TORRI, FAZIONI E VENDETTE: I COCCI NELLE LOTTE POLITICHE DELLA VITERBO MEDIEVALE

La storiografia locale tradizionale, fondata in larga parte sulle narrazioni dei cronisti quattrocenteschi, ha a lungo rappresentato la scena politica della Viterbo medievale come un conflitto quasi permanente tra le famiglie dei Gatti e dei Tignosi, rispettivamente schierate a favore del papato e dell’impero. Una simile interpretazione, tuttavia, appare riduttiva. Essa non coglie pienamente la mutevolezza delle alleanze né la complessità del quadro politico e sociale dell’epoca, e finisce per oscurare il ruolo svolto da altri gruppi familiari che, soprattutto nei primi decenni del Duecento, contribuirono in maniera decisiva alla formazione delle prime fazioni cittadine.

Già nella prima metà del XII secolo, nel contesto degli scismi che travagliavano la Chiesa, si manifestarono a Viterbo tensioni e scontri tra due schieramenti. Da una parte si trovava un sodalizio di “nobili”, sostenitori dell’antipapa; dall’altra una più ampia compagine “popolare”, fedele al pontefice riconosciuto.[1] Quest’ultima raccoglieva i membri economicamente e socialmente emergenti della città – funzionari, possessores, mercanti e artigiani – mentre i nobili rappresentavano l’antica aristocrazia comitatina trasferitasi entro le mura urbane. Forti di residui poteri sui castra e sulle clientele rurali, questi ultimi cercavano di orientare a proprio vantaggio le scelte del nascente Comune. Le fonti sono avare di nomi e non rivelano quali lignaggi componessero questa ristretta consorteria, che nel giro di poche generazioni venne progressivamente esautorata e assorbita, anche attraverso strategie matrimoniali, nell’oligarchia civica.[2]

La prima menzione esplicita di famiglie rivali coinvolte in una faida compare nel 1196, quando le cronache ricordano che Pietro degli Alessandri incendiò una torre dei Fortisguerre.[3] Seguì un decennio di tumulti e baruffe intestine, le cui cause profonde rimangono oscure ma nelle quali si intravede già una contrapposizione tra forze anticlericali e gruppi più vicini al papato.[4] Non sorprende quindi che nel marzo del 1200 Innocenzo III minacciasse di privare Viterbo del vescovato se non fossero cessate le molestie contro gli ecclesiastici, né che nel 1205 imponesse la deposizione dei consoli e del camerlengo Giovanni Tignoso, accusati di eresia.[5]

Benincasa e i suoi figli

È in questo scenario che emerge un clan familiare destinato a giocare per qualche decennio un ruolo di primo piano e dalla collocazione politica piuttosto peculiare: i Nucci-Cocci. La rapidità con cui alcuni suoi membri entrarono nel ceto dirigente comunale e raggiunsero la carica di podestà in altre città dell’Italia centrale suggerisce che il profilo di questa famiglia si caratterizzasse per unire competenze militari a capacità giuridico-amministrative. Il suo prestigio poggiava inoltre su solide basi economiche: un discreto patrimonio fondiario e immobiliare e, probabilmente, attività mercantili, come lascia intuire la proprietà di un fondaco.[6]

Il capostipite fu Benencasa di Nuccio, morto intorno al 1230.[7] Nel 1222 lo troviamo podestà di Foligno, in un momento in cui nella città umbra si rafforzava il partito imperiale.[8] Ebbe tre figli – Pietro, Rosaprima e Cocco – e proprio da quest’ultimo discese il ramo più noto della famiglia. Suo figlio Giovanni fu infatti uno dei notabili più influenti della Viterbo dei primi decenni del Duecento. Nel 1202 ricoprì la carica di console insieme a Pietro Poli e Pietro Fortisguerre, e tornò a esercitarla nel 1212-1213;[9] tanto era il suo peso politico che alcune riunioni della curia consulum si tenevano nella sua stessa casa.

Giovanni Cocco podestà e i suoi famigli

Capace di coniugare forza, competenza tecnica e servizio politico, Giovanni Cocci fu chiamato nel 1214-1215 a esercitare la podesteria di Siena. In quell’occasione raccolse il giuramento di fedeltà al Comune dei capifamiglia dei borghi di Abbadia a Isola, Strove, Pieve a Castello e della villa di San Cimento. L’anno successivo fu podestà di Arezzo e, prima di lasciare l’incarico, assolse i Bostoli, nobili aretini di parte guelfa precedentemente banditi per l’occupazione del castello di Rondine.[10] Come tutti i podestà del tempo, Giovanni si circondava di una ristretta cerchia di collaboratori professionisti – la familia – composta da giudici, notai, cavalieri e guardie del corpo. Tra essi figurava anche il giureconsulto Johannes Viterbiensis, autore del Liber de regimine civitatum, una delle più importanti raccolte di dottrina podestarile del XIII secolo, nella quale affiorano apertamente simpatie ghibelline.[11]

Proprio in questi anni a Viterbo si andarono consolidando due schieramenti contrapposti. Il primo, egemonizzato dagli Alessandri, comprendeva Pietro di Nicola di Rispampani,[12] Rainiero Ghezzo[13] e Ghezzone di Sperante;[14] il secondo faceva capo a Giovanni Cocci e riuniva Bartolomeo Ponzo[15] e Tignoso di Landolfo, eponimo dei Tignosi.[16]

Nel 1218 Giovanni Cocci tentò di rovesciare con una sommossa armata i consoli in carica, ma l’iniziativa fallì per la pronta reazione di Rollando degli Alessandri e dei suoi sodali. L’ostilità tra le due parti non si placò. L’anno seguente Giovanni rimase ferito in un agguato teso dai rivali, che accusavano i Cocci di aver ampliato la facciata del loro palazzo in piazza San Salvatore fino a ingombrare la strada sottostante. L’episodio scatenò una nuova spirale di violenze – scontri armati, ferimenti e uccisioni – tanto che il podestà Mosca dei Lamberti[17] intervenne decretando l’esilio a Firenze di sei membri per ciascuna fazione. Il provvedimento, tuttavia, ebbe effetti solo temporanei.

La crisi si intrecciò presto con i conflitti regionali. Nel 1220 l’acquisizione del borgo di Centocelle[18] da parte del Comune aprì una fase di aperta ostilità con Roma e i suoi alleati.[19] I Cocci colsero l’occasione per ridefinire gli equilibri interni e si schierarono con il Senato capitolino.

La notte del 18 febbraio 1221, Nicola, figlio di Giovanni Cocci, con lo zio Ranuccio e Tignoso di Landolfo assalirono Pietro di Nicola nel castello di Rispampani;[20] superate le deboli difese, gli aggressori si impadronirono della rocca e gettarono Pietro in un pozzo; questi però venne provvidenzialmente salvato da alcuni suoi fedeli e, una volta liberato, riparò a Tuscania.

Assalto dei Cocci alle case degli Alessandri

Nei mesi successivi la violenza non fece che crescere e nel maggio del 1222 Nicola di Giovanni Cocci uccise Rainiero Ghezzo. Per sottrarsi alla vendetta degli avversari – indicati nelle cronache quattrocentesche con il nome di Brettoni – Cocci e Tignosi si asserragliarono proprio nell’usurpata rocca di Rispampani, ma furono ben presto assediati. Nonostante i tentativi di soccorso delle truppe romane, attive da tempo nel territorio circostante Viterbo,[21] l’11 novembre Pietro di Nicola riuscì a rientrare nella fortezza grazie al tradimento di un servitore dei Cocci. Nicola, Tignoso e dodici compagni furono feriti e costretti alla fuga. Intanto a Viterbo i Brettoni si vendicarono devastando le case dei Cocci[22] e abbattendo la loro torre principale, la Damiata,[23] che dominava l’ingresso della contrada di Borgolungo.[24]

Nel 1223 nuovi scontri portarono alla distruzione, per rappresaglia, di una torre dei Brettoni – la Petrella[25]– accanto alla chiesa di Sant’Antonino, nel cuore dei casamenti dei figli di Rollando di Veraldo, ascendente dei futuri Gatti. Nicola di Giovanni fu costretto all’esilio, ma già l’anno successivo il podestà – forse il romano Pandolfo della Suburra[26] – lo riammise in città. Nicola rinnovò allora la propria fedeltà al Senato di Roma e, grazie al suo denaro, ricostruì la torre Damiata, facendo incidere sulla facciata la sigla SPQR quale segno della protezione e dell’autorità capitolina.

Brettoni all’assalto della torre Damiata

Non passarono due anni che il conflitto riesplose. Nel gennaio del 1227 Nicola Cocci, il fratello Ranuccio e alcuni compagni irruppero nella casa degli Alessandri,[27] ferendo Rollando di Pietro e Ghezzone di Sperante. Seguì una feroce guerriglia urbana combattuta attorno alle fortificazioni delle due fazioni con assalti e lanci di pietre. A febbraio i Brettoni contrattaccarono con forza e riuscirono a strappare ai rivali alcune posizioni cruciali, tra cui la torre Beccaia di Bartolomeo Ponzo presso il ponte di Paradosso.[28] Colti di sorpresa da quella strategica perdita, nella notte del venerdì di carnevale Nicola Cocci e la sua famiglia abbandonarono precipitosamente il palazzo di piazza San Salvatore e si rifugiarono a Vitorchiano, città vassalla di Roma. Il giorno seguente,[29] rimasta indifesa, la torre Damiata fu demolita fino alle fondamenta.

Sconfitto, Nicola si recò a Roma, dove ottenne dal Senato capitolino promesse di sostegno e un risarcimento per i danni subiti. Forte di tali assicurazioni tornò a Viterbo, ma l’appoggio romano rimase soprattutto formale: qualche ammonimento ai viterbesi per la distruzione della torre, senza interventi concreti. In quello stesso anno, i Brettoni si prepararono allo scontro decisivo; dopo aver neutralizzato le ultime roccaforti dei Cocci – tra cui le torri Beccaia e Spagnuola[30] – affrontarono i rivali in battaglia aperta. Lo scontro fu sanguinoso: si contarono una cinquantina di morti e tra essi lo stesso Nicola Cocci, il cui corpo venne fatto a pezzi.[31] La notizia dell’assassinio di Nicola, riportata solo nelle cronache di Della Tuccia, è tuttavia smentita da un documento del febbraio del 1233 in cui si menzionano, quali testimoni sottoscrittori di una donazione, Giovanni Cocci e suo figlio Nicola.[32]

Secondo la storiografia più recente, a quel punto l’alleanza con i Tignosi era ormai logorata. A pesare sulla rottura fu probabilmente il legame sempre più stretto dei Cocci con Roma, avvertito da ampi settori della cittadinanza come un asservimento pericoloso per l’autonomia politica della città. Ed in effetti in quegli anni le truppe capitoline continuavano a premere sul territorio viterbese: nel 1228 avevano assediato il castello di Monte Monastero e Barbarano Romano, spingendosi fino alle porte di Viterbo e occupando il castello di Respampani; l’anno seguente anche il castello di Alteto, da poco acquistato dai Tignosi, era stato costretto a difendersi dagli attacchi romani.

Per oltre un quinquennio Viterbo fu costretta a fronteggiare queste incursioni e, contemporaneamente, a reprimere con le armi i tentativi di alcune città vicine di sottrarsi alla sua egemonia. In tale frangente il Comune chiese aiuto a Federico II, che nel 1231 inviò una squadra di cavalieri guidata da Rinaldo di Acquaviva, poi nominato podestà. Per spezzare questo pericoloso rapporto con l’Impero, papa Gregorio IX favorì nel 1233 una pacificazione tra Viterbo e Roma, sancita da un accordo che di fatto riconosceva la supremazia del Senato capitolino.

I Cocci ricevono l’indennizzo da papa Gregorio IX

Fu in questo contesto che i Cocci poterono rientrare in città e ricostruire le loro case grazie a un indennizzo di 2.500 libre di provisini riconosciuto dal pontefice.[33] Un atto del 3 giugno 1233 mostra che a beneficiare del risarcimento furono Giovanni Coccus,[34] suo zio Ranuccio di Giovanni – che ne era anche curatore – e alcuni esponenti di famiglie minori, probabilmente anch’essi coinvolti nelle violenze del 1227.[35]

Negli stessi anni in città emerge anche la figura di Iacopo Nucii, appartenente all’altro ramo della famiglia, quello discendente di Pietro di Nuccio, fratello di Benencasa. Già balivo comunale nel 1225[36], Iacopo fu bandito da Viterbo – forse per simpatie ghibelline – come attestano documenti notarili del 1232 e del 1234; ma già nel gennaio del 1235 lo ritroviamo riammesso in città e partecipe a un atto di donazione inter vivos.[37]

La torre Beccaia presso il ponte di Paradosso

Nel 1234 Gregorio IX scomunicò i vertici del Senato romano per l’occupazione di alcuni castelli soggetti alla Chiesa, tra cui Montalto di Castro. Rifugiatosi a Rieti, il papa sciolse le città del Patrimonio dal giuramento di fedeltà a Roma e le chiamò a una coalizione armata. Anche Federico II aderì all’iniziativa e giunse a Viterbo, dove si unì alle forze pontificie guidate dal cardinale Raniero Capocci. Insieme assediarono la rocca di Respampani, ma la resistenza degli occupanti li costrinse a ritirarsi. Poco dopo le milizie romane contrattaccarono fino alle mura della città; nello scontro decisivo dell’8 ottobre, tuttavia, il podestà imperiale Guglielmo di Fogliano riportò una netta vittoria con truppe tedesche e viterbesi.[38]

Mentre questi eventi agitavano le campagne circostanti, all’interno della città il partito antiromano tornò ad accanirsi contro le case e le torri dei Cocci, accusati di tradimento. Nonostante ciò, la famiglia conservò ancora per qualche tempo un peso sociale e politico rilevante, forse grazie alla capacità di inserirsi nel movimento ghibellino che nel 1237 portò alla nomina a balivo del Comune di Ildibrandino di Borgognone.

Quando nel febbraio del 1240 Federico II ricevette l’omaggio di Viterbo, impose che Ranuccio di Giovanni e suo nipote Giovanni di Nicola Cocci si riconciliassero con i Brettoni. Durante la rivolta guelfa del 1243 le cronache non attribuiscono ai Cocci un ruolo attivo, ma ricordano che il cardinale Capocci fece abbattere la torre del palazzo di Ranuccio e un’altra sua torre a Pianoscarano, a monito delle guarnigioni ghibelline arroccate nel castello di San Lorenzo.[39]

Nel 1246 una grave carestia colpì la città e il contado. In quello stesso periodo Ranuccio compare, tra il settembre 1246 e il marzo 1247, come rector del Comune insieme al guelfo Raniero Gatti e ad altri due cittadini: segno che la famiglia non era stata esclusa dalla vita politica e che, anzi, si era progressivamente allineata all’orientamento filopapale.

Nella primavera del 1247 le fazioni cittadine giunsero a una pacificazione e i Cocci furono tra i protagonisti della mediazione: due rettori del Comune, Azzolino e Giovanni da Ferento, con il consenso di Raniero Gatti e di Ranuccio di Giovanni Cocci, si recarono fino al ponte Foffiano per trattare con gli avversari accampati alle falde del monte Palanzana.[40]

Federico II impone la pacificazione delle fazioni

Negli anni successivi la famiglia continuò a comparire nelle fonti, sebbene con un ruolo sempre meno incisivo. Dopo una breve egemonia ghibellina conclusasi con la redazione dello statuto comunale del novembre 1251,[41] i rapporti tra Viterbo e il papato furono ristabiliti nella primavera del 1252 per volontà di Innocenzo IV. Il 6 maggio 1253 il legato pontificio concesse l’assoluzione ai cittadini colpiti da scomunica per le loro precedenti scelte filoimperiali: tra essi figurano Iacopo di Pietro Nucci[42] e Nicola di Federico, anch’egli appartenente alla stessa linea di sangue dei Nucci.[43] Per suggellare la concordia venne disposto anche un complesso sistema di matrimoni tra famiglie rivali: Gatti, Petriboni, Paltoneri, Ebriaci, Fortisguerra e Tignosi;[44] nell’arbitrato stipulato dalle parti compare ancora Iacopo di Pietro Nucci in qualità di balivo comunale assieme a Raniero di Giovanni Tignoso.

Iacopo Nucci ambasciatore di Viterbo a Roma

Ritroviamo, infine, Iacopo nel gennaio del 1261 come sindaco e ambasciatore del Comune presso la corte papale in Laterano. In quell’occasione egli comunicò ad Alessandro IV la decisione di Viterbo di non aderire alla lega militare che il pontefice intendeva costituire per difendere il ducato di Spoleto contro Manfredi di Svevia. Il papa protestò per quella decisione e chiese che la città prestasse giuramento dopo aver sostituito l’ambasciatore; tuttavia, l’ostinazione dei viterbesi e altre difficoltà sopraggiunte fecero fallire il progetto di difesa pensato da Alessandro IV.

Nei decenni successivi il nome dei Cocci e dei Nucci scompare progressivamente dalla documentazione cittadina. Probabilmente, con la morte delle figure che avevano guidato la famiglia nella prima metà del secolo, vennero meno anche le condizioni che ne avevano favorito l’ascesa. La scena era ormai occupata da una nuova aristocrazia comunale che, dominata dai Gatti, finì per relegare i precedenti lignaggi ai margini della vita politica. Quando il cognome riaffiora nelle fonti nell’ultimo scorcio del Quattrocento lo fa in un contesto assai diverso: appartiene ai fratelli Anselmo e Tommaso “alias Cocco”, di professione macellai, la cui famiglia era ascritta al patriziato viterbese dal 1434 e che in un successivo atto del 1577, una fede di nobiltà, rivendicava una discendenza da Benencasa di Nuccio.[45] Più che una prova di effettiva continuità genealogica, il richiamo sembra rispondere alle consuete strategie di legittimazione nobiliare proprie di questo tipo di attestazioni: l’evocazione di un antenato illustre a sostegno dello status familiare. L’episodio appare dunque come l’eco tardiva di una memoria genealogica.

 

di Sermarcus Demontfort

Ricostruzione delle linee di discendenza

fonte: Alba Pagani Viterbo nei secoli XI-XIII Spazio urbano e aristocrazia cittadina

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[1] Negli anni ’30 del XII secolo i nobili viterbesi appoggiavano l’antipapa Anacleto nonostante la maggioranza della città parteggiasse per papa Innocenzo II. Come rappresaglia contro l’imperatore Lotario, militarmente schierato con Innocenzo, nel 1137 i nobili avevano distrutto il borgo di S. Valentino e Foro Cassio; quando Enrico “Il Fiero”, genero dell’imperatore, giunse alle porte di Viterbo, i nobili ribelli si sottomisero dopo aver pagato un notevole riscatto. Annalista Saxo, Mon. Germ. Hist., Script. VI, p. 773, 34-39 e Ciampi, Cronache e Statuti, p. 289. Nel 1177 i nobili, spronati dal Prefetto Giovanni, furono protagonisti di una velleitaria insurrezione contro papa Alessandro III e il partito popolare viterbese. Inferiori di forze, i nobili chiesero soccorso al Senato Romano, che inviò milizie a saccheggiare le campagne senza, tuttavia, aggredire Viterbo; grazie alla mediazione del papa, il Prefetto abbandonò i ribelli viterbesi che furono costretti a rinunciare ai loro propositi di rovesciamento degli equilibri cittadini. C. Pinzi, Storia della città di Viterbo, I, p. 185.

[2] Questa partizione trova una possibile eco nella composizione della magistratura consolare del 1148, distinta in sei consules de comuni populo e quattro consules de militia. Con il termine milites si indicavano i possessori di armi e cavalli spesso legati a tradizioni signorili e a rapporti con il potere imperiale o papale. Da notare che appena dieci anni più tardi tale bipartizione non è più presente e si registra un collegio indistinto del quale fanno parte anche due consoli, Nicolaus de Tafuro e Rolandus Aldibrandini de Falco, i cui probabili ascendenti erano presenti nell’uno e nell’altro gruppo sociale del 1148. N. Kamp, Istituzioni comunali in Viterbo nel medioevo, p. 8.

[3] A scatenare lo scontro era stato l’incendio di una torre dei Fortisguerre per mano di Pietro degli Alessandri. I. Ciampi, Cronache e Statuti, p. 11.

[4] Nel 1204 i Fortisguerre, al comando di cento uomini, avevano assaltato una torre, detta Pretavenna, appartenente ad una famiglia avversaria.

[5] G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, II, cap. III, p. 158.

[6] Anno 1233 “Actum est hoc Viterbii, in fundico Iohannis Cocci”. C. Buzzi, Liber Quatuor Clavium, p. 162.

[7] Nuccio è un nome piuttosto diffuso nel medioevo nato come diminutivo (ipocoristico) o tramite aferesi, cioè dalla caduta della sillaba iniziale non accentata di altri nomi (Antonuccio, Giannuccio, Ranuccio, ecc. …).

[8] N. Kamp, Istituzioni comunali in Viterbo nel medioevo, p. 38, n. 206.

[9] Durante il secondo mandato, gli altri consoli erano Geico preceptor e Paltoniero.

[10] AAVV, La Badia di S. Gennaro a Capolona, una storia millenaria, p. 31.

[11] E. Faini, I notai e la costruzione dell’identità fiorentina entro il 1260: prime indagini, p. 24, n. 32.

[12] Sebbene avesse mantenuto il controllo del castello nell’agro viterbese, la famiglia di Pietro si era inurbata e possedeva un palazzo in piazza S. Silvestro.

[13] Probabilmente si tratta del figlio di Geico, console a più riprese dal 1188 al 1213.

[14] Esponente di una famiglia che nel XIII secolo sarà sempre alleata dei Gatti.

[15] Una nipote, Belfos, era sposata ad un Finaguerre.

[16] Nel 1216 era insorto contro i membri del consolato, dei quali le fonti non riportano i nomi.

[17] Apparteneva alla potente famiglia ghibellina dei Lamberti di Firenze. Fu podestà di Viterbo nel biennio 1220-1221. Appare nell’Inferno della Divina Commedia tra i seminatori di discordie, in quanto accese a Firenze la divisone tra guelfi e ghibellini. Durante la sua attività podestarile dovette guadagnarsi la benevolenza di papa Onorio III che gli affidò il governo dei castelli di Radicofani, Proceno e Acquapendente dopo averli sottratti ad un mariscalco teutonico.

[18] La città di Centocelle, situata su una collina alle propaggini dei Monti della Tolfa, aveva contratto un pesante debito con Corneto e per dissolvere quell’obbligazione aveva preferito vendere i suoi beni a Viterbo e porsi sotto la sua protezione.

[19] Le cronache ricordano che nel 1221 i capitolini assediarono la città e che, dopo aver resistito, i viterbesi si vendicarono saccheggiando le campagne attorno a Corneto, alleata di Roma.

[20] I resti del castello sorgono sulla via Clodia, nei pressi del torrente Traponzio, affluente del Marta. Databile intorno alla seconda metà dell’anno Mille, nel 1170 parte del suo territorio venne donato dal conte Guitto di Vetralla al Comune di Viterbo. Alla fine del XII secolo venne occupato da due cavalieri, Guido e Nicola, che lo utilizzarono come base per le loro scorrerie. Nel 1211 in seguito alla sconfitta di Corneto per mano dei viterbesi, i discendenti di Nicola entrarono in possesso definitivo del castello.

[21] Nei primi mesi del 1222, i romani avevano assaltato la rocca S. Pietro in lapidum, fortificazione viterbese prossima a Bomarzo, fra Mugnano e Colle Casale, ma dovettero abbandonare l’impresa all’arrivo di duemila cavalieri mandati da Federico II su sollecitazione di Onorio III.

[22] L’episodio è descritto nella cronaca di Francesco D’Andrea: li Brectoni scarcharno la torre grande di Ioanne de Coccho che stava nella casa sua.” P. Egidi, Le Croniche di Viterbo, p. 17.

[23] Secondo alcuni storici locali il nome era stato attribuito a memoria della presa da parte dei crociati della torre di Damietta posta a presidio dell’omonimo porto egiziano (1218). Per motivi linguistici e fonetici, la città di Damietta viene indicata come Damiata (o talvolta Damata, Damiette in francese antico) in molti documenti medievali, incluse cronache storiche e documenti delle cancellerie europee. Anche Dante Alighieri nell’Inferno (Canto XIV) scriveva: “Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, che tien volte le spalle inver’ Dammiata e Roma guarda come suo speglio…“.

[24] L’esatta ubicazione della torre è stato oggetto di varie congetture. C. Pinzi, Storia della città di Viterbo, I, p. 269, la colloca all’angolo tra l’attuale via Pietra del Pesce e piazza S. Carluccio. Nella Istoria della Città di Viterbo, L. Bussi sostiene, invece, che piazza di S. Maria Nuova (anche detta del Salvatore) un tempo si chiamava Damiata “in riguardo di una famosa torre di tal nome, che ivi era, spettante alla Nobile Viterbese Famiglia di Cocco”.

La cronaca seicentesca di D. Bianchi, Istoria di Viterbo, p. 96, indica che i resti della torre erano presso l’orto di S. Bernardino, tra piazza S. Carluccio e l’imbocco di via S. Pellegrino, non lontano dal palazzo che nel XVII fu sede dell’ospedale dei convalescenti, poi brefotrofio. N. Angeli, Viterbo e le sue torri, p. 66.

[25] Era posta sulla Strada Romana, l’attuale via La Fontaine.

[26] A cavallo tra il 1199 e il 1200 e nel 1203 ricoprì la carica di senatore di Roma. fu podestà di Perugia negli anni 1209-10, 1217-18 e di Viterbo nel 1223 e almeno fino all’aprile dell’anno successivo.

[27] Si tratta del caseggiato che tutt’oggi si affaccia su piazza S. Pellegrino.

[28] Se ne scorge una porzione nell’architettura dell’edificio in via delle Caprarecce 5. N. Angeli, Viterbo e le sue torri, p. 63.

[29] Così riportano le cronache quattrocentesche. Considerando che nel 1227 era in vigore il calendario giuliano, doveva trattarsi del 20 febbraio.

[30] Non si conosce la collocazione di questa fortificazione; tuttavia nelle sue Memorie, Padre Pio Semeria annotava che a piazza della Morte esisteva una Casa Spagnola (inizio del XIX secolo). M. Galeotti, L’illustrissima Città di Viterbo, p. 607.

[31] I. Ciampi, Cronache e Statuti, p. 17.

[32] Actum est hoc Viterbii, in fundico Iohannis Cocci, coram testibus rogatis et subscriptis Iohanne Cocci, Nicolao eius filio et Guarino. C. Buzzi, Liber Quatuor Clavium, p. 162. Verosimilmente nel giugno dello stesso anno sia Nicola che il padre Giovanni dovevano essere morti in quando non vengono citati nell’atto con cui Gregorio IX risarciva la famiglia Cocci. Ipotesi questa che viene meno se si riconoscesse in Nicola di Giovanni il Nicolao çocto testimone nel novembre 1235. Ibidem, p. 271.

[33] P. Fabre, Le liber censuum de l’eglise romaine, I, p. 477. Denaro d’argento, originariamente coniato dai conti di Champagne a Provins, Francia, che divenne una valuta dominante a Roma e in Italia centrale tra il XII e il XV secolo. Altri 2.000 lire senesi furono versate dal papa per la ricostruzione di Vitorchiano, danneggiata dalle incursioni dei viterbesi nel 1232.

[34] Giovanni Coccus era lo stesso personaggio che nella pacificazione del 1240 è indicato da Della Tuccia come “figlio di Nicola Cocco; qual Nicola era stato morto crudelmente dai viterbesi”. I. Ciampi, Cronache e Statuti, p. 19. In un atto datato 9 settembre 1238 Ranuccio Iohannis Cocci et Iohanne Cocci eius nepote sono fideiussori del Comune. Margheritella, doc. 30, p. 76.

[35] Sono nominati i De Stramo, i fratelli De Valle, la famiglia Spinelli, Scangius da Milano e i discendenti di Leonardo Tebaldi. Tra i beneficiari risulta anche un Giovanni di Pietro Cocci, probabilmente il figlio di un altro fratello di Ranuccio.

[36] La prima menzione di questa carica comunale risale al 1213. Si trattava di un magistrato nominato dalle Arti che alle funzioni giudiziarie aggiunse negli anni la supervisione (arbitrium) del podestà e dei consoli. Lo Statuto del 1251-52 ne rafforza i poteri di vigilanza e controllo sugli organi esecutivi e sancisce la sua funzione di contrappeso politico. Un simile consolidamento della figura del balivo è spiegabile solo ipotizzando una collaborazione tra emergente populus, organizzato in Arti, e vecchia aristocrazia urbana coesi nella comune rivendicazione di autonomia dai podestà imposti da papato e impero.

[37] 20 febbraio 1232 “Iacoppus alius filius quondam dicti Petri Nucii non venit, quia non est in civitate nec audet venire, cum sit a curia Viterbii exsbanditus”. 20 maggio 1234 “Iacob vocatus non fuit, quia est exsbanditus communis Viterbii”. C. Buzzi, Liber Quatuor Clavium, pp. 103, 128 e 263.

[38] “Caddero poi, da una parte e dall’altra, fino a trentamila uomini armati; tuttavia i Romani subirono una strage maggiore, poiché, con le schiere disperse, si rifugiarono precipitosamente nella loro città”. Così recita la cronaca, non senza esagerazioni, del monaco benedettino Ruggero di Wendover, in Liber qui dicitur Flores Historiarum.

Il lucchese Sercambi, in Croniche, scriveva: “L’anno MCCXXXIIII …  li Romani funno  scomficti  da’  Viterbesi e  da  papa  Grigorio,  che  era  in  Viterbo,  e  dallo imperadore  Federigo che era  contra  li  Romani  in  servigio  del  papa.  E funnone morti e presi assai, e questo fu d’ octobre”.  I cronisti viterbesi posticipano erroneamente gli eventi al 1235.

[39] “… per cagione che detto Ranuccio era amico dell’imperatore”. I. Ciampi, Cronache e Statuti, p. 24.

[40] P. Egidi, Le Croniche di Viterbo, p. 81. La pace tra guelfi e ghibellini viterbesi avvenne l’otto maggio 1247. G. Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, II, cap. X, p. 209, n. 42.

I nomi dei rettori citati nelle cronache non coincidono con quelli risultanti nello stesso mese dagli archivi comunali. Raniero Gatti e Ranuccio di Giovanni Cocci furono rettori, insieme a Giovanni di Ferento e Jacopo del Rosso, fino a marzo 1247; a maggio il collegio era composto, invece, da Azzolino Clarimboldi, Giovanni di Ferento, Giovanni Monti e Scagno di Gregorio. Probabilmente, i cronisti frammischiarono i nomi dei rettori. N. Kamp, Istituzioni comunali in Viterbo nel medioevo, p. 80, n. 77. Diversamente, si dovrebbe immaginare che Raniero e Ranuccio contribuirono alla pacificazione non come magistrati in carica, ma in forza della loro influenza.

[41] Benché s’intitolasse a Papa Innocenzo IV, lo Statuto conteneva molte disposizioni in favore della parte ghibellina.

[42] Nel luglio-gennaio 1242 ricoprì la carica di sindaco del Comune. N. Kamp, Istituzioni comunali in Viterbo nel medioevo, p. 105.

[43] In un atto del novembre 1236 è detto che Nicola di Federico e di Iacopo di Pietro condividevano l’avo Nuccio.  C. Buzzi, Liber Quatuor Clavium, p. 214.

[44] Lodiamo, giudichiamo e ordiniamo, sotto il bando e la pena aggiunta negli stessi compromessi, affinché la pace tra le parti goda di perpetua stabilità, che il signore Guido Petriboni e Angelo diano Teodora, loro figlia, in moglie a Visconti, figlio di Rainerio Gatti.

Parimenti, che il signore Rainerio Gatti dia e consegni Latina, sua figlia, in moglie a Petruccio, figlio del signore Guido Petriboni.

Tebalduccio, Pandolfo e Pietro Tineosi diano e consegnino la signora Burgugnissa, figlia del fu signore Burgugnone Paltoneri, loro nipote, in moglie a Petruccio, figlio del signore Pietro Cintii, figlio del signore Gerardo Ebriaci.

Parimenti, che il signore Monaldo dia e consegni in moglie Monaldesca, figlia del fu Fortisguerra, nipote dello stesso Monaldo, a Raibertuzio, figlio del signore Tedelmario, figlio del signore Tineoso Landulfo. Archivio Com. Vit., perg. n. 83

[45] M. Signorelli, Le Famiglie nobili viterbesi nella storia, p. 47 e N. Angeli, Famiglie viterbesi, p. 157. Famiglia di commercianti e speziali, nel XVI secolo ebbe anche membri di un certo rilievo sociale. I due rami principali si estinsero alla fine del ‘600.