C’È UN PO’ DI VITERBO NELLA FAVOLOSA STORIA DEL “PRETE GIANNI”

IL RACCONTO DEL VESCOVO SIRIANO
Nel 1145 papa Eugenio III sostò a Viterbo per diversi mesi[1] e durante quel soggiorno ebbe modo di ricevere dignitari ed ecclesiastici provenienti da ogni angolo del mondo conosciuto; tra essi vi era anche Ugo, vescovo della diocesi siriana di Jabala, il quale portò dalla Terrasanta informazioni d’ogni genere, ed in particolare riferì di un misterioso sovrano asiatico che aveva annientato una potente coalizione di principi mussulmani. Il monaco cistercense Ottone di Frisinga, testimone oculare dell’incontro, redassequesto dettagliato resoconto di quanto raccontato dal presule mediorientale: “vedemmo il vescovo siriano di Gabala, il quale narrò che non molti anni prima un certo Giovanni, re e sacerdote che abita al di là della Persia e dell’Armenia, nell’estremo Oriente, con tutto il suo popolo, che è cristiano ma della Chiesa nestoriana, fece la guerra ai re fratelli, signori dei Persi e dei Medi, detti Samiardi, e ne espugnò la capitale Ebactani. Nello spazio di tre giorni, i re fratelli, assieme a persiani, medi e assiri, avevano adunato le loro truppe per combattere uniti. Ma il «prete Giovanni», così come è costume chiamarlo, uscì vincitore dallo scontro infliggendo ai persiani in fuga una sanguinosa sconfitta. Si racconta che, dopo questa vittoria, Giovanni si fosse mosse in soccorso della Chiesa di Gerusalemme, ma che giunto sul Tigri non poté attraversarlo con le sue truppe con alcun mezzo; decise allora di deviare il camino verso settentrione e lì attese che il fiume si congelasse per l’inverno. Per alcuni anni aspettò il gelo ma poiché l’esercito subì molte perdite a causa del clima, fu costretto a tornare nel suo regno. Si dice che la sua antica progenie, citata nel Vangelo, fosse quella dei Magi, e che gode di così tanta gloria e ricchezza da avere uno scettro di smeraldo. Si vuole che Giovanni volesse andare a Gerusalemme infervorato dall’esempio dei propri avi che adorarono Cristo nella culla; ma, come detto, il suo proposito fallì. Questo è quanto.”[2]
E’ questa la fede di nascita del leggendario “prete Gianni”, uno dei miti più enigmatici ed intriganti della tradizione e della letteratura medievale[3]; per la prima volta una fonte scritta riporta il nome del personaggio che, nei secoli a seguire, rappresentò per l’immaginario collettivo occidentale il provvidenziale, quanto illusorio, difensore della cristianità

VERITA’ E INVENZIONE
Nella prima parte del racconto viterbese, quello dello scontro armato con i principi persiani, si può riconoscere un dato storico. Si tratterebbe, infatti, della battaglia che ebbe luogo nel settembre del 1141 presso Qatwan, località vicina a Samarcanda, e che vide la sconfitta del sultano turco-selgiuchide Sanjar[4]e dei suoi vassalli Karkanidi per mano del mongolo Yeh-Lü Ta-Shih, governatore dell’impero centroasiatico del Kara Khitai (Catai Nero)[5].

Nella speranza di guadagnare un impensato alleato in chiave antislamica, gli Stati crociati[6] accolsero con ottimismo la notizia della vittoria mongola. Quando l’eco di quella battaglia consumatasi nelle lontane steppe orientali raggiunse la Terrasanta, la sua narrazione venne affidata al linguaggio epico, con ineluttabili alterazioni e amplificazioni. Fu così che la sconosciuta e remota Qatwan fu trasformata nella leggendaria città persiana di Ectabani.[7] Il trionfatore della battaglia, il buddista Yeh-Lü Ta-Shih, venne idealizzato nell’enigmatico signore di un indefinito regno d’Oriente che si gloriava persino di essere un sacerdote cristiano; d’altronde, era ben noto ai crociati che molte popolazioni asiatiche[8] avevano accolto da secoli la religione cristiana, sebbene nella sua declinazione nestoriana.[9]
Quanto al nome “Prete Gianni”, alcuni studiosi hanno ipotizzato che si tratterebbe dell’alterazione fonetica del titolo di Gur Khan («grande capo»), attribuito a Yeh-Lü Ta-Shih, confuso dagli occidentali col più familiare nome siriaco Yuhanan, ossia Giovanni. Secondo altri, il nome Giovanni potrebbe essere derivato da Wang Khan (Wang-han pronunciato alla cinese), cioè signore dei re, denominazione probabilmente riconosciuta anche a Yeh-Lü Ta-Shih.[10]
Per altri autori, invece, il tutto deriverebbe dalla leggenda di Vizan, principe indiano – discendente del magio Gaspare (Gundafor) – che fu convertito dall’apostolo Tommaso; con il passare del tempo il nome «Vizan», tradotto come Gianni, finì col divenire un titolo onorifico che indicava i leader spirituali e politici delle comunità cristiano-nestoriane dell’area asiatica (dalla Siria, alla provincia indiana del Malabor, fino alle più remote terre dei Mongoli).
L’ultima parte della cronaca del vescovo di Jabala, quella dell’invalicabile fiume Tigri, è chiaramente didascalica. Con essa intendeva ammonire i sovrani occidentali affinché riprendessero al più presto la spada per proteggere Gerusalemme dagli infedeli; la vittoria del Prete Gianni aveva dimostrato la vulnerabilità della potenza islamica, ma la sua ritirata di fronte al grande fiume mesopotamico era il segno fatale che la difesa dei luoghi santi d’Oltremare spettasse in primo luogo all’iniziativa dei cristiani europei.
L’esortazione del vescovo Ugo fu profetica, solo tre anni più tardi, grazie anche alla predicazione di san Bernardo da Chiaravalle, venne bandita una nuova crociata per respingere l’invasione della Palestina da parte dell’emiro di Mossul. La spedizione si rivelò, tuttavia, la prima di una serie di fallimentari tentativi di riconquista[11].

LE FALSE LETTERE DEL PRETE GIANNI
La convinzione che dietro la figura evocata dal racconto di Ugo di Jabala vi fosse un “re sacro” in carne ed ossa si consolidò a partire dal 1165, anno in cui iniziarono a circolare per le corti europee una serie di misteriose lettere. Si trattava di missive scritte di proprio pugno dal Presbyter Iohannes ed indirizzate alle massime autorità del mondo cristiano: l’imperatore bizantino Manuele Comneno, il papa, l’imperatore del Sacro Romano Impero e il re di Francia. Redatte per lo più in latino, ne esistono anche in versione romanza (francese, italiana, provenzale) e in ebraico. Negli anni e nei secoli successivi questi scritti si diffusero in tutto l’Occidente e subirono numerose interpolazioni, riscritture e traduzioni.
Le lettere erano, in primo luogo, lo strumento attraverso il qualeil Prete Gianni presentava ai potenziali lettori occidentali la magnificenza del suo regno: “i nostri domini si estendono da un lato, in larghezza, per circa quattro mesi di viaggio, mentre in verità nessuno può sapere sin dove essi si spingano dall’altro. Se tu potessi contare le stelle del cielo e la sabbia del mare, allora potresti misurare i nostri domini e la nostra potenza … La nostra Sovranità si estende sulle tre Indie e dall’India Maggiore, dove riposa il corpo dell’apostolo Tommaso, i nostri domini si inoltrano nel deserto, si spingono verso i confini d’Oriente e ripiegano poi verso Occidente sino a Babilonia deserta, presso la torre di Babele. Settantadue province sono a noi sottoposte e di esse poche sono cristiane e ognuna ha un suo re e ognuno di essi ci paga tributi. Nei nostri domini nascono e vivono elefanti, dromedari, cammelli, ippopotami, coccodrilli, metagallinari, cameteterni, tinsirete, pantere, onagri, leoni bianchi e rossi, ori bianchi, merli bianchi, cicale mute, grifoni, tigri, sciacalli, iene, buoi selvatici, sagittari, uomini selvatici, uomini cornuti, fauni, satiri e donne della stessa specie, pigmei, cinocefali, giganti alti quaranta cubiti, monocoli, ciclopi, un uccello chiamato fenice e pressoché ogni tipo di animale che vive sotto la volta del cielo … Ancora sappiate che nell’una parte del nostro diserto si à uomini cornuti e altre genti le quali hanno orecchi dinanzi e di dietro, e i loro nomi sono Fanturi, Picienfali, Tigrolope…”[12] “Sappiate che nella nostra terra ci sono i Liocorni, che hanno sulla fronte un corno soltanto, e ve n’è di tre razze, di verdi, di neri ed anche di bianchi, e talvolta uccidono il leone … abbiamo un’altra razza di gente nella nostra terra che hanno i piedi proprio come un cavallo e dietro ai talloni hanno quattro coste forti e taglienti … ”[13]

L’opera di propaganda continuava con la descrizione di un impero immenso e dai molteplici territori, abitato da popoli di ogni razza e religione: “Tra i pagani, in una delle nostre province, scorre un fiume che chiamano Indo. Questo fiume, che sgorga dal Paradiso, distende i suoi meandri in bracci diversi per l’intera provincia e in esso si trovano pietre naturali, smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, ametiste, sardonici e molte altre pietre preziose. … In un’altra delle nostre province nasce pepe di ogni qualità, che è poi raccolto e scambiato con grano, con biade, con cuoio e con panni. … Nelle regioni estreme della terra, verso mezzogiorno, possediamo un’isola grande e inabitabile, nella quale per tutto l’anno, due volte alla settimana, Dio fa piovere in grande abbondanza la manna che le popolazioni circostanti raccolgono e mangiano, né vivono di cibo diverso da questo. Infatti non arano, non seminano, non mietono, né in nessun modo smuovono la terra per trarne fuori il suo frutto più ricco. … Tra le altre cose mirabili che esistono nei nostri domini c’è anche un mare di sabbia senz’acqua. Infatti la sabbia si muove e si gonfia in onde come ogni altro mare che sia sempre agitato. … Al di là del fiume di pietre vivono le dieci tribù di Israele e nonostante esse si inventino dei loro re, sono in realtà soggette a noi e pagano tributi alla nostra Eccellenza.”

Prete Gianni (Cronaca di Norimberga – 1493)

Nonostante l’eterogeneità di etnie e la vastità dei suoi confini, il mondo del Prete Gianni viene rappresentato come una società pacifica e serena, governata con saggezza ed equilibrio: “La nostra mansuetudine accoglie ogni ospite che venga da fuori e ogni pellegrino. Nessun povero si trova tra noi. Presso di noi non v’è ladro né predone e non vi è spazio per il lusingatore servile né per l’avarizia. Qui da noi non c’è divisione di proprietà. I nostri sudditi sono ricolmi di ogni ricchezza. Abbiamo pochi cavalli e di poco valore. Riteniamo che non esista nessuno pari a noi in ricchezza e quantità di genti. …Tra di noi nessuno mente né vi è chi possa mentire. E se qualcuno qui comincia a mentire, muore all’istante, vale a dire che tra noi è tenuto per morto e mai più sentiamo parlare di lui, vale a dire che mai più riceve onori da noi. Noi tutti perseguiamo la verità e ci amiamo l’un l’altro. Tra di noi non vi è chi sia adultero. Nessun vizio ha potere presso di noi … Di fronte alla porta del nostro palazzo … è posto uno specchio, istallato con tale maestria che ogni macchinazione e ogni cosa che a nostro vantaggio e a nostro danno si compie nelle province vicine e a noi soggette può essere vista e appresa con assoluta certezza dai sorveglianti.”
Nel presentare la fastosità dei suoi domini, il Prete Gianni non mancava di evidenziare la sua fede pura in Dio e l’umiltà con la quale ottemperava ai suoi obblighi di re-sacerdote: “Sono un devoto cristiano e ovunque proteggo e sostengo con elemosine i cristiani poveri governati dalla sovranità della mia Clemenza. Abbiamo in voto di visionare il Santo Sepolcro con un grandissimo esercito, in quanto si addice alla gloria della nostra Maestà umiliare e sconfiggere i nemici della croce di Cristo ed esaltare il suo nome benedetto…Se poi vuoi sapere per quale motivo … la nostra Sublimità non voglia essere denominata con un nome più degno di quello di prete la tua saggezza non deve stupirsi. Nella nostra corte vi sono infatti molti ministeriali i quali sono insigniti di un nome e di una funzione più degni, per ciò che attiene alla dignità ecclesiastica, e persino superiori al nostro nell’ufficio divino. Il nostro scalco è infatti primate e re, il nostro coppiere è arcivescovo e re, il nostro ciambellano è vescovo e re, il nostro maniscalco è re e archimandrita e il capocuoco è re e abate. Dunque l’Altezza nostra non ha accettato di essere designata con questi stessi nomi o di essere insignita con gli stessi ordini dei quali la nostra corte è manifestamente piena, e perciò piuttosto per umiltà ha scelto di essere denominata con un nome meno nobile e con un grado inferiore.”
Gli studiosi concordano nel ritenere che tutte le lettere siano dei «falsi» realizzati in Occidente da un dotto letterato in possesso di vaghe nozioni sull’India, una certa dimestichezza col greco ed un’ottima conoscenza dei classici letterari che trattavano dei miti mediorientali, come  le fantastiche geografie di Plinio, la Collectanea rerum mirabilium di Solino, le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, I Viaggi di Sindbad, Il Libro di Eldad il Danita e, soprattutto, le Lettere di Alessandro Magno. Si crede, inoltre, che l’idea della lettera sia maturata in ambiente ebraico, probabilmente presso un centro di cultura rabbinica nel sud della Francia, in Provenza.[14]
L’ignoto autore era evidentemente mosso da intenti moralizzatori e censori; infatti, esaltando la grandezza del Prete Gianni, sintesi esemplare del potere temporale e spirituale, evidenziava, per contrasto, la decadenza e la fragilità dei sovrani europei, papa incluso. Non a caso le diverse versioni delle lettere presentano alcune significative aggiunte e varianti che sottintendono, più o meno apertamente, una critica o un messaggio particolare in funzione del differente destinatario.[15] Nel contempo le lettere racchiudevano anche messaggio utopico, una sorta di incitamento all’Occidente cristiano affinché si confrontasse con gli schemi politici e sociali dell’esotico regno e li adottasse come modello per promuovere l’avvento di una monarchia veramente cristiana, umile e giusta.

UN PRETE GIANNI ARROGANTE
Un caso a parte rappresenta l’epistola indirizzata all’imperatore di Costantinopoli, Manuele I Comneno, divulgata in Europa intorno al 1170. Ritenuta per lungo tempo, ed erroneamente, la più antica e la matrice delle altre, questa lettera propone, in modo del tutto originale, un “Prete Gianni” presuntuoso ed insolente, che non esita a decretarsi “Signore dei Signori”. Nel rivolgersi all’imperatore bizantino lo qualifica semplicemente “governatore dei Romei” e con tono sprezzante ne ridicolizza l’autorità: “i tuoi Grechetti ti credono un dio, ma noi sappiamo che sei mortale e soggetto alla umana caducità. Per la consueta munificenza della nostra Liberalità, se ti manca qualcosa di ciò che procura piacere, faccelo sapere dal nostro emissario e da un cenno del tuo affetto e otterrai ciò che chiedi”.
Anziché professare, come nelle altre versioni, la sua ortodossia cristiana in virtù della discendenza apostolica da san Tommaso, qui Prete Gianni pretende sfrontatamente di vagliare la religiosità di Manuele: “intendiamo e desideriamo sapere se con noi segui la vera fede e se in tutto e per tutto credi in Gesù Cristo nostro Signore.”
I riferimenti all’umiltà e alla tolleranza verso i popoli vicini perdono di consistenza schiacciati da un atteggiamento vanaglorioso che lo spinge a profetizzare la conquista, per mano del proprio primogenito, del mondo intero: “le fortezze dei santi e la grande città di Roma, che ci siamo proposti di assegnare al figlio nostro, il primo che nascerà, insieme a tutta quanta l’Italia, a tutta la Germania, all’una e all’altra Gallia, all’Anglia e alla Bretagna e alla Scozia … anche la Spagna e ogni terra sino al mare ghiacciato.”
Insomma, questo Prete Gianni, più che una guida virtuosa, appare come un sovrano ambizioso e prepotente che non si distingue gran che dai suoi omologhi occidentali. Alla luce di questa singolarità, gli storici sono inclini a considerare la lettera a Manuele come una grossolana riscrittura delle versioni, per cosi dire, originali; verosimilmente, si tratta di un documento concepito dalla cancelleria germanica nell’ambito di una più ampia azione propagandistica che aveva lo scopo di affermare il concetto di sacralità e cosmicità dell’impero.[16] Come il Presbyter e Rex Gianni era l’indiscusso e assoluto garante di pace e giustizia nel suo immenso regno asiatico, così Federico Barbarossa affermava il suo diritto di realizzare in Europa una monarchia universale e presidio della cristianità che, data la sua origine sacra, non richiedeva la mediazione e tantomeno la legittimazione di altre autorità; sin troppo manifesto chi fossero i destinatari del messaggio: in primis papa Alessandro III[17]che, ferreo sostenitore dei principi teocratici, non perdeva occasione per cospirare con i Comuni lombardi e con il re di Sicilia; in secundis Manuele Comneno,[18] il quale stava tentando di ricomporre la frattura con la Chiesa romana[19] con l’aspettativa di vedersi proporre la corona imperiale d’Occidente in caso di destituzione del Barbarossa.
L’altro tema affiorante nella «Lettera» è quello della translatio imperii. Questa ideologia propugnava il passaggio della monarchia universale attraverso una successione lineare di imperi, da quello di Alessandro Magno a quello romano, di cui era stato temporaneo erede il basileus di Costantinopoli, fino a raggiungere il mondo germanico con la nascita del Sacro Romano Impero.[20] Minimizzando la figura di Manuele, Prete Gianni sancisce il tramonto dei cesari bizantini e l’avvento della stagione in cui l’Auctoritas dell’impero sarebbe passata allo svevo Federico Barbarossa.

LA “PENNA TEDESCA”
L’ipotesi che la lettera a Manuele Comneno sia stata scritta nella cerchia della corte imperiale, probabilmente in area bavarese[21], è suffragata dalla presenza nel testo di elementi propri del folklore germanico, come le «pietre midriosi», che rendono invisibili gli uomini, e l’erba magica chiamata «assidio»,[22] entrambe elencate dal Prete Gianni tra gli innumerevoli e prodigiosi tesori del suo sconfinato regno. Anche l’irriverente epiteto di re dei «Grechetti» (Graeculi tui), usato per il monarca bizantino, richiama incredibilmente i «reucci di provincia» (reguli provinciarum) con cui l’arcivescovo di Colonia nel 1162 appellava i re europei cristiani distinguendoli dal dominus mundi Federico. Alcuni storici hanno supposto che l’artefice della falsa lettera a Manuele Comneno sia stato l’arcivescovo di Magonza, Cristiano di Buch,[23] fedele collaboratore politico e militare del Barbarossa. Non a caso, una tarda tradizione vorrebbe che la «Lettera» sia giunta in Europa nel 1170 portata dall’arcivescovo di ritorno da una missione diplomatica a Costantinopoli; in proposito, un manoscritto del XIII secolo riporta la nota finale: “Qui finisce il libro o la storia di Prete Gianni che è stato tradotto dal greco in latino dall’arcivescovo Cristiano di Magonza”.

Regno Etiope di Prete Gianni (Theatrum Orbis Terrarum 1564)

Ma se Cristiano di Magonza, più uomo d’arme che di lettere, fu la mente che partorì l’idea di strumentalizzare la figura del Prete Gianni a beneficio del suo imperatore, la penna che “rielaborò” la lettera appartenne probabilmente ad altri. Sebbene sia priva di riscontri documentali, si può tentare l’azzardata ipotesi di identificare lo sconosciuto contraffattore con Gottifredo da Viterbo, notaio e cappellano al servizio degli Svevi.[24] Questi, infatti, possedeva le conoscenze e le capacità letterarie per intervenire con padronanza sul testo dell’epistola apportando modifiche e interpolamenti. Avviato all’apprendistato culturale in Germania, nella Scuola del Duomo di Bamberga, in gioventù Gottifredo fu copista e redattore di diplomi, quindi fu aggregato all’entourage imperiale come funzionario di corte.[25] Durante il regno di Federico Barbarossa partecipò ad importanti legazioni e, stando ai suoi scritti, fu due volte in Sicilia, una volta in Spagna e tre volte in Provenza, oltre ad aver viaggiato per 40 volte dalla Germania a Roma. Come letterato, concentrò la sua produzione nell’ultimo decennio di vita, periodo in cui redasse lo Speculum regum (1183), i Gesta Friderici  (1185), le Memoriae saeculorum (1186) ed il famoso Pantheon,[26] una cronaca universale del mondo che testimonia l’eccezionale interesse di Gottifredo per i mirabilia medievali e le storie mitologiche.
Dell’erudizione classica di Gottifredo potrebbe essere rimasta una traccia nell’ampia parentesi descrittiva del regno delle Amazzoni presente nella «Lettera di Prete Gianni» rimaneggiata per conto della cancelleria imperiale: “Le Amazzoni sono donne che hanno una loro regina; la loro dimora è un’isola che si estende per mille miglia nelle quattro direzioni, circondata da ogni parte da un fiume che non ha né inizio né fine, come un anello senza pietra. … Quelle donne si recano dai loro mariti e restano con essi per una settimana o per quindici giorni o anche più a lungo; poi i mariti le lasciano tornare presso le altre. Quando nascono dei bambini li allevano sino all’età di sette anni e poi li restituiscono ai padri. Quando invece nascono delle bambine le trattengono con sé. Queste Amazzoni sono abilissime in guerra e soprattutto con l’arco, con le aste e con gli spiedi da caccia. Le loro armi sono d’argento perché non possiedono altra lega né altro metallo che l’argento, e con questo fabbricano aratri, zappe, scuri e altri arnesi. Possiedono anche cavalli mortali fortissimi e velocissimi sui quali combattono … Certamente ruotano sui loro cavalli più velocemente di quanto non ruoti la ruota stessa del vasaio, quando gira nel suo moto più rapido. Invero corrono a piedi in modo tale che, se cominciano a correre nel momento stesso in cui la freccia è scoccata dall’arco, prima che essa cada a terra la afferrano con una rapidissima corsa. Quando all’Altezza nostra piace di reclutarle, ne portiamo contro i nostri nemici un milione e anche più, se vogliamo. invero i loro mariti le seguono, non però per combattere, ma per onorarle quando tornano vittoriose dalla battaglia.”

Questa ridondante rappresentazione non trova eguale riscontro nelle altre versioni delle lettere, nelle quali Prete Gianni si limita ad accennare all’esistenza di tre regine che governano una terra chiamata Femminia e un popolo di «anonime» femmine guerriere.[27] Il mito delle Amazzoni era sicuramente parte del ricco patrimonio di conoscenze di Gottifredo, tanto che ne descrisse la genesi nel Passo V del Pantheon: “… due giovani re cacciati dalla Scizia,  Plimus e Scolopeius, con una gran moltitudine di genti si stabilirono in Ponto e in Cappadocia. Qui, si diedero a saccheggiare le province vicine, ma furono uccisi a tradimento; le loro donne afflitte dall’esilio e dalla vedovanza, piene di coraggio, dimenticata la loro fragilità, s’impossessarono delle armi dei maschi uccisi e difesero la loro patria. Dopodiché si accoppiarono con gli uomini delle terre vicine e, dei figli generati, soppressero i maschi mentre preservarono le figlie femmine; queste donne, per non essere impedite nell’uso dell’arco in battaglia, si tagliavano con la spada la mammella destra e la cauterizzavano. Per questo furono chiamate Amazzoni, che vuole appunto dire senza seno. Infatti, Mazon significa mammella.”[28]
Particolarmente avvezzo ad attingere dagli scritti di altri autori, Gottifredo aveva pedissequamente ripreso la storia delle «Amazzoni» dalla Chronica sive Historia de duabus Civitatibus di Ottone di Frisinga († 1158) e dalla Historiorum adversos paganos libri VII dello storico Paolo Orosio (V secolo).

UN PRETE ASIATICO E UNO AFRICANO
Quale ne sia stato l’autore, il pastiche di leggende e meraviglie contenuto nella «Lettera» a Manuele Comneno conobbe una popolarità straordinaria in tutta Europa. Lo stesso papa Alessandro III era così convinto dell’autenticità del documento che nel settembre del 1177 affidò al proprio medico di fiducia, Filippo Archiatra, il compito di recapitare a “Ioanni illustre et magnifico Indorum regi, sacerdotum sanctissimo” una «risposta» nella quale lo invitava a mostrarsi meno tracotante e disponibile ad instaurare rapporti diplomatici col papato. Di quell’ambasceria non si conoscono gli sviluppi, ma è probabile che Filippo ebbe ad identificare il «Prete» delle lettere con il negus d’Etiopia Yimrehane-Kristos, un re cristiano in fama di santità, del quale apprese notizie dirette durante i suoi viaggi in Palestina e in Africa.[29]
La prospettiva di riuscire ad entrare in contatto con il mitico regno del «Prete» sedusse l’Occidente per molti secoli a venire; scrittori, missionari e viaggiatori di ogni tempo continuarono a cercarne i confini geografici in diverse direzioni e latitudini nel vano tentativo di svelare il volto del suo misterioso sovrano. Intorno al 1221 si diffuse in Terrasanta un testo, detto Relatio de Davide, che promuoveva le imprese antislamiche di un principe nestoriano dell’India chiamato Davide; il vescovo di San Giovanni d’Acri, Jacques de Vitry, lo riconobbe immediatamente come l’autentico Prete Gianni. In realtà, la Relatio era un documento apocrifo costruito in ambiente crociato; così anche il condottiero indiano era nient’altro che una figura fantomatica, il frutto di una leggenda che, probabilmente, traeva la sua ispirazione dalla travolgente avanzata dei mongoli in Persia. Forse il Davide/Prete Gianni vagheggiato di Jacques de Vitry altro non era che il grande Gengis Khan, il cui esercito nel 1219 aveva invaso l’impero persiano del Khwārezm. Altrimenti poteva trattarsi del mongolo-naiman Kütchlüg († 1218), il nuovo signore del Kara Khitay, appartenente alla chiesa nestoriana, che si distinse come sanguinario persecutore dei mussulmani.

Una ventina di anni più tardi, Prete Gianni viene descritto dal missionario e diplomatico Giovanni Pian del Carpine come un nemico dei mongoli. Nella sua Historia Mongalorum affermava, infatti, che Ögödei, figlio di Gengis Khan, venne sconfitto da «quegli indiani chiamati saraceni neri, o anche etiopi» governati da Prete Gianni.[30]
Nel suo Il Milione (1298), Marco Polo fa di Prete Gianni il sovrano dei Tartari che venne sconfitto e ucciso da Gengis Khan per non avergli concesso la figlia in sposa: “Cinghys Cane vinse la battaglia e fuvvi morto lo Presto Giovanni e da quel dì innanzi perdeo sua terra tutta.”[31]
Negli Annales Sancti Rudberti Salisburgensis, invece, viene identificato con il mongolo Abaqā, Ilkhān di Persia († 1282), che favorì la religione cristiana e sposò la figlia dell’imperatore bizantino.
Nel 1330 Odorico da Pordenone, rientrato da una lunga missione in Asia, affermava che il regno di Prete Gianni era a cinquanta kilometri ad ovest di Pechino e, con molta delusione, ne individuava la capitale nella piccola città di Tenduc, nella Mongolia Interna.
Il frate domenicano Giordano da Severac nel 1320 era tornato dall’India dove, senza successo, aveva cercato tracce del «Prete»; fu così che ritenne opportuno situare il suo impero altrove, nella terra d’Etiopia. Alla stessa conclusione giunse il francescano irlandese Simone Semeonis, dopo che per anni aveva esplorato le regioni attorno al fiume Nilo (1328).[32]

Un anonimo cronista del 1350 componeva il Libro del conoscimiento de todos los regnos nel quale scriveva di un Preste Johan quale patriarca di Nubia (Egitto meridionale) e d’Etiopia, posto sotto la protezione di Abdeselib, il re di un popolo di cristiani «neri come la pece».
Il fatto che il regno del «Prete» venisse localizzato ora in Asia (India, Persia e Mongolia) ora in Africa (Etiopia e Nubia) non rappresentava affatto una contraddizione. Le approssimative cognizioni geografiche medievali, basate in gran parte sull’imago mundi biblica e classica, concepivano l’area afro-asiatica bagnata dall’Oceano Indiano come un’unica regione, tanto che il Corno d’Africa si riteneva fosse contiguo alla penisola indiana; un esempio tangibile di questa bizzarra cosmografia è rappresentato del mappamondo di Marin Sanudo del 1321.
Fu così che con il nome «India» si finì con l’indicare tre aree tra loro, in realtà, lontanissime: l’India Prima, ossia la penisola indiana vera e propria, L’India Minore o Esteriore, riconducibile all’attuale Indocina, e l’India Mezzana o Seconda, coincidente con l’Etiopia.[33] Ecco, dunque, come la collocazione del regno «indiano» di Prete Gianni nella regione etiope non suscitasse particolari obiezioni e riserve tra cartografi ed esploratori.

Territori asiatici del regno di Prete Gianni (Atlante Oceano Indiano 1519)

Questa confusione fece si che a partire dalla fine del XIV secolo l’Etiopia venisse riconosciuta dagli europei come la sede ideale dello sfuggente re-sacerdote.
Così nel 1384 un pellegrino fiorentino scrisse che il «Prete» regnava il territorio dell’Alto Nilo e che il sultano d’Egitto, temendolo, pagasse lui un tributo consistente in “una palla d’oro con sopra una croce”. Qualche anno più tardi, il legato papale in Oriente, Giovanni de’ Marignolli affermava che l’Etiopia è abitata da “uomini neri detti del Prete Giovanni”.
Ancora nel 1448 Jean de Lastic, gran maestro dei cavalieri di Rodi, ribadiva che il Presbyter Iohannes Indorum Imperatorera il padrone del fiume Nilo e che dalla sua volontà dipendeva la sopravvivenza dell’Egitto.
Nel 1487 il re portoghese Joao II inviò due spedizioni alla ricerca del regno, una guidata da Alfondo de Paiva diretta in Etiopia e una guidata da Pero da Cavilha destinata in India. Il primo esploratore morì durante il viaggio in Africa; Pero da Cavilha raggiunse la propria destinazione ma, sulla strada del ritorno, preferì deviare la rotta verso l’Abissinia dove visse per circa trent’anni ospite del negus etiope.
Nel 1521 una missione organizzata ancora da un re portoghese, Manuel, giunse in Etiopia per trattare l’alleanza con il negus David. Tra gli ambasciatori lusitani vi era il gesuita Francisco Alvarez che studiò le abitudini e le tradizioni del popolo etiope; al suo ritorno in Europa pubblicò il libro Verdadeira informaçāo do Preste Joāo das Indias (1540) nel quale spiegava che il negus è detto Gianni per analogia fonetica con la parola «zan hoy» che nella lingua degli etiopi vuol dire “mio signore”.
Il Gianni abissino descritto dagli esploratori era un monarca tutt’altro che invincibile; infatti, per difendersi dall’invasione del sultano di Adal era stato costretto ad implorare l’aiuto dei re portoghesi.[34] La sua corte non aveva nulla a che vedere con quella mirabolante della «Lettera» e tra i suoi sudditi non si contavano certo le Amazzoni o i Tigrolopi o i Cinocefali, né le altre straordinarie creature di cui il regno del Prete Gianni doveva essere colmo. Nulla corrispondeva al mito rincorso nei secoli precedenti.
Nel XVI secolo le coste dell’Africa e dell’Asia erano state largamente esplorate, i grandi fiumi dell’India e dell’Egitto erano stati risaliti fino alle sorgenti e i grandi imperi d’oriente si erano ormai dischiusi ai rapporti politici e commerciali con le monarchie europee. La scoperta delle Americhe aveva dirottato verso ovest l’interesse di navigatori, avventurieri e missionari e fatalmente la ricerca del regno del Prete Gianni perse ogni attrattiva.

articolo curato da Sermarcus Demontfort

 


[1] Fuggito dalla turbolenta Roma, Eugenio III fu a Viterbo da aprile a novembre del 1145. Vi tornò nel 1146 e alla fine del 1148 fino al marzo dell’anno seguente.

[2] Chronica sive Historia de duabus Civitatibus, pp. 363 e segg. Sempre Ottone di Frisinga riprenderà l’episodio nei suoi Annales Admutensis (1140-86) nei quali annotò: “Johannes Presbyter rex Armeniae et Indiae cum duobus fratribus Persarum et Medorum pugnavit et vicit.”

[3] Già apparso nel Parsifal di Wolfram von Eschenbach (primo decennio del XIII sec.), Prete Gianni fu trasformato nel mistico custode del Graal nel romanzo arturiano Il nuovo Titurel di von Scharfenberg (XIV sec.). Quale signore del Nilo, lo ritroviamo protagonista nell’episodio del volo di Astolfo sull’Etiopia dell’Orlando Furioso.

[4] Sotto Sanjar, i turchi selgiuchidi occuparono la Persia, l’Iraq, le province orientali dell’impero bizantino e la Palestina.

[5] Il Kara Khitai occupava un territorio largamente coincidente con gli attuali Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan. I Khitai (o Khitan) erano una popolazione seminomade dell’area mongolica che nel X secolo conquistò la Cina settentrionale dando inizio alla dinastia imperiale Liao. Nel 1120 i Khitan furono rimpiazzati da nuovi invasori, gli Jurchen provenienti dalla Manciuria; molti Khitai fuggirono allora verso il centro dell’Asia guidati da Yeh-Lü Ta-Shih, il quale fondò un nuovo impero conosciuto col nome di Kara Khitai o Qara Khitai. Il regno dei Khitan fu usurpato dalla tribù mongola dei Naiman nel 1211 e venne definitivamente distrutto nel 1218 da Gengis Khan.

[6] Dopo la prima crociata del 1095-1099, culminata con la liberazione di Gerusalemme, in Medioriente si formarono quattro signorie chiamate Stati Latini di Levante in quanto governati da nobili occidentali attraverso un’organizzazione di tipo feudale. La prima a soccombere sotto la pressione islamica fu la Contea di Edessa (1146), quindi il Principato di Antiochia (1268) e la Contea di Tripoli (1289). Più complessa la storia del Regno di Gerusalemme che, conquistato quasi completamente nel 1187 da Saladino, tornò ai latini fino al 1291, quando l’ultimo baluardo occidentale in Terrasanta, San Giovanni d’Acri, cadde in mano dei Mamelucchi.

[7] Qatwan era una località a nord di Samarcanda, città dell’attuale Uzbekistan; Ectabani, invece, (oggi Hamadan, in Iran) fu capitale dei Medi e metropoli dell’impero persiano e di quello achemenida. La città è citata da Eschilo e Erodoto; la leggenda vuole che vi sorgesse il palazzo di Astiage, re dei Medi, circondato con sette cinte di mura lucenti, i cui baluardi avevano infisse lastre d’argento e d’oro.

[8] Ad esempio le tribù mongole dei Keraiti, degli Ongut e dei Naimani

[9] Si tratta di una dottrina diffusa in Medioriente a partire dal V secolo che assunse una formulazione estremista e ereticale con il patriarca di Costantinopoli Nestorio. Questi sottolineava come le due nature, umana e divina, presenti in Cristo fossero distinte, sebbene si manifestassero in una dimensione unitaria (prosopon). Di conseguenza, Nestorio e i suoi seguaci negavano a Maria l’appellativo di Theotokos (madre di Dio) proponendo il titolo di Cristotokos ossia madre del Cristo uomo e strumento del divino. Questa tesi fu duramente condannata dal concilio di Efeso nel 431; tuttavia il movimento nestoriano si diffuse tra i cristiani siro-orientali e, malgrado le persecuzioni e le divisioni interne, contagiò le regioni più estreme dell’Asia (Arabia, India, Ceylon, Mangolia e Turkestan). Nel XIII secolo il cristianesimo nestoriano entrò stabilmente anche nella Cina dell’imperatore mongolo Kublai. Con la conversione dei mongoli all’islam, iniziò il lento declino della Chiesa nestoriana, culminato nel ‘300 con le vessazioni di Tamerlano e degli sciiti persiani. Le poche comunità nestoriane superstiti in Medioriente furono col tempo assorbite dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa russa.

[10] Certa, invece, l’attribuzione del titolo di Wang Khan a Toghrul, capo della tribù mongola dei Keraiti nestoriani (morto nel 1203). Togrul fu, sicuramente, uno dei sovrani asiatici che contribuì ad alimentare, agli occhi degli occidentali, il mito del Prete Gianni.

[11] La II crociata si concluse nel 1149 senza che la missione, guidata dal re di Francia e dall’imperatore, conseguisse alcun risultato militare di rilievo. La III crociata (1189-1192) fu segnata dalla disastrosa battaglia di Hittin, dove le truppe europee furono sbaragliate dal Saladino. La IV crociata (1202-1204) non giunse neppure in Terrasanta e fu dirottata su Costantinopoli. La V crociata (1217-1221), rivolta verso il sultano d’Egitto, fu un susseguirsi di sconfitte militari e diplomatiche. La VI crociata (1248-54) segnò qualche significativa vittoria del re di Francia Luigi IX, che pure fu fatto prigioniero due volte e liberato dietro il pagamento di un pesante riscatto. Durante la VII crociata (1270) il re di Francia morì di pestilenza e il fratello Carlo d’Angiò concluse un trattato di pace con il principe di Tunisi ottenendo Malta e Pantelleria. La Terrasanta e Gerusalemme rimasero in mano ai mussulmani ed inutili furono i tentativi di liberazione organizzati nei secoli XIV e XV; nel 1453 anche Costantinopoli cadeva in mano dei turchi.

[12] Solo nella versione della lettera all’imperatore Federico Barbarossa. [13] Solo nella versione della lettera al re di Francia e a Federico Barbarossa.

[14] Seguono questa opinione, soprattutto per la lettera destinata all’imperatore Federico, gli studiosi Neubauer, Ullendorf e Beckingham. Ancora più categorica Jaqueline Pirenne, per la quale la lettera matrice fu scritta in ebraico e le altre versioni furono riproduzioni nelle lingue adatte ai vari destinatari. Altri ancora, invece, ritengono che l’autore fosse un chierico occidentale entrato in possesso di informazioni da parte dei crociati (Vasiliev e Meyer).

[15] Ad esempio, nella lettera al Barbarossa, per biasimare la politica antifrancese dell’imperatore, Prete Gianni scrive di aver arruolato 2000 cavalieri francesi per la sua guardia personale. Nella missiva al papa, invece, vi sono aperte attestazione di apprezzamento per il popolo ebraico e viene assicurato: “se voi [papa] desiderate venire nella nostra regione di Babele dopo la nostra morte, vi faranno Prete Gianni.” Solo nella versione inviata, congiuntamente, all’imperatore tedesco e al re francese, viene richiesto di mettere a morte i Templarie di diffidare degli Ospedalieri di S. Giovanni (nella versione francese, “faulx et traitres hospitaliers”) che sono alleati dei Saraceni e contrari alle fede. In questo caso si tratterebbe di una interpolazione del XIV secolo aggiunta per accondiscendere la politica del re di Francia Filippo Il Bello che portò alla soppressione dell’ordine templare.

[16] Seguivano la medesima strategia la traslazione delle spoglie dei Magi da Milano a Colonia (1164) che divennero Reichsheilige (Santi dell’impero) e la canonizzazione di Carlomagno, avvenuta nel 1165.

[17] All’inattesa morte di Adriano IV (1 settembre 1159), vennero eletti pressoché contemporaneamente due successori: Alessandro III, candidato dell’alta gerarchia ecclesiastica, e Vittore IV, antipapa imposto dalla fazione ghibellina. Chiamati a pronunciarsi sullo scisma in atto, i cinquanta vescovi riuniti in concilio da Federico a Pavia decretarono legittima l’elezione di Vittore IV. Immediata e severa, non tardò la replica di Alessandro III che scomunicò il Barbarossa, sciogliendo i sudditi dall’obbligo di fedeltà alla corona tedesca. Nell’aprile 1164 venne eletto il nuovo antipapa Pasquale III, che l’anno successivo dimorò a Viterbo, divenuta ormai il caposaldo dell’impero in Italia centrale. Morto Pasquale III fu eletto suo successore Callisto III. Quest’ennesimo antipapa visse a Viterbo dal 1169 al 1174.

[18] La dinastia imperiale dei Comneni, appartenente all’aristocrazia militare bizantina, si insediò sul trono imperiale di Costantinopoli nel 1081 con Alessio I.

[19] Dopo secoli di polemiche e rotture, nel 1054 la chiesa cristiana d’Oriente si era insanabilmente separata da quella di Roma con reciproci scambi di scomuniche.

[20] Uno dei massimi assertori della translatio imperii fu Ottone di Frisinga, secondo il quale gli imperi universali nascevano, raggiungevano l’acme e poi decadevano procedendo da oriente a occidente, secondo un andamento “eliodromico”.

[21] A. Knefelkamp, nel suo Der Priester Konig Johannes und sein Reich, sostenne che la lettere era stata scritta nel distretto di Wurzburg, importante città della Baviera, sede di un ducato indipendente istituito da Fedrico Barbarossa.

[22] Il nome scientifico della pianta è Artemisia absinthium, il cui olio aromatico è usato per fare l’assenzio. In tedesco antico era chiamata Wormwood o wermuota (da cui la parola francese Vermuth).

[23] Avviato giovanissimo alla carriera ecclesiastica e politica, seguì Federico Barbarossa nelle sue campagne militari. Nel 1165 l’imperatore lo nominò arcivescovo di Magonza al posto di Corrado di Wittelsbach, reo di non aver riconosciuto l’antipapa Pasquale III. Fu abile diplomatico e accorto uomo d’armi, distinguendosi soprattutto in Italia, dove sottomise con la forza e la mediazione molte città del centro-nord. Dopo la sconfitta di Federico a Legnano, condusse le trattative nella pace di Venezia del 1177. A seguito della riconciliazione dell’imperatore con il papato, Cristiano ridiscese la penisola per riconsegnare ad Alessandro III i territori che avevano aderito all’antipapa. Ad inizio 1178 Cristiano entrò a Viterbo, la cui popolazione senza troppi indugi si sottomise al legittimo pontefice. Nel 1181, dopo alterne vicende che lo videro protagonista della restaurazione del potere papale a Roma, morì a Tuscolo di febbre malarica.

[24] Nacque a Viterbo intorno al 1125, secondo alcuni da padre tedesco, e nel 1133 fu affidato dall’imperatore Lotario ai canonici di Bamberga che ne curarono l’istruzione. Lo studioso Friedrich Hausmann identifica Gottifredo con un notaio che in Germania redasse atti negli anni Cinquanta del XII secolo (convenzionalmente indicato come “Arnold II C”) e che i alcuni passaggi presenta una grafia e una struttura propria di alcuni privilegi papali; quindi, è stato ipotizzato che Gottifredo abbia integrato la propria formazione presso la Cancelleria Pontificia in Italia.

Intorno al 1140, durante il regno di Corrado III, Gottifredo s’inserì nell’ambiente di corte, prima come cappellano e quindi come notarius; nel 1153 sottoscrisse il trattato di Costanza stipulato tra il papa Eugenio III e Federico Barbarossa firmandosi “Gotefredus Viterbensis capellanus regis“. Fu spesso al seguito delle campagne militari dell’imperatore; probabilmente fu presente alla distruzione di Milano del 1162 e certamente alla spedizione italiana del 1167. In un atto di Donauwörth del 1169 è citato come donatario in feudo di un palazzo a Viterbo. E’ incerta l’ipotesi che lo vuole presente alla pace di Venezia (1177); due anni dopo, quale messo dell’imperatore, fu imprigionato da Corrado marchese del Monferrato.

Nel 1178 fu aggregato al capitolo del Duomo di Lucca e a quello del Duomo di Pisa. Da alcune controverse fonti risulta che, tra il 1162 e il 1181, Gottifredo fu anche canonico del Duomo di Spira, della Cattedrale di Magonza e prevosto di Francoforte.

Nel 1186 è nominato come magister e cappellano in un atto imperiale per il convento di Fonte Avellana. Alla fine degli anni Ottanta Gottifredo, ormai più che sessantenne, si allontanò dalla corte e nell’ultimo decennio del secolo morì a Viterbo.

[25] “nota me Gotifridum huius libri authorem capellanum et notarium fuisse regis Conradi tertii et Friderici imperatoris et filii eius Henrici sexti”  (tratto dal Pantheon).

[26] Composto a Viterbo, del Pantheon se ne conoscono tre versioni, la prima del 1187, una non databile e una completata nel 1190.

[27] Nella versione in francese, destinata al re di Francia e all’imperatore tedesco, si legge: “… abbiamo in un’altra parte del deserto una terra che si estende in lunghezza per quarantadue giornate. E si chiama Femminia la Grande … Ed in quella terra sono tre regine, oltre alle altre dame che ricevono da esse le proprie terre. E quando quelle tre regine vogliono andare in battaglia, ognuna di esse conduce con sé centomila donne in armi. Senza le altre che conducono i carri, i cavalli, gli elefanti che portano le armi e le vivande. E sappiate che esse si battono come fossero uomini. E sappiate che nessun uomo maschio dimora con loro se non per nove giorni, durante i quali si può divertire e sollazzare con loro e generare, ma non di più, ché altrimenti morirebbe.” La versione in italiano della lettera a Federico Barbarossa, invece, descrive così il regno ginocratico: “Nell’altra parte del diserto si à una terra ch’à nome Femmina dove niuno huomo puote vivere se none uno anno; e quella terra è molto grande ch’io voglio che voi sappiate di vero che ella tiene […] giornate per lungo e altretanto tiene per largo. E avi intra loro tre reine, sanza  l’altre donne che tengono la città e le castella da loro. E quando elle cavalcano sopra ad alchuno loro nimicho, elle menano ciento migliaia di donne di pregio bene acchavallo, sanza quelle che menano l’arnese […] vivanda”.

[28] Il regno delle Amazzoni è uno dei più antichi miti dei Greci, i quali ne collocavano la patria in Scizia, nella regione caucasica; fu Eschilo, nel Promoteo Incatenato, ha raccontare la migrazione delle donne guerriere dalla Scizia al Ponto (a nord della penisola Anatolica, sulle coste del Mar Nero), nella regione del fiume Termodonte, intorno alla città di Temiscira. Lo Pseudo Ippocrate e Dioscuro Siculo riportano, invece, dell’usanza di cauterizzare il seno per favorire l’uso dell’arco.

[29] L’Etiopia si era convertita al Cristianesimo dal IV secolo e anche dopo l’invasione islamica sopravvisse una Chiesa con capitale Roha. Yimrehane-Kristos, della dinastia degli Zagué, regnò intorno al 1170 e la sua notorietà si diffuse anche in Terrasanta attraverso i racconti dei pellegrini etiopi diretti a Gerusalemme.

[30] E’ difficile identificare l’episodio narrato da Giovanni Pian del Carpine con un fatto storico. Tuttavia, va rilevato come nel 1221 i mongoli furono battuti nella battaglia di Parwan, presso Kabul, dal principe Jelal-Aldin, figlio del sovrano del Khwārezm, il quale fu comunque costretto a rifugiarsi in India. Da notare che nella regione pakistana dell’Hindustan la popolazione era chiamata dai persiani Siah Hindu, ossia indiani neri.

[31] E’ possibile che l’episodio narrato da Marco Polo si riferisca allo scontro che, introno al 1200, contrappose Gengis Khan al padre adottivo (nonché suocero) Togrul Ong Khan, capo dei Keraiti e nestoriano. Effettivamente, Togrul venne ucciso mentre si dava alla fuga di fronte alle truppe di Gengis Khan.

[32] Nel 1305 il negus etiope inviò al sovrano armeno Aitone II un messaggio qualificandosi signore di Indiani e Chabasini (cioè Abissini), nonché Prete Gianni.

[33] Marco Polo afferma che l’India Mezzana è l’Abascia (Abbissinia).

[34] Nel 1541 Crostovāo de Gama, figlio del celebre navigatore Vasco, giunse in Etiopia con un manipolo di fucilieri per difendere il negus Galawdewos (Claudio) dal sultano dell’Adal Ahmad Ibn Ibrahim al-Ghazi. Nonostante la morte del condottiero portoghese, l’esercito mussulmano fu respinto.