E’ l’alba del 14 giugno dell’anno del Signore 1419 e la compagnia del capitano di ventura Muzio Attendolo Sforza ha lasciato il bivacco presso Ferento, dove ha trascorso la notte, per riprendere la strada che conduce alle porte di Viterbo. Lo Sforza sta rientrando dall’agro montefiasconese dove, su commissione di papa Martino V, ha cercato, senza trovarlo, il contatto con la brigata di Braccio da Montone, il condottiero umbro che da qualche tempo sta tiranneggiando i paesi ad ovest del Tevere.
In Italia i primi decenni del XV secolo sono caratterizzati da grandi contrasti e da radicali mutamenti politico-sociali. E’ una stagione di transizione in cui il mondo medievale, con i suoi schemi e i suoi riferimenti, sta tramontando mentre un mondo nuovo si schiude alla storia non senza contraddizioni e violenza.
Il papato e l’impero, le due forze trainanti della civiltà medievale, sono entrati in una crisi irreversibile; nel frattempo i nuovi stati regionali, nati dal rafforzamento delle maggiori signorie locali, si danno continua battaglia per il predominio sulla penisola. Per i loro progetti di espansione, Venezia, Firenze, lo Stato pontificio e il regno di Napoli ricorrono ad eserciti mercenari, a capitani di ventura che, pur di ritagliasi effimeri spazi di potere, si offrono al miglior offerente.
E’ la mattina del 14 giugno, si diceva, e l’armata di Muzio Attendolo ha quasi raggiunto Viterbo quando nei pressi di Piscin di Polvere cade in un’imboscata ordita da Braccio di Montone e favorita dal tradimento di Niccolò Orsini di Pitigliano. Gli sforzeschi sono in rotta, molti sono fatti prigionieri e solo un drappello, guidato dallo stesso Muzio Attendolo, riesce a sfuggire riparando a Viterbo attraverso porta S. Sisto.
Seguono giorni d’estenuanti attacchi portati da Braccio e dal suo alleato Angelo di Lavello (detto il Tartaglia), le cui truppe sono accampate sul piano di Riello. Ma i tentativi di violare le mura sono sempre respinti dalle milizie viterbesi e sforzesche. Lo Sforza riesce persino ad imbastire una controffensiva: lascia la città assediata e, con un colpo di mano, libera i compagni tenuti prigionieri sull’isola martana; quindi si da al saccheggio dei domini di Braccio nella valle teverina così che gli assedianti, privi di approvvigionamenti, sono costretti a levare il campo da Viterbo e far ritorno in Umbria.
In questi quindici giorni di combattimenti e baruffe si distingue per coraggio e lealtà un ufficiale dello Sforza, un certo Riccio da Viterbo. E’ lui il protagonista di ripetute ed audaci sortite nel campo dei nemici; ed è sempre lui il paladino degli assediati che umilia in duello un uomo del Tartaglia trapassandogli la spalla con un colpo di spada.
Quando alla fine d’agosto Braccio e Tartaglia tornano ad insidiare la città, è ancora la risoluta guida di Riccio che permette alle difese di reggere all’urto il tempo necessario affinché lo Sforza possa accorrere da Roma con i rinforzi. Viterbo è salva e le sue milizie, assieme agli sforzeschi, si riversano contro Montefiascone, roccaforte braccesca nella Tuscia.
Un personaggio misterioso e affascinante questo Riccio, di cui si conoscono poche notizie ma tutte concordi nel sottolinearne l’ardimento e lo spirito cavalleresco. Di lui sappiamo che era originario di Viterbo, città che tra il XIV e XV secolo diede i natali a molti condottieri, come il grande Pietro Paolo Braga, conte di Policastro e marchese di Crotone, o i meno celebrati Santoro Pierciotto, Paolo della Fornaia di Pianoscarano, Pietruccio e Giovanni della Caldussa e il Petacchia.
Alcuni studiosi ascrivono Riccio ad un ramo cadetto dei Capocci, titolata famiglia che contò illustri prelati ma anche uomini d’azione, come il masnadiero Turella, che nel 1317 strappò il castello di S. Savino (Tuscania) agli Orsini.
Probabilmente il Riccio è lo stesso “valente conductier di gente d’arme” citato dai cronisti viterbesi del Quattrocento col soprannome di Capoccino: facile dedurre che il nomignolo alludesse alla nobile ascendenza. Lo storico viterbese Giuseppe Signorelli non ha dubbi e lo identifica con Angelo Capocci.
Il cronista quattrocentesco Iuzzo, precisa inoltre che il condottiero era anche detto “Riccio della Chiara” per via del nome della madre; ciò sottintende forse ad una provenienza popolana oppure ad una condizione di figlio illegittimo, di “bastardo” come si diceva all’epoca.
Non mancano i tentativi di collegare il luogotenente sforzesco con Riccio de’ Capocci, il cittadino viterbese che la notte del 21 dicembre 1413, assieme a Paolo Orsini e l’abate Lanciotto, innescò una sollevazione contro la famiglia Gatti. Si tratta, tuttavia, di un curioso caso di omonimia. Infatti, il golpe fu presto soffocato e questo Riccio de’ Capocci fu immediatamente impiccato «all’anello del palazzo del Podestà»: la notizia è riportata da un testimone oculare d’eccezione, Niccolò della Tuccia che all’epoca dei fatti ha tredici anni. E’ del tutto evidente, allora, che non può trattarsi della stessa persona che sei anni più tardi avrebbe difeso la città da Braccio di Montone.
Oltre alla supposta appartenenza alla casata dei Capocci, della vita di Riccio da Viterbo si conosce anche qualche altro sporadico dettaglio legato alle sue gesta militari in giro per la penisola.
L’inizio della sua carriera è indissolubilmente legato all’astro degli Sforza. Probabilmente è già affiliato alla compagnia di Muzio Attendolo (all’epoca legato agli Estensi di Ferrara) quando nei primi anni del ‘400 si mette in mostra contro le milizie di Ottobono Terzi, sanguinario signore di Parma. Riccio segue lo Sforza anche quando questi è ingaggiato dall’antipapa Giovanni XXIII e, più tardi, dai sovrani di Napoli.
Dopo l’assedio di Viterbo in cui, come descritto, ha modo di mettersi in luce per il suo valore, Riccio è in Calabria (1421) al seguito di Francesco Sforza, figlio di Muzio Attendolo, chiamato ad organizzare la nobiltà locale contro gli Aragonesi. Qui la notizia, poi rivelatasi un inganno, che lo Sforza è rimasto ucciso, causa l’immediato sbandamento della brigata; molti ufficiali si ammutinano e passando al nemico, tra essi Riccio della Chiara e l’inseparabile Fiasco di Giraso, l’amico di mille battaglie che alcuni atti dicono aver acquistato la cittadinanza viterbese. Sconfitti da Francesco Sforza nella battaglia di Cosenza, Riccio e gli altri ribelli sono però perdonati e vengono reintegrati nei ranghi della compagnia.
Dopo i fatti di Calabria, la spada di Riccio serve, seppur brevemente, anche Braccio di Montone, l’avversario di sempre che non ha mai perso la speranza di guadagnarlo alla sua bandiera. Questo voltagabbana non deve meravigliare; la storia di tutti i capitani di ventura è costellata di continui cambi di fronte. D’altro canto il mestiere del condottiero è regolato da un contratto chiaro: al termine del periodo di ferma le parti sono svincolate e il soldato è libero di accasarsi presso il miglior offerente.
Ormai Riccio non è più solamente il fratello d’armi degli Sforza, il valoroso guerriero cui è affidata una squadra di fedelissimi: l’esperienza maturata sui campi di battaglia ed il carisma riconosciutogli dai compagni lo hanno reso un condottiero stimato ed ambito, ormai pronto a trattare direttamente la “condotta” con l’assoldatore di turno. E quando nel giugno 1424 Braccio di Montone muore a L’Aquila durante l’assedio della città, Riccio lascia l’Italia centrale e, con un manipolo di armati, si sposta in Lombardia in cerca di nuove commesse. Qui lo troviamo affianco del celebre Francesco Bussone, detto il Carmagnola, il capitano generale posto a capo della lega che raccoglie le forze veneziane e fiorentine contro i Visconti di Milano. Alcuni resoconti dell’epoca ci tramandano che il Riccio comanda una compagnia di 50 «lance», termine col quale si intende una unità militare composta da un cavaliere, uno scudiero e un paggio (detto Saccomanno) e dalle rispettive cavalcature. Il cronista viterbese Iuzzo sostiene che il Capoccino dispone addirittura di 600 cavalli.
Sotto le insegne della Serenissima Repubblica di Venezia lo ritroviamo nella celebre battaglia di Sommo (Cremona) del 1427.
In una missiva del 28 marzo 1432 il Doge veneziano chiede a Rizzo (Riccio) da Viterbo di essere “di buon animo, forte e costante come foste finora per l’onore dello Stato nostro, adoperandosi in questo la magnifica vostra persona e la vostra comitiva”. Si tratta della lettera con cui le autorità veneziane anticipano ad alcuni ufficiali di rilievo i motivi del prossimo arresto del Carmagnola (in seguito decapitato perché accusato di tradimento) e li si rassicurano sulla conferma dei loro ingaggi.
I cronisti viterbesi ci dicono che Riccio di lì a poco (1440 ca.) muore per cause naturali; per “scoriazione d’orina” annota scrupoloso Niccolò Della Tuccia. Una morte beffarda ed ingloriosa: spegnersi nel proprio letto vinto da un’infezione invisibile, anziché cadere sul terreno di battaglia brandendo l’inseparabile arma tra la selva delle picche ed il frastuono eccitante dei cavalli spronati alla carica.
articolo curato da Sermarcus Demontfort
illustrazioni di Marco Serafinelli