Zaccaria dapprima alla città di Amelia, poi a quella di Orte, dunque a Bomarzo; quindi decisero di passare nei pressi del Castello di Viterbo, situato ai confini della Tuscia Longobarda [4], per accorciare il percorso che conduceva a Blera e quindi a Sutri.”[5] E’ molto probabile che questo episodio venne registrato da un anonimo cronista solo alcuni anni dopo la morte del pontefice, avvenuta nel 752.[6]
La prima fonte[7] chiaramente databile che contiene la citazione di Viterbo è un contratto di locazione stipulato nel gennaio dell’anno 768: “Nel mese di gennaio dell’anno undicesimo del regno di Desiderio e nono di suo figlio Adelchi, Ulmone abitante nel Castello di Viterbo concede a prete Gumperto la chiesa di S. Salvatore[8] nel casale detto Critiana, prossima al fiume Marta, nella città di Tuscania.”[9] Il donatore impegnava sé e i suoi eredi a mantenere il prelato in libero e tranquillo possesso della chiesa e delle sue pertinenze, chiedendogli in cambio la sola somministrazione di un pasto (uno gustare) nel giorno della dedicazione.[10]
In un altro documento dello stesso anno, ma di cui non si conosce giorno e mese,[11] appare nuovamente Ulmone habitatore castello Veterbo quale controparte di un anonimo presbyter monachus di S. Salvatore nell’ambito di un affitto di certi terreni “colti e incolti” appartenenti a S. Donato, una cella esterna alle mura di Tuscania dipendente dal monastero di S. Salvatore in Monteamiata.[12] Evidentemente, il presbitero in questione è lo stesso Gumperto già incontrato nel precedente contratto; il fatto che lo si nomini anche come monachuslascia pensare ad un benedettino del convento di S. Donato che svolgeva anche i sacri offici presso la chiesa privata di S. Salvatore.
In entrambe i documenti ritorna il nome di questo Ulmone, il quale può a pieno titolo ritenersi il primo viterbese ad essere nominato come tale da una fonte altomedievale.
Ma chi era quest’uomo, qual’ era il suo status sociale e perché viveva nel castello di Viterbo?
Ebbene, attraverso gli atti e le testimonianze giunte fino ai nostri giorni, è possibile dare una risposta a queste domande fino a tracciare un identikit piuttosto puntuale di questo viterbese ante litteram, comprese le sue relazioni parentali. Prima di ogni altra cosa esaminiamo il suo nome. «Ulmone» altro non è che la corruzione gergale di Aimone, ossia la forma italianizzata del nome germanico Haimo, il quale può essere tradotto come «colui che accoglie o protegge».[13]
Proprio col nome di Aimone ritroviamo il nostro «viterbese» in un successivo documento dell’aprile del 768. Si tratta di una atto con cui Ansilperga, badessa del monastero di S. Salvatore di Brescia, concedeva all’Abate di Farfa alcune terre nella Sabina in cambio, tra l’altro, della cella di S. Maria in Fagiano[14] e delle sue pertinenze nel territorio viterbese. Nel nominare quest’ultimo possedimento, i contraenti affermavano che lo stesso era appartenuto in passato (fuit possessa) ad un tale Anselmo di Viterbo e a suo «genero» Aimone.[15] Aimone era, dunque, un ricco possessor che aveva terre anche in comproprietà con il suocero, anch’egli abitante a Viterbo, il cui nome, Anselmo, tradisce di nuovo origini germaniche.
AIMONE E SUO FIGLIO MONACI A FARFA
Ancor più fecondo di indizi risulta essere il documento 92 del Regesto Farfense, datato luglio 775. Da esso si ricava che Aimone, assieme al figlio Petro «chierico», si vota a vita claustralepresso il monastero di Farfa, offrendo allo stesso ogni sua proprietà in Viterbo, Tuscania, Norchia, Castro, nonché qualsiasi altro bene posseduto oltre le montagne (super alpes) e in qualunque altro luogo entro i confini longobardi a lui spettante per diritto di nascita (ex jure parentum), per concessione regia (ex dono regum) o per contratto (ex comparatione).[16] La donazione includeva anche il patrimonio acquisito dalla defunta moglie Anstruda,[17] compresa una parte dell’oratorio di S. Salvatore presso Tuscania[18], che era stato per l’appunto edificato dai genitori di costei. Vengono, infine, cedute le porzioni di quanto posseduto nella corte di Tarnano e Calvisiano[19] (curte in Tarnano et Calbitiano), a condizione che siano mantenuti, fino a che Aimone resterà in vita (continetur diebus vitae meae), certi benefici riconosciuti in precedenza all’abate Adroaldo del monastero reatino di S. Salvatore sul Monte Letenano[20].
Probabilmente, la monacazione assieme al figlio chierico rappresentò per Aimone, più che una scelta spirituale, un rimedio per preservare il patrimonio familiare da possibili spoliazioni conseguenti ai mutamenti politici in atto in quel frangente storico: nel giugno dell’anno precedente Carlo Magno aveva sconfitto Desiderio e si era proclamato re dei longobardi[21] Appena un mese prima della donazione, il 24 maggio 775, l’abbazia di Farfa, che già godeva di una particolare autonomia dal papato, aveva ottenuto da Carlo Magno l’esenzione dal controllo vescovile e la libera elezione dell’abate; con un successivo diploma, il sovrano franco concedeva ai farfensi l’immunità, vietando agli ufficiali pubblici di sottoporre alla loro autorità gli abitanti delle terre monastiche.
Con l’espediente dell’alienazione a Farfa Aimone aveva posto le basi per una futura carriera del figlio Pietro nell’ambito delle gerarchie interne all’abbazia.
NOMI LONGOBARDI
Nell’atto di donazione Aimone viene detto «Voltario» (Aimo Voltarius), termine al quale non si associa alcun significato certo. Alcuni studiosi ipotizzano una corrispondenza con l’appellativo «Ripuario», ossia franco proveniente dalle regione renana[22]. L’Orioli, invece, vi riconosce un qualche attinenza al mestiere di “mastro comacino”, ossia quelle maestranze edili lombarde, per lo più itineranti, di cui troviamo menzione già nell’Editto di Rotari (anno 643).[23]
Va rilevato, tuttavia, che tra gli antroponimi d’origine germanica esisteva quello di Woltharius/Waltharius, il quale deriva da Walthari, nome composto da walda (detentore del potere) e harja (popolo in armi), ossia «colui che comanda l’esercito».
La pergamena n. 92 del Regesto Farfense, oltre a ricostruire fondamentali tasselli della vita di Aimone, fornisce interessanti informazioni in ordine all’organizzazione amministrativa della Tuscia all’indomani del crollo del regno di Desiderio. Sebbene sia intestato a Karolo viro excellentissimo rege, il documento dimostra che per il controllo della provincia i conquistatori franchi continuarono ad avvalersi del precedente apparato burocratico longobardo. Infatti, tra i testimoni della donazione del luglio 775 compaiono un tale Miniconis biscarioniscurtis regiae viterbiensis, un certo Leonipertis procuratoris e Tinca locipositur castri Viterbii.
Il primo è un «biscario» o «scarione», cioè un ufficiale preposto alla sorveglianza dei beni fiscali della corona (curtis regia) che dipendeva dal gastaldo di Tuscania[24]. La carica di curatores ricoperta da Leoniperto era quella di un ufficiale regio di rango minore[25]. Tinca, invece, si qualifica come «locoposito», ovvero un vicario dei giudici longobardi che risiedevano nelle città maggiori. Lo studioso Francesco Orioli descrisse questa carica come “un officio analogo a un commissario di polizia”.[26]
Ma tra i testimoni di Aimone emergono altre due figure molto interessanti ai fini della nostra indagine. Uno è Petrus vir venerabilis Archipresbiter, che probabilmente era l’arciprete della chiesa viterbese di S. Lorenzo[27], e l’altro è il genero di Aimone, Ermeperto (Ego Hermepertus rogatus ab Aimone socero meo).[28]
Aimone Voltario doveva essere un personaggio molto influente e autorevole, tanto che alla stesura della donazione assistettero, come testi, tre ufficiali pubblici ed il più eminente prelato di Viterbo. Inoltre apprendiamo che, oltre al figlio Pietro, Aimone doveva aver avuto anche una figlia, che per l’appunto sposò Ermeperto.
LA DONAZIONE CONTESTATA
Il nome di questa figliola lo si apprende solo grazie ad un documento del maggio 813 in cui si legge che Aimone e sua moglie erano i genitori di una tale Anastasia (Aimonis et Ansetrudae … qui fuerunt genitores Anastasiae). Il documento in questione è il placito pronunciato da papa Leone III in Laterano[29] a conclusione di un’annosa lite condotta da Mauro di Suabino da Castro, genero di Anastasia, contro Benedetto abate di Farfa. Questo Mauro sosteneva l’illegittimità della donazione compiuta da Aimone a favore del monastero reatino nel 775 in quanto, di fatto, aveva comportato l’esclusione dall’eredità paterna della suocera (socrus meae); di conseguenza, egli lamentava la lesione dei diritti ereditari di sua moglie Ildeperga, figlia di Anastasia.
La diseredazione non poteva né doveva essere compiuta (exheredare non potuit) poiché contravveniva alle leggi longobarde, ordinamento al quale Aimone doveva soggiacere in quanto «guaregango» (… guaregangus homo fuit).[30]
I Waregangus o Guargangi erano stranieri che, ottenuta la protezione regia, potevano vivere secondo le loro consuetudini, ma dovevano comunque sottostare al diritto longobardo, il quale prevedeva, ad esempio, l’esclusione dei figli dall’asse ereditario solo in casi eccezionali e per colpe gravissime, quali il tentato omicidio del padre o l’adulterio con la matrigna.
Da quanto riportato nel placito, risulta che alle fasi dibattimentali assistette un vero e proprio collegio giudicante, composto dai vescovi Giovanni e Tastaldo, da Teodoro il nomenclatore, dal bibliotecario Giorgio, dal vestiario Gemmoso, da Albinio il cubiculario e da Nordo, Racuccio e Naningo da Viterbo. Sempre dal testo emerge che le controparti, accompagnate da nutrite schiere di testimoni e sostenitori, esposero le loro opposte ragioni attraverso solenni affermazioni e combattimenti verbali secondo l’usanza longobarda, i cosiddetti «guadj». Il giorno successivo alla discussione, papa Leone III compose la vertenza riconoscendo ad Ildeperga, quale indennizzo, la proprietà del Casale Cesariano[31], cum casis, curte, hortis, pratis, vineis, cesivis,silvis, aquis, aquarum, aquarumque ductibus et cultam vel incultam omnia et in omnibus una cum vocabulis suis; all’abbazia di Farfa, invece, veniva tacitamente confermato il possesso di tutti gli altri beni a suo tempo devoluti da Aimone.
La decisione del pontefice venne accettata dalle parti, ma Ildeperga dovette prestare giuramento al fratello Ermiteo[32] e ai cugini Raginaldo e Aimone (Hermiteo germano suo, seu Raginaldo et Aimone consobrinis eius) di aver accolto l’accomodamento con Farfa spontaneamente e senza aver subito alcuna costrizione da parte del marito.
Le informazioni e le circostanze svelate dal lodo pontificio invogliano fatalmente ad un’ulteriore esplorazione circa le dinamiche e i rapporti concernenti la discendenza di Aimone.
In primo luogo, Aimone aveva davvero disobbedito all’autorità regia e ignorato le prerogative ereditarie della figlia disponendo il lascito a beneficio dei farfensi? Probabilmente no. Va osservato, infatti, che tra i testimoni della donazione del 775 compariva il genero di Aimone, Ermeperto, che dunque aveva consapevolmente avallato la donazione, tanto da firmarsi “in hac carta consentiens”; evidentemente, sua moglie Anastasia non aveva aspettative ereditarie in quanto già entrata in possesso di parte delle sostanze paterne attraverso il «faderfio», ossia la dotazione matrimoniale. Per lo più il faderfio riguardava cose mobili e manufatti, ma a volte la sposa poteva ricevere anche denaro, immobili o terre; in questo caso, la legislazione longobarda[33] prescriveva che la donna non potesse avanzare ulteriori pretese sull’eredità paterna.
L’implicito consenso del genero, che deteneva la più assoluta podestà sulla moglie (il cosiddetto «mundio»),[34] liberava Aimone da ogni obbligo nei confronti della figlia, ma ciò non gli consentiva comunque di disporre liberamente del suo patrimonio. Infatti, ai guaregangi era fatto espresso divieto di donare i propri beni senza consenso regale; più precisamente, il capitolo 367 dell’Edictum Rothari dettava “non sit illis potestas absque iussionem regis res suas cuicumque thingare aut per quo libet titulo alienare”, dove il termine «thingare» rimanda con tutta evidenza alla prassi longobarda del thinx o thingatio,[35] ossia un tipo di cessione di beni volontaria e gratuita la cui procedura si compiva pubblicamente.[36] Ma anche in questo caso, le prescrizioni dell’Editto potevano ritenersi in sostanza rispettate da Aimone; l’atto del 775, infatti, risultava sottoscritto da ben tre ufficiali regi con funzione di testimoni (uno scarione, un locoposito e un curatore), la cui presenza costituiva una sorta di benestare formale alla dazione e, nel contempo, garantiva l’esigenza, rituale e simbolica, di dare pubblicità alla donatio come prescritto dalle consuetudini germaniche.
AIMONE GUARENGANGO
La rivelazione che Aimone apparteneva alla «categoria sociale» dei guaregangi accompagna ad un’ultima questione: quale era la sua terra d’origine e quali furono i motivi che lo indussero a stabilirsi nella Tuscia?
Haimo/Aimone doveva appartenere ad una delle varie etnie germaniche insediate a nord delle Alpi, quali i Franchi, gli Alemanni, gli Avari o i Bavari. Quest’ultimi, in particolare, alimentarono un significativo flusso migratorio verso la penisola italiana, anche perché favoriti dagli stretti legami dinastici intercorrenti tra i loro duchi e la monarchia longobarda.[37]
Sempre grazie all’atto di donazione apprendiamo che Aimone aveva ottenuto delle proprietà terriere ex dono regum ovvero per elargizione regia. Questo riconoscimento, di certo non comune, doveva costituire una ricompensa per un particolare servizio garantito alla corona. Verosimilmente, si trattava di prestazioni militari compiute durante una delle tante campagne che i longobardi regi dovettero affrontarono contro i bizantini o il ribelle duca spoletino. Una lettura in chiave militare della biografia di Aimone consentirebbe, tra l’altro, di dare maggiore consistenza all’ipotesi di considerare l’appellativo Voltario/Woltharius come una sorta di soprannome legato alle sue doti di condottiero. Da notare, in proposito, che alcune recenti ricerche hanno proposto un’intrigante relazione tra il termine longobardo waregango/guarengango e várangoi/varengo, ossia il nome della guardia personale dell’imperatore bizantino composta da guerrieri scandinavi.[38] Aimone era stato forse il componente di un reparto speciale dell’esercito longobardo, magari destinato alla protezione personale dello stesso sovrano?
Un’ultima parola sulla “cittadinanza” viterbese di Aimone.
Il suo arrivo a Viterbo è collegabile alle strategie di rinforzo dei presidi della Tuscia meridionale voluti dal re Astolfo o dal successore Desiderio nella prima metà dell’VIII secolo. Da trascurabile abitato fortificato quale era all’inizio delle invasioni germaniche,[39] il Castrum Viterbii si era trasformato in fondamentale crocevia lungo la frontiera col Ducato Romano, tanto da essere elevato a curtis regia. Vi risiedeva stabilmente una comunità di piccoli possidenti che basava il proprio prestigio su estese proprietà fondiarie; non mancava, poi, un’attiva schiera di artigiani e, naturalmente, un’élite composta da pubblici ufficiali, ecclesiastici e milites.
Dotato dal suo re di qualche possedimento costituito da poderi e fondi, Aimone si stabilì a Viterbo dove conobbe e sposò Anstruda, figlia di Anselmo, forse un vecchio arimanno longobardo. Come dimostrerebbero i documenti esaminati in precedenza, una parte del patrimonio di Anselmo passò al genero, forse come dote matrimoniale della figlia o, alla sua morte, per via ereditaria.
Si conclude qui la narrazione delle notizie e degli indizi forniti dai documenti pervenuti sino ai nostri giorni: date, istituti contrattuali, elementi onomastici, parentaggi, toponimi non sempre identificabili e richiami ad ordinamenti giuridici altomedievali. Tutto è servito a tratteggiare un perimetro, più o meno attendibile, entro il quale collocare i componenti di quella che fu la famiglia di Aimone Voltario.
articolo curato da Sermarcus Demontfort
illustrazioni di Marco Serafinelli
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[1] Ravennatis Anonymi Cosmographia, curato da Pinder e Parthey, p. 285. Francesco Orioli, citando il documento, afferma che “avvezzo allo scrivere aulico ed agli ellenismi proprii dell’esarcato” l’anonimo autore avrebbe usato la desinenza greca bon al posto della terminazione latina bum e la B iniziale con lo stesso valore della V. Dunque (B)eter(bon) altro non sarebbe che (V)eter(bum).
[2] Con questo nome viene indicata la raccolta di notizie relative alla vita dei papi desunta da più fonti composte in tempi e da autori diversi e aggiornate con successive continuazioni. Una edizione coordinata di questi documenti è stata composta da L. Duchesne nel XIX secolo ed è strutturata in due parti: la prima costituita dalle vite dei papi da S. Pietro a Stefano V (885-891) e una seconda che giunge sino al XV secolo.
[3] Il papa aveva raggiunto Liutprando a Terni per ottenere la formale restituzione delle città di Amelia, Orte, Bomarzo e Blera, in precedenza sottratte al Ducato Romano. Al termine dell’incontro, papa fece ritorno a Roma scortato dal nipote del re Agiprando, duca di Chiusi, da Ramingo gastaldo di Tuscania e da Grimoaldo missus regis.
[4] La Tuscia Langobardorum era così definita per distinguerla da quella Romanorum. Coincideva, pressappoco, con l’attuale Toscana, la Lunigiana e il bacino del Magra, l’area di Orvieto e del Trasimeno, e a sud con l’Alto Lazio fino a Viterbo.
[5] “Alio vero die quae fuit secunda feria, valefaciens ei ipse rex misit in eius obsequium Agiprandum ducem Clusinum, nepotem suum, seu Tacipertum gastaldium in eius obsequium, et Ramningum gastaldium Tuscanensem atque Grimualdo, qui eidem sancto viro usque ad praedictas civitates obsequium facerent, easdemque civitates cum suis habitatoribus traderent. Quod et factum est: in primis Amerinam civitatem, deinde Ortanam. Dumque in Polimartio castro coniunxisset eumque recepisset et fuisset itineris longitudo per circuitum finium reipublicae eundi usque ad Bleranam civitatem per partes Sutrinae civitatis, per fines Langobardorum Tusciae, quia de propinquo erat, id est per castro Bitervo, ipse missus regis Grimualdus eundem beatissimum pontificem perduxit usque ad praedictam Bleranam civitatem.” Duchesne, Liber Pontificalis, vol. I, p. 429.
[6] Per lungo tempo si è ritenuto, erroneamente, che il biografo di Zaccaria fosse stato il bibliotecario pontificio Anastasio (nipote di Arsenio vescovo di Orte) vissuto tra l’800 e l’877. Gli storici moderni non sono riusciti ad identificare l’autore della “Vita di Zaccaria”, ma concordano nel ritenere che fosse un contemporaneo del pontefice.
[7] Certi testi preferiscono ricondurre la prima citazione di Viterbo all’anno 767, richiamando il documento n. 41 del Regesto di Farfa. Si tratta di un contratto d’affitto nel quale sono citati “leonis s(an)c(t)issimi (a)epi(scopi) ciu(itatis) castri urbb”, “theodorum v(irum) d(evotum) loc(atarium) et habitatore castri urbb” ed anche “sergio hum(ili) subdiac(ono) et tabell(ario) castri urbb”. Alcuni studiosi traducono URBB come l’abbreviazione di Viterbo. Il Regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino, Balzani-Giorgi p. 49 e Il Chronicon Farfense, Balzani, p. 278 n. 3. Fines viterbienses, in Medioevo Viterbese, Lanconelli, p. 20.Tuttavia questa interpretazione presenta troppi anacronismi ed incoerenze con il contesto storico. In primo luogo, Leone non poteva essere vescovo di Viterbo in quanto la città fu elevata a cattedra vescovile solo dall’XI secolo. Inoltre molti elementi lasciano intuire che i soggetti citati nell’atto fossero assoggettai all’autorità bizantina, mentre in quel periodo Viterbo apparteneva sicuramente allo stato longobardo. Ad esempio: la datazione del documento è riferita al quarantasettesimo anno di regno dell’imperatore Costantino V; Teodoro è qualificato come appartenente ai «numeri» stanziati a Centocelle (Civitavecchia), cioè alle truppe dell’esercito greco-romano; Sergio è detto tabellario ossia notaio secondo la terminologia in uso nella Roma bizantina.Molto più probabilmente, l’abbreviazione URBB va ricondotta a Civita Castellana, città e diocesi situata nel Ducato Romano. Viterbo nella Storia della Chiesa, G. Signorelli, p. 59, n. 32 e Storia e civiltà a Civita Castellana in un contratto altomedievale, in Biblioteca e Società, anno 2003, A. Ciarrocchi.
[8] Sorgeva fuori Tuscania, lungo il corso del fiume Marta. Ancora nel 1086 si ha notizia di un terreno in monte Ermetis prope ecclesiam S. Salvatoris.
[9] “… Placuit igitur adque bona boluntate convenit inter Ulmone abitatore castello Veterbo nec non et Gumbertu presbyterum … in ecclesia sancti Salbatori sita prope fluvio Marta Casale qui vocatura Critiana debeat resedere laborare ex officio juxta sua sapere …”.
[10] Si tratta di una controprestazione di natura simbolica che sembra richiamare il Launechild, cioè l’uso longobardo di cedere un oggetto come corrispettivo della donazione al fine di renderla irrevocabile. Nella cultura longobarda non era accettata la cessione a titolo gratuito di un bene o di un diritto, in quanto atti che usuravano il patrimonio familiare. Il Launegildo era una consuetudine che, almeno formalmente, trasformava la donazione in uno scambio di beni.
[11] Della pergamena, appartenente all’archivio dell’abbazia S. Salvatore al Monteamiata, rimane solo la testimonianza riportata dal Turiozzi nella sua opera “Memorie Storiche di Toscanella” (Anno 1778): “In nomine Domini. regnantibus dominis nostris Desiderius et Adelchis filio eius ueris excelentissimis et a Deo conserbatis magnis regibus, anno regni eorum in Dei nomine undecimo et nono, … Placuit igitur adque bona bolontate conuenit inter Aimone, habitatore castello Ueterbo, nec non et … presbyter monachus Sancti Salbatoris … de terris cultis et incultis … Sancti Donati de civitate Tuscana … in Tuscia ciutate ….”
[12] Due atti del 1283 confermano l’appartenenza di S. Donato di Tuscania all’abbazia amiatina.
[13] Deriverebbe dalla radice, in lingua tedesca, haim o heim, che sta per casa o patria. Si ritiene venne introdotto in Italia centro settentrionale dai longobardi e successivamente dai franchi. A Piacenza, si trova un Aimone, ex genere Francorum, testimone ad un atto nell’agosto 823.
[14] Si è soliti identificare S. Maria in Fagiano con la chiesa del XI secolo di S. Maria della Palanzana (nel XVIII secolo trasformata in casino per la villeggiatura dei vescovi). Altri autorevoli storici, invece, ritengono che S. Maria in Fagiano andrebbe collocata in contrada Fagianello (un vocabolo rurale a sud di Viterbo, compreso tra la strada Filante e la Sammartinese), non lontana dall’altra chiesa rurale di S. Alessandro, posta in località ancora oggi detta Torre del Guercio. Entrambe le chiese, evidentemente, furono presto abbandonate e di esse si perse ogni traccia.
[15] “Regnantibus domnis nostris Desiderio et Adelchis filio eius uiris excellentissimis regibus, anno piissimi regni eorum in Christi nomine .XII. et .VIII., .XVIIII. die mensis aprilis, indictione .VI. Placuit atque bona uoluntate conuenit inter uirum uenerabilem Halanum abbatem monasterii Sancte Dei genitricis Marie, siti in Sabinis, nec non et Ansilpergam sacratam Deo abbatissam monasterii Domini Saluatoris, fundati infra muros ciuitatis Brexiane, constitutam a suprascripto principe, ut in Dei nomine debeat dare ipse Halanus abbas antedictus eidem Anselperge abbatisse in causa commutationis, id est cellulam unam cum ecclesia Sancti Petri, que est posita in suprascripto fundo Sabinensi, loco qui dicitur Classicella, cum omnibus suis pertinentiis, qualiter ab Anspert et Guandilpert prepositorum ipsius celle fuit directa uel possessa, tam in ipso loco Classicelle uel ubi ipse Anspert casas habuit, leuatas et terras; seu et aliam cellam in finibus Ueterbensium, in loco qui dicitur Fagianus, cum omnibus suis pertinentiis in integrum, qualiter ab Anselm de Ueterbo et Aimone genero eius fuit possessa.”
[16] “… donamus, cedimus atque tradidimus a praesenti die omnes pecunias, uel substantias, et pertinentias nostras in integrum, tam casas utensilium, quam et familiarum, et peculia, ferramenta, uasa lignaea et fictilia, campos, prata, uineas, siiuas, pascua, aquas, aquarumque decursus, seseque mouentes, quibusque locis uel finibus, aut ubicunque habere et possidere uisi sumus, tam hic in uiterbio, quamque in tuscana, orda, seu castro, atque super alpes, et aliis quibusque locis uel finibus langobardorum , nostra pertinentia esse uidetur, tam ex iure parentum quam ex comparatione uel ex dono regum, seu quicquid de coniuge mea bonae memoriae anstruda michi attingit. Nec non quaecunque nobis singuli homines debitis dare, una cum oratoriis uel pertinentiis eorum in integrum, anteposita portione mea, qui supra Aimonis, de oratorio sancti Salvatoris territorii tuscanensis, quam parentes suprascriptae mulieris meae a fundamento aedificauerunt, seu et portione mea de curte in Tarnano, et Calbitiano cum suis pertinentiis, unde iam antea iudicatum emisi monasterio sancti Salvatoris territorii reatini, ubi atroaldus uenerabilis abbas esse uidetur, quod uolo ut sic permaneat, sicut in ipso iudicato continetur diebus uitae meae. …” Pietro chierico sottoscrive la donazione con una croce e si dichiara analfabeta (nescientis literas). Con l’allocuzione super alpes non si intendeva necessariamente “oltre le Alpi”, ma poteva ben significare al di là degli appennini tosco-emiliani (Alpes Appenninae).
[17] Non può essere condivisa la tesi che si tratti della figlia del nobile longobardo Rodiperto, in quanto questa Anstruda risulta in vita ancora nel’816, anno in cui cedette alcuni beni all’abbazia di Farfa (Reg. Farfense, doc. 219).
[18] La cessione riguardava la parte spettante al figlio Pietro, mentre si escludeva quella pertinente Aimone. G. Giontella, Codice Diplomatico Tuscanese, p. 233. Successivamente la chiesa fu interamente acquisita da Farfa come dimostrerebbe il diploma del 1118 con cui l’imperatore Enrico V confermava i beni posseduti dal monastero nel territorio tuscanese; tra le chiese citate compariva anche quella di S. Salvatore: “in Tuscana, Sancta Maria in Minione, Sancti Mamiliani, Sancti Petri in casale Arnone, Sancti Peregrini, Sancti Salvatoris, Sancti Laurentii in Gerflumen, Sancta Severa iuxta mare.”
[19] Solo sulla base di un’assonanza fonetica, alcuni autori hanno voluto far coincidere Calbitiano con la villa Calvisiana del I secolo d.C. situata alle falde del monte Iugo, presso l’area termale viterbese del Bacucco. Si ritiene, tuttavia, più probabile una collocazione del fondo Calbitiano nell’area tuscanese. Raspi Serra, Laganara, in Patrimonio di San Pietro in Tuscia, p. 46.
Da rilevare che nei pressi di Grotte di Castro esiste una località detta “Caviciana”, caratterizzata dalla presenza di sepolture etrusche. Si può azzardare una relazione tra questo toponimo moderno e quello del fondo donato da Aimone. Sempre non lontano da Grotte di Castro, presso il fosso del Rigo, è il vocabolo “Casale Torano” nel quale, oltre ad una necropoli etrusca, sono presenti emergenze architettoniche d’epoca romana. Interessante l’assonanza di questo toponimo rurale con la “corte in Tarnano” che, nell’atto di donazione è citata anche come “Tornano”.
[20] Il Monastero del Salvatore, Ildefonso Schuster, p. 10. Monastero Imperiale a sud-est di Rieti, nel comune di Concerviano. Anche in questo caso, come per la chiesa di S. Salvatore in Tuscania, la parte dei fondi immediatamente ceduta a Farfa è solo quella nominalmente appartenuta al figlio Pietro.
[21] Anche Viterbo e la Tuscia Longobarda erano, almeno nominalmente, soggetti alla corona carolingia. Nel 787 Carlo Magno avrebbe donato a papa Adriano le città di Tuscania, Bagnoregio, Viterbo, Orvieto, Soana, Roselle e Populonia.
[22] Romani vinti da’ Longobardi, Carlo Troya, CCLXI.
[23] Una provenienza lombarda di Aimone contrasterebbe con il suo status di waregang.
[24] I gastaldi erano ufficiali di rango superiore preposto all’amministrazione di una circoscrizione territoriale appartenente alla corona e, di norma, risiedeva in una civitas. Essendo una sorta di vicario reale, aveva anche funzioni giudiziarie, di polizia e podestà militare. La curtis regia era una circoscrizione territoriale direttamente appartenente alla corona longobarda, una sorta di demanio regio.
[25] Esistevano Curatores Civitatis o Procuratores maiores e Curatores Pagi, ovvero preposti all’amministrazione di distretti rurali. Quello citato nell’atto doveva appartenere a questa seconda categoria.
[26] Orioli, La Palentiana, in Giornale Arcadico, p. 355. Nel Codice di Liutprando, cap. 96, si trova che per avere giustizia si poteva ricorrere all’ufficiale regio, iudex o locopositus qualiscumque. Nella Legge di Rachis il locipositus è un magistrato nominato assieme ai clusarii, ossia i guardiani delle chiuse. Nei Capitolari Italici del re franco Pipino (782) i locopositi sono indicati come amministratori della giustizia dopo i comites, i gastaldi e gli sculdasci.
[27] Sarebbe questa la prima citazione indiretta della future chiesa cattedrale di Viterbo. Nell’anno 805 si trova “plebem S. Laurentii intra castrum quod dicitur Viterbium”. Regesto Farfense, doc. 178.
[28] Fu l’Orioli a individuare Ermeperto quale genero di Aimone; in precedenza altri studiosi (come il Troya) lo confondevano con Ragiperto, un’altro testimone firmatario indicato in calce all’atto.
[29] In nomine Domini nostri Iesu Christi. Imperante domno Karolo piissimo principe augusto a Deo coronato magno imperatore, anno Deo propitio imperii eius XIII, atque domni nostri Leonis summi pontifìcis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri apostoli anno XVIII, mense maii, indictione VI. Le città e i castelli della Tuscia furono donati da Carlo Magno a papa Adriano I nel 787. Seppure nominalmente assoggettata alla Chiesa romana, la regione subì per molto tempo l’influenza diretta dell’impero, come dimostra l’intitolazione di alcuni documenti nella quale il nome del re franco precede quello del papa.
[30] Alcuni autori hanno ipotizzato che Aimone fosse soltanto discendente di un guargango. Tale supposizione va accantonata in quanto i figli dei guargangi perdevano lo status speciale del genitore ed erano considerati semplicemente longobardi.
[31] Nel placito, il casale Cesariano (Cesarianus) è detto confinante con i casali Terentillianus, Cazianus, Agellula e Cornutianus. Non esistono successive menzioni del casale Cesariano, per la cui ubicazione ci si deve rifare a qualche flebile indizio legato ai fondi confinanti. Un colegius Terentilianus è documentato da una stele funeraria ritrovata presso La Polledrara (tra Tuscania e Arlena di Castro). Da questo abitato derivò probabilmente il toponimo Intrintilianum che si trova associato ad una pieve di S. Lorenzo (scomparsa) indicata nella bolla di Leone IV (850 ca.) come appartenente al territorio di “Sala”, località rurale a nord di Farnese di cui oggi rimane memoria nel titolo della chiesa di S. Maria della Sala. Ammettendo, dunque, che il “collegio Terentiliano” sia lo stesso “casale Terentilliano” del placito, sarebbe gioco forza collocare il casale Cesariano nei dintorni di Castro. “Agellula” o “Agello” erano toponimi molto diffusi in quanto derivati dal latino agellus, ossia “campicello” o “poderetto”. Esistono diverse citazioni riferite a casali e fondi con questi nomi, ma è arduo risalire alla loro collocazione. In un documento, un casale Agello è detto confinante con la “via pubblica”; forse si trattava della via Clodia. Raspi Serra, Laganara, in Patrimonio di San Pietro in Tuscia, p. 20.
[32] All’atto di sottoscrivere il placito, Hermiteo dichiarò di poter firmare con difficoltà a causa di una malattia che gli affliggeva la vista (propter infirmitatem oculorum). Tra i testimoni del placito risulta un certo Ghisilprandi figlio di Ermeteo de Galiano; probabilmente era il nipote di Ildeperga. Il castello di Galiano (Waliano Castro) sorgeva nei pressi di Campagnatico, sulla riva destra del fiume Ombrone e apparteneva all’Abbazia di S. Salvatore al Monte Amiata.
[33] Capitolo 181 dell’Editto di Rotari.
[34] Cap. 643 dell’Editto di Rotari: “A nessuna donna libera, vivente nel nostro regno sotto l’ordinamento della legge dei Longobardi, sia lecito vivere nell’attuazione della sua propria volontà, cioè selpmundia, ma debba sempre restare sotto la potestà (mundio) di un uomo (mundualdo) o del re; né possa vendere o devolvere alcunché dei suoi beni mobili o immobili senza la volontà di colui nel cui mundio essa si trova”.
[35] Il Thinx era adottato nella successione mortis causa, un sorta di testamento germanico. Sia nell’Editto di Rotari che nelle Leggi di Liutprando si rimarca la sinonimia con la donazione: “thinx id est donatio”.
[36] La teoria che il Thinx dovesse avvenire al cospetto di un’assemblea pubblica è stata molto ridimensionata. Probabilmente, l’unica formalità richiesta era la presenza di uomini liberi e la natura non privata dell’atto (divieto dell’esecuzione absconse).
[37] Dalla fine del VI secolo all’inizio dell’VIII ben otto re longobardi appartennero alla dinastia bavarese. Le relazioni tra i due popoli continuarono anche nell’VIII secolo. Ansprando conquisto il trono longobardo grazie all’aiuto dei bavari e suo figlio Liutprando (712-744) ebbe come sposa la bavara Guntrude. Re Desiderio (756 – 774), con fini chiaramente politici, diede in matrimonio sua figlia Liutperga a Tassilone duca dei bavari.
[38] Gli stranieri nell’alto medioevo, appunti sul cap. 367 dell’Edictum Rothari, Domenico Parducci.
[39] Semplice castello di frontiera, Viterbo venne probabilmente ceduta ai longobardi dall’esarca bizantino Smeraldo nell’ambito della tregua stipulata 607.