Nel Tredicesimo secolo Viterbo raggiunse l’apice del suo sviluppo trasformandosi in fulcro economico e politico dell’intera Tuscia. Quell’impetuosa crescita spinse parecchie famiglie religiose a trapiantare ai margini delle mura urbane alcune loro cellule che diedero vita a nuovi e fiorenti monasteri: S. Francesco dei Frati Minori, S. Maria in Gradi dei domenicani, S. Maria delle damianiste di S. Chiara[1], il convento della Ss. Trinità dei frati agostiniani, S. Pietro al Castagno dei frati della Penitenza di Cristo, S. Maria del Paradiso delle monache benedettine, S. Maria della Verità dei serviti, S. Maria della Ginestra dei benedettini di Sassovivo e S. Maria del Carmelo dell’ordine mendicante carmelitano. Anche gli ordini religioso-militari più importanti del Medioevo impiantarono loro presidi nella cittadina: gli Spedalieri di S. Giovanni di Gerusalemme amministravano la chiesa di S. Lucia e possedevano diversi casamenti con orti nelle contrade di Valle, di S. Leonardo e di S. Matteo e sul colle del Duomo; i Cavalieri Teutonici avevano la loro sede nel castello di Sant’Angelo, dove sorgeva la chiesa di S. Maria degli Alemanni[2]; l’ordine templare, in fine, aveva la chiesa di S. Maria della Carbonara e un’adiacente domus nel rione di Valle.

Nonostante il fiorire di così tanti monasteri e conventi, il clero viterbese non risentì poi molto di quella «santa» concorrenza. Certo le oblazioni e i lasciti, fino ad allora destinati in prevalenza a collegiate e parrocchie, iniziarono ad essere contesi da “uno stuolo di frati forti di protezioni e di privilegi”, ma le continue indulgenze accordate dai papi alle maggiori chiese cittadine continuarono a costituire un formidabile elemento di richiamo per devoti e pellegrini che, numerosissimi, destinavano agli altari le loro sostanze pur di guadagnarsi il perdono divino. Che il clero secolare vivesse un momento di straordinaria prosperità è testimoniato da un compromesso datato 4 aprile 1236 (Arch. Com. doc. 1124) nel quale vengono elencati i rappresentanti di ben trentacinque sedi di culto, delle quali undici erano “collegiate” e ventiquattro “chiese minori”. Delle prime facevano parte: la cattedrale di S. Lorenzo e le chiese di S. Angelo in Spatha, S. Maria Nova, S. Sisto, S. Stefano, S. Luca, S. Martino, S. Matteo alla Porta Sonza, S. Tommaso, S. Fortunato e S. Maria della Palomba; le seconde, invece, erano: S. Egidio, S. Quirico, S. Biagio, S. Maria Maddalena, S. Silvestro, S. Maria della Carbonara, S. Giovanni in Valle, S. Donato, S. Nicola di Pianoscarano, S. Andrea, S. Erasmo, S. Bartolomeo, S. Pellegrino, S. Vito, S. Pietro dell’Olmo, S. Leonardo, S. Giacomo, S. Croce, S. Simeone, S. Nicolò delle Vascelle, S. Matteo alla Porta dell’Abbate, S. Giovanni in Zoccoli, S. Maria del Poggio e S. Marco. Il compromesso del 1236 non fornisce, tuttavia, un quadro completo di tutti gli edifici sacri presenti in città. Nel documento, infatti, manca qualsiasi riferimento ad una decina di altre chiese che pure esistevano in quel periodo, probabilmente escluse in quanto non elevate a parrocchie o perché rappresentate dai prelati delle collegiate maggiori da cui dipendevano.[3]

Tra le chiese non menzionate vi è anche quella di S. Antonino, la cui prima notizia è contenuta in un atto del 1218 in cui la si dice posta in “contrada di S. Pietro dell’Olmo”.[4] Si trattava di un modesto tempio situato lungo una delle più importanti arterie del centro abitato, ossia la via pubblica che collegava il colle della Cattedrale con la via Romana[5], tracciato oggi coincidente con via Cardinal La Fontaine.[6]
Il nome della chiesuola s’incontra molto spesso nei documenti del Duecento come riferimento topografico. Nel 1222, ad esempio, si trova che Fara, madre del magistrato cittadino Giovanni, abitava nei pressi di S. Antonino (Arch. S.Maria in Gradi, doc. 2710); ed ancora nel 1226 si registra che i fratelli Beraldo e Veraldo acquistarono da Gimondo Bentivegna un casalino situato presso S.Antonino: “Ego Gimondus Bentivegne de Benefeci … vendo vobis dominis Bartholomeo et Veraldo ementibus pro vobis et pro fratre … casalinum unum positum in hora Sancti Antonini iuxta domos vostras et vias publicas” (Arch. S.Maria in Gradi, doc. 2713).
Sempre dagli archivi cittadini si ricostruisce che la chiesa era prossima ad un palazzo appartenuto alla famiglia Veralducci, ascendente dei Gatti; infatti, nel gennaio 1228 un atto viene rogato nella casa di “Plenerii de Barillariis post ecclesiam Sancti Antonini, ad pedem palatii filiorum Rollandi Veraldutii” (Liber Quatuor Clavium doc. 112), dove il figlio di Rollando era un certo Leonardo, lo “zio” del celebre Raniero Gatti[7]. Il 26 aprile 1236 Leonardo lasciava il palazzo al figlio Ildibrandino e nel testamento si leggeva: “In una quiedem parte et prima posuerunt de comuni voluntate turrim que dicitur Petrella cum palatio et casalina posita in hora Sancti Antonini, iuxta vias publicas …”
La presenza di una torre chiamata “Petrella” vicino alla chiesa è ribadito anche dalle Cronache quattrocentesche laddove si ricorda: “Anno Domini 1223. Fu facto gran battaglia nella chiesa di Sancto Sixto … e li Brettoni perdirono la torre Pretela, la quale era ad canto al muro de Sancto Antonio [Antonino].”[8]
Non lontano dalla chiesa esisteva anche un’altra abitazione fortificata, il castello di Sinibaldo, che apparteneva alla famiglia Vicanelli e che in un atto del 1224 (Arch. S.Maria in Gradi, doc. 2711) è detto in “hora S. Antonini”. Nell’ottobre 1232, Alberto Vicanelli assegnò il proprio patrimonio immobiliare ai figli e ad uno di essi, Sinibaldus[9], cedette il palazzo e le torri in contrada S. Antonino (Liber quatuor clavium, doc. 102).
Una successiva vendita del 1279 (Arch. S.Maria in Gradi, doc. 1279) torna a collocare il castrum Synibaldorum nella parrocchia di “S. Petri [dell’Olmo] seu S. Antonini, iuxta viam publicam”.[10] Nei pressi doveva sorgere anche una porta detta “Sinibalda”, ricordata in un atto del 1290 in cui si conferma la vendita fatta a Vicanello di Pietro Maccio di una casa in contrada S. Pietro dell’Olmo, vicino alla porta Sinibaldensis.[11]

La chiesa di S. Antonino, dunque, si trovava al centro di uno dei quartieri più rilevanti della città, presidio di alcune delle famiglie più eminenti e ricche del Comune, quali erano i Gatti, i Vicanelli e i Finaguerra.
Nel 1275, proprio nell’isolato di fronte a S. Antonino, dall’altro lato della via pubblica, Rolando degli Alessandri promosse la costruzione di un nuovo palazzo destinato ad ospitare il Capitano del Popolo, la magistratura comunale istituita intorno alla metà del XIII secolo quale contrappeso al potere del podestà: “in contrada S. Petri ubi est nunc palatium comunis Viterbii hedificatum”. Nel XIV secolo, quest’edificio venne acquisito dalla famiglia Gatti che lo inglobò nel superbo palazzo che si spingeva con il suo fronte principale su piazza Fontana Grande e del quale oggi non rimane che una torre lungo via Cardinal La Fontaine.[12]

A partire dalla seconda metà del Trecento, lo spopolamento della città mise a repentaglio il destino delle chiese minori. Molte di esse non rispondevano più alle esigenze di culto per cui erano state costruire e la gravosità dei costi per il loro mantenimento, unita alla drastica riduzione delle rendite ecclesiastiche, impose al clero di cederle in uso alle corporazioni cittadine o alle pie confraternite che continuavano a fiorire numerose.
Fino ad allora aggregata alla parrocchia di S. Pietro dell’Olmo, nel corso del XIV secolo la chiesetta di S. Antonino passò al capitolo di S. Maria Nova, il cui priore nel 1463 decise di cederla alla Società degli Slavi, una fratellanza sorta da alcuni anni a Viterbo e che, evidentemente, raccoglieva uomini dalla comune appartenenza etnica.[13] Nell’atto di concessione si legge che i rettori del sodalizio si impegnavano a restaurare l’edificio (“adaptare dictam ecclesiam tam de muro quan de tecto et alias rebus necessariis”) e a consegnare, ogni anno, un cero di cinque libbre alla Madonna di Mezzagosto; dal canto loro i canonici di S. Maria Nova si riservarono il diritto di nominare un cappellano nei periodi in cui non fosse garantita l’officiatura da un sacerdote slavo.
Nel 1517 un atto notarile conferma che la chiesa aveva un’abside ancora chiaramente visibile, tanto che si scriveva: “domus … in contrada S. Viti iuxta tribunam [abside] ecclesie Sancti Antonini.” Nel 1552, ormai abbandonata dalla Società degli Slavi, S. Antonino venne concessa all’Arte dei Mugnai e, cinque anni più tardi, alla Confraternita del Crocifisso[14], che comunque vi rimase solo fino al 1577.
Sul finire del XVI secolo S. Antonino, persa ogni funzione cultuale, venne trasformata in abitazione e magazzino. Il secolo successivo, la sua campana trecentesca fu spostata nel campanile della vicina chiesa del Gonfalone; su quell’antico bronzo ancora oggi si legge l’incisione: “Beate Antonine Ora pro nobis Anno Domini MCCCLX”.

Attualmente della chiesa di S. Antonino rimangono pochissime tracce nel fabbricato, in gran parte abbandonato e diroccato, posto ai numeri civici 49 e 51 di via La Fontaine, all’incrocio con via Madonna del Riposo. L’avancorpo affacciato su via La Fontaine lascia affiorare due pilastrini di laterizio, resti di un porticato antistante l’ingresso della chiesa, coperto con un tetto ad un solo spiovente, che venne in seguito tamponato per ricavare un ambiente chiuso. Queste colonnine appena intuibili tra il pietrame della facciata, costituiscono una straordinaria testimonianza dei numerosi protiri e loggiati che nel Medioevo anticipavano le chiese romaniche viterbesi[15] e che, nel corso dei secoli, sono andati tutti perduti[16].
Sul moderno prospetto si aprono due porte che accedono al magazzino; quella più grande reca sull’architravate il simbolo della parrocchia di S. Maria Nova. Sul lato di via Madonna del Riposo si vedono i conci di pietra dell’antica struttura ed una monofora superstite; dell’abside non rimane che la forma arrotondata del corpo di fabbrica posteriore, ora completamente ricoperto da calcestruzzo.

Un’ultima annotazione va doverosamente riservata al santo titolare della chiesetta, il cui culto nel viterbese non ha altri significativi riscontri.[17]
Per alcuni studiosi locali andrebbe identificato con Antonino di Pamiers, santo della Gallia meridionale la cui venerazione si diffuse in Francia e in Italia durante il Medioevo. Secondo le agiografie più antiche[18], Antonino era un giovane di origini aristocratiche che, entrato in contrasto con re Teodorico di Tolosa, del quale era parente, si trasferì in Italia, in particolare a Salerno, dove visse a lungo come eremita e divenne diacono[19]. Dopo aver visitato Roma, rientrò in Francia, nella regione della Rouergue (attuale Aveyron, nel Midi-Pyrénées ), dove si dedicò all’evangelizzazione della popolazione; giunse quindi nella vicina Noble Val dove convertì un principe locale chiamato Festus. Subì a lungo le persecuzioni del re tolosano Galatio, che tentò inutilmente di costringerlo ad abiurare Cristo sottoponendolo ad atroci torture; secondo la leggenda, dapprima fu immerso in un calderone d’acqua bollente, dal quale uscì illeso, quindi fu gettato nelle acque della Garonna con al collo un macigno che, miracolosamente, iniziò a galleggiare portandolo in salvo.
Convertiti gli aguzzini, Antonino tornò a predicare nella cittadina natale di Frédelas (oggi Pamiers) assieme a due suoi discepoli; un nuovo re pagano, Metopio, lo arrestò ancora e, di fronte al suo rifiuto di adorare gli idoli, lo fece decapitare e squartare in due. Il corpo martoriato fu dunque gettato nel fiume Ariege; prodigiosamente due angeli salvarono le spoglie smembrate e ne posero alcune parti (la testa e il braccio sinistro) in una barca che, guidata da due aquile, risalì una serie di fiumi fino a Noble Val, dove i poveri resti vennero accolti presso un’antica abbazia benedettina.
E’ piuttosto arduo dare una collocazione temporale agli episodi narrati in queste prime biografie in quanto vengono citati personaggi storici di epoche assai lontane tra loro. Nella vita sancti Anthonini martyris edita a domno Pascali papa si afferma che Antonino visse temporibus Pippini et Theodorici regnum, dove il primo è Pipino il Breve, che regnò dell’VIII secolo, mentre Teodorico è il monarca visigoto di Tolosa che morì nel 451. Nonostante questi ed altri anacronismi ripetuti in successivi scritti, si consolidò la tradizione secondo cui Antonino subì il martirio nell’anno 506.
Le reliquie del santo furono deposte sia nell’abbazia di Saint-Antonin-Noble-Val (testa e braccio) che nell’abbazia di Mas-Saint-Antonin a Pamiers (resti di braccio). Dal XI secolo è attesta la presenza di una porzione di braccio anche a Palencia, in Spagna.[20]

Recenti studi hanno messo in dubbio l’esistenza storica di S. Antonino di Pamiers. Secondo questa tesi, sin dal VIII secolo[21] nell’abbazia francese di Noble Val erano custodite le reliquie di un santo estraneo alla tradizione locale, probabilmente appartenute a S. Antonino da Piacenza.[22] Nel De laude Sanctorum, scritto intorno al 395 dal vescovo Vittricio, è indicato che alcuni resti del santo italiano erano stati donati alla diocesi di Rouen; nei secoli successivi, tutte o parti di quelle reliquie furono trasferite nell’abbazia del Midi-Pyrénées. Intorno all’anno Mille, partendo da quei pochi ed incerti frammenti sacri venne concepita la figura ed il martirio di un S. Antonino autoctono e nativo di Frédelas-Pamiers[23]. Per la costruzione della sua agiografia si attinse alla vita di Antonino di Apamea, santo siriano vissuto nel I secolo, la sui passio era nota in Occidente attraverso antiche opere liturgiche e il celebre Martirologio Geronimiano (V secolo).[24] Col tempo i canoni leggendari delle vite dei tre Antonini si contaminarono profondamente, con particolare riguardo alle circostanze in cui avvennero i rispettivi martiri e alle traversie affrontate dai loro resti mortali prima di essere raccolti da fedeli discepoli. Basterà ricordare che il supplizio del santo siriano, che funge da matrice per gli altri, avvenne per sventramento presso il fiume Oronte; quindi, le spoglie martoriate furono deposte in una caverna sulla quale il vescovo di Apamea fece erigere una basilica.
Quanto ad Antonino da Piacenza, si racconta che fu ucciso dai pagani per decapitazione a Travo, in Emilia, e che il suo corpo venne gettato nelle acque del Trebbia. Una tarda biografia aggiunge che un suo adepto, Festo, salvò le membra seviziate dalla corrente del fiume. Sin troppo evidenti le analogie e le corrispondenze con le vicende del santo di Pamiers.
LA SOCIETA’ DEGLI SLAVI A VITERBO
In un atto del 4 dicembre 1463 si legge che Giorgio Benedetti, Pietro Giorgi e Stefano di Paolo, rappresentanti della fratellanza degli Slavi, avevano ottenuto dal capitolo di S. Maria Nuova la concessione della chiesa di S. Antonino per l’esercizio delle pratiche liturgiche del sodalizio e la sepoltura dei propri consoci.
Questa notizia dimostra che nel XV secolo doveva esistere in città una comunità di famiglie provenienti dai Balcani sufficientemente organizzata per poter costituire una propria autonoma associazione religiosa, che verosimilmente assolveva anche funzioni di solidarietà e assistenza verso i propri connazionali.
La presenza di Slavi a Viterbo va inserita nell’ambito di quel complesso processo migratorio che tra la fine del ‘300 e tutto il secolo successivo interessò l’Italia centrale- meridionale ed, in particolare, le regioni adriatiche. Ampi flussi di persone lasciarono la penisola balcanica (slavi, albanesi e greci) per trovare occupazione, specialmente come manodopera, sia nelle città costiere che all’interno, fino all’Umbria e al Lazio.
La recente storiografia ha dimostrato come si trattasse di una immigrazione “povera”, in prevalenza composta da contadini e pastori, che sfuggiva dal sottosviluppo economico e dal terribile sfruttamento feudale praticato nelle regioni balcaniche. A partire dalla seconda metà del XV secolo, concorse al fenomeno degli espatri la caduta di Costantinopoli e la progressiva occupazione ottomana dell’Europa sud-orientale.
Espulsi dalla miseria e dall’arretratezza della madrepatria, questi migranti trovarono opportunità di lavoro e condizioni migliori di vita in un’Italia fortemente bisognante di operai e braccianti a causa del drastico spopolamento prodotto dalle epidemie di peste. All’inizio stabiliti nelle campagne, nel tempo questi lavoratori si spostarono nelle città dove si dedicarono al commercio e all’artigianato, dando così origine a piccole collettività isolate. Per questa loro emarginazione e perché provenienti da una terra straniera ad altissima diffusione della peste, queste sparute colonie furono spesso additate come le più probabili propagatrici del morbo; fu così che, nei momenti di maggiore virulenza delle pestilenze, molte di queste minoranze slave ed albanesi vennero espulse dalle città.
Quanto alla comunità di Viterbo, considerata la pochezza delle fonti, non siamo in grado di tratteggiarne la storia. Probabilmente, sul finire del XV secolo alcune famiglie furono costrette ad allontanarsi dalla città per via delle epidemie che in quei decenni si abbatterono cicliche e violentissime nelle nostre contrade. Coloro che scamparono a quel flagello finirono con l’essere assimilati dal tessuto sociale circostante, rendendo via via inutile la sopravvivenza di quelle forme di aggregazione e reciproco aiuto fondate sulla comune identità etnica. Fu così che all’inizio del ‘500 la confraternita o Società degli Slavi si estinse.
articolo curato da Sermarcus Demontfort
Fonti
- Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa
- Pinzi, Storia di Viterbo
- Pagani, Viterbo nei secoli XI-XIII
- Carosi, S. Antonino in La Fontaine e la sua campana
- Angeli, Nel nome delle vie
- J.L. Boudartchouk, L’invention de Saint Antonin de Frédelas-Pamiers
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[1] Solo dal XIV secolo il monastero inizierà ad essere correntemente indicato nelle fonti col titolo di S. Rosa.
[2] La chiesa è citata solo nel 1342, ma già nel 1277 si ha notizia della donazione di una casa presso S. Angelo a favore dell’ordine teutonico. Già nel XIII secolo i Cavalieri avevano una chiesa e un ospizio presso Monterazzano.
[3] Ad esempio: S. Faustino era annessa alla prioria di S. Luca; S. Pietro alla Rocca era una filiale di S. Angelo in Spatha; S. Giovanni in Petra era tributaria della Cattedrale.
[4] S. Pietro dell’Olmo sorgeva alle spalle di palazzo Gatti, e la sua prima menzione è dell’anno 1077. Alcuni studiosi la identificano con l’antica cella di S. Pietro in Vico Antoniano del IX secolo. Nel 1558 la parrocchia fu unita a quella di S. Maria Nuova e nel 1571 l’edificio fu concesso alla Confraternita di sant’Orsola che vi dimorò per breve tempo. Abbandonata ed in rovina sin dal 1574, fu locata dal Capitolo di S. Lorenzo a privati come magazzino; nel 1634 fu incorporata nel coro della nuova chiesa dei SS. Giuseppe e Teresa (l’ex Tribunale di Viterbo).
[5] Il percorso della via Romana corrispondeva alle attuali: via Matteotti, corso Italia, via Saffi, piazza Fontana Grande, via delle Fabbriche, via S. Leonardo fino all’omonima porta.
[6] In epoca medievale, la via era detta di S. Pietro dell’Olmo, dall’omonima chiesetta. Più tardi era nota come via Macel Maggiore (pianta del Ligustri XVI secolo); sul finire del XVII secolo assunse il nome di via del Gonfalone e nel XIX secolo quello di via Principe Umberto.
[7] Era il capo della fazione guelfa che sobillò i viterbesi contro Simone di Chieti, podestà impostò alla città dall’imperatore Federico II di Svevia.
[8] Cronica, F. D’Andrea, p. 48.
[9] Il nome del castrum derivava da un ascendente di questo Sinibaldo, probabile eponimo di un ramo della famiglia.
[10] Pressoché analoga è la collocazione del palazzo proposta da un atto del 1281, Arch. S.Maria in Gradi, doc. 2795
[11] Alcuni studiosi locali preferiscono identificare la porta Sinibaldesca con Porta S. Leonardo, presso le Fortezze.
[12] Dopo la caduta in disgrazia dei Gatti, il palazzo fu fatto in gran parte demolire da Alessandro VI nel 1496. Sulle sue fondamenta nel 1634 fu costruita la chiesa e il convento dei SS. Giuseppe e Teresa.
[13] In quegli stessi anni si ha notizia di una Società dei Corsi che si riuniva a S. Maria in Gradi e di una fratellanza di Tedeschi che officiava presso l’ospedale Alemannorum (annesso alla chiesa di S. Maria degli Alemanni alla Rocca).
[14] La Confraternita del Crocifisso aveva la prima sede presso la chiesa di S. Egidio, nella quale tornò nel 1557 quando lasciò S. Antonino.
[15] La chiesa di S. Angelo in Spatha aveva un portico così grande che nel 1264 fu demolito per far spazio al palazzo del podestà. Venne tuttavia ricostruito nel XIV secolo ma venne distrutto, assieme alla facciata, dal crollo della torre campanaria avvenuto nel 1549. La chiesa di S. Stefano a piazza delle Erbe (oggi scomparsa) aveva una loggia che, accessibile grazie ad una scalinata, fungeva da luogo di ritrovo per l’Arte degli Speziali. Sugli spioventi del tetto della chiesa di S. Silvestro, oggi del Gesù, esistono due sculture zoomorfe che un tempo dovevano essere le basi delle colonne che sorreggevano il portico.
[16] Unica eccezione, il nartece della chiesa di S. Andrea a Pianoscarano, che tuttavia ha subito notevoli rimaneggiamenti, sia perché murato fino al ‘900, sia perché fortemente danneggiato dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale.
[17] Di un’altra chiesa di S. Antonino si hanno sporadiche notizie soltanto nell’agro vetrallese, più precisamente nella Valle Caiana. Si tratterebbe di un tempietto cristiano altomedievale di cui si potevano vedere i ruderi fino al ‘600; oggi rimane soltanto come toponimo.
[18] La Passio B. Antonini martyris qui passus est sub Apamia civitate è databile, al più tardi, intorno all’XI secolo. La vita sancti Anthonini martyris edita a domno Pascali papa è un testo pervenuto solo attraverso copie interpolate e tardive; si tratta di una biografia voluta da papa Pasquale II (1099-1118) che conobbe una grande popolarità nel Medioevo.
[19] A Pofi in Ciociaria, la leggenda vuole che S. Antonino, durante una sosta, fece miracolosamente scaturire acqua dalla terra per dissetare i pellegrini al suo seguito.
[20] Le reliquie di Palencia sono oggi le uniche rimaste del santo, in quanto quelle di Noble Val e di Pamiers sono andate disperse durante la rivoluzione francese.
[21] In un atto del 768 si nomina: ecclesie Sancti Antonini martyrisque est sita in valle que dicitur Nobilis.
[22] Secondo la leggenda Antonino, nato a Piacenza da nobile famiglia, si fece pellegrino in Oriente. Durante il viaggio si arruolò nella Legione Tebea, una formazione militare romana interamente composta da cristiani e posta sotto il comando di san Maurizio. La Legione venne affrontata e distrutta dal pagano Massimiliano in Francia. Tra i pochi superstiti vi fu Antonino che tornò nella sua città natale per predicare la parola di Cristo. Venne martirizzato nell’estate del 303.
[23] Il toponimo Saint-Antonin de Frédelas appare per la prima volta nell’anno 961.
La città di Frédelas derivava dall’antica villa Fredelaci, ovvero città di Federico, dal nome del figlio del re visigoto Teodorico I. La trasformazione del nome in Pamiers derivò dal castrum Appamiae o castellum Appamiarum fatto erigere sulle sponde dell’Ariege da Roger II di Foix di ritorno dalla I crociata.
[24] Questi scritti narrano di Antonino, nato a Aribazos nella Siria Seconda, che dopo aver trascorso alcuni anni presso un anacoreta si dedicò alla predicazione contro l’idolatria; l’impeto del suo apostolato fu malvisto dai pagani che lo uccisero presso la città siriana di Apamea.