
L’antichità della chiesa viterbese di S. Faustino è drasticamente dissimulata dal “restyling” impostole nel Settecento dall’invadente gusto per l’architettura neoclassica. In realtà la struttura originaria del tempio risale al XII-XIII secolo e la sua prima menzione è contenuta in una pergamena dell’archivio comunale datata anno 1226. L’impianto originario, in stile tipicamente romanico, era costituito da tre navate, delle quali la centrale era compresa tra una duplice fila di cinque tozze colonne sormontate da capitelli e collegate da ampie arcate a tutto tondo, a un ritmo di sei per lato. Della struttura medievale oggi non rimangono che rare tracce: i resti di una colonna rimasta inclusa nel primo pilastro architravato della navata di sinistra, i contorni delle antiche monofore murate sulla facciata e i segni di una serie di archetti che marcano la parete del grande ambiente a botte adiacente alla navata di destra.
Ma quello che qui ci interessa indagare non è tanto l’antichità della chiesa o le preziose testimonianze artistiche e storiche in essa custodite, quanto l’originale titolazione e le possibili relazioni con la storia della città. Innanzi tutto è bene chiarire che, sebbene oggi sia comunemente indicata come chiesa di S. Faustino, la titolazione completa e corretta è “dei SS. Martiri Faustino e Giovita”.
Questi eroi della primitiva fede cristiana sono praticamente estranei alla tradizione religiosa della Tuscia ma riscuotevano (e ancor oggi riscuotono) una profondo successo devozionale nell’Italia settentrionale, soprattutto a Brescia, città della quale sono i patroni. Nel corso del Medioevo il loro culto si diffuse anche nel resto dell’area lombarda (Valtrompia, Valcamonica, comasco e milanese), nel Trentino, nel veronese e in Emilia (Parma, Modena, Sorbolo, Rubiera e Fidenza). Infrequenti, e per lo più d’epoca molto posteriore, le chiese dedicate nel resto della penisola ai due santi associati (quella di Roma venne fondata sul lungotevere nella metà del XVI secolo dalla confraternita dei Bresciani e fu demolita nel 1880).
Secondo alcuni studiosi, il fervore cultuale per i due martiri venne importato a Viterbo attraverso le maestranze lombarde richiamate dai numerosi cantieri edili aperti in città intorno all’anno Mille. I cronisti quattrocenteschi ci informano, in effetti, che alla fine del secolo XI arrivò a Viterbo una “grande quantità de Lombardi, homini nobilissimi e gagliardi e saggi” che stabilirono la loro dimora lungo la direttrice che dal castello di S. Lorenzo conduceva alla porta di Sonza (dall’attuale piazza del Plebiscito fino al corso Italia). Al contrario, non vi sono riscontri circa la presenza, in quegli anni, di colonie lombarde sul colle di S. Faustino; sappiamo, invece, che questa contrada fu popolata molto più tardi, solo intorno alla metà del 1100, da famiglie per lo più composte da agricoltori e piccoli artigiani. Non a caso la prima cappella di cui si ha memoria nella chiesa è quella istituita nel 1314 dal “calzolaio” Venturella; non ci sono, invece, documenti che attestino la fondazione di altari per iniziativa di fratellanze lombarde o di maestri comacini: bisognerà attendere il XVI e XVII secolo per avere qualche sporadica notizia sull’Arte dei muratori che officia in S. Faustino.
Si può, allora, ipotizzare che il culto per i SS. Faustino e Giovita fu veicolato nella Tuscia già nel VII secolo ad opera dei longobardi. Furono proprio loro, infatti, ad elaborare la prima leggendaria storia dei soldati-martiri Faustino e Govita e a diffonderla in tutti i loro domini peninsulari. Diffusione che si consolidò anche grazie all’abate di Montecassino Petronace, un longobardo originario di Brescia, che portò nel monastero ciociaro la reliquia del braccio di S. Faustino.

Quanto al rilievo della presenza dei longobardi nel viterbese, basterà ricordare che proprio questa terra costituiva l’avamposto meridionale del loro regno e che la difesa del confine col Ducato Romano era incentrata sui “castra” di Tuscania, Vetralla, Viterbo e Bagnoregio. Inoltre, nell’area cimina, l’antico abitato del “Vico Palanzana” divenne feudo del monastero bresciano di S. Giulia, del quale era badessa Anselperga, figlia del re longobardo Desiderio. Anche dopo il crollo della corona longobarda per mano di Carlo Magno (774), le comunità longobarde continuarono a vivere nelle città e nelle campagne della Tuscia. Seguì un inevitabile processo di contaminazione culturale con le popolazioni locali che lasciò tracce profonde nel sostrato linguistico, nell’ordinamento amministrativo, nel sistema legislativo (nello Statuto Comunale di Viterbo del 1251 viene richiamato il matrimonio secondo lo jure lumbardo e nel Liber quatuor clavium, della fine del XII secolo, si trovano ancora menzionati il morgengab e la meta), nella toponomia dei luoghi e, non ultima, nella particolare predilezione per il culto di alcuni santi, come S. Salvatore, San Donato e, soprattutto, S. Michele Arcangelo. Alcuni di questi gruppi di ascendenza germanica seguirono il grande flusso migratorio che tra il XI e il XII secolo portò a Viterbo molta gens nova. Probabilmente, avevano un ceppo longobardo anche alcune delle famiglie ferentane inurbate a Viterbo dopo la distruzione della loro città avvenuta nel 1172. Fu all’incirca in quello stesso periodo che nacque e si sviluppò la contrada di S. Faustino, la cui omonima chiesetta, è lecito immaginare, venne fondata su iniziativa di qualche consorzio di maggiorenti immigrati da Ferento e legati alla devozione dei martiri transpadani.
A proposito del martirio di Faustino e Giovita, la Legenda Maior redatta nel periodo longobardo narra che vennero decapitati per la loro instancabile opera di evangelizzazione sotto l’imperatore Adriano (II sec. d.c.). I due santi sono descritti come fratelli nati intorno al 90 d.c. a Sarezzo, nel bresciano, entrambi soldati appartenenti all’ordine equestre che, a seguito delle predicazioni del vescovo Apollonio, si convertirono al cristianesimo diventando, rispettivamente, presbitero e diacono. L’aspetto più interessante delle primissime annotazioni agiografiche (V secolo) è che il secondo dei due santi viene indicato come Ioventiae e Iuventiae, ossia Giovenza: si tratterebbe, cioè, di una donna. Il martirologio di Usuardo è ancora più esplicito e indica: Faustini et Ioviae virginis! Evidentemente questa componente femminile cadde nell’oblio quando, a partire, dal VIII secolo, venne costruita la complessa passio ufficiale; probabilmente l’affermarsi dell’immagine dei fratelli soldati meglio rifletteva l’etica guerriera e la centralità del vincolo familiare caratteristici della tradizione longobarda.
articolo curato da Sermarcus Demontfort